Andrea Doria, settant’anni dopo il naufragio la nave continua a raccontare l’Italia

Alla Fondazione Ansaldo studiosi, esploratori e una sopravvissuta hanno ripercorso la storia del transatlantico: dall’eccellenza della cantieristica italiana alla collisione del 1956, fino alle immersioni sul relitto e ai documenti che ne custodiscono la memoria

Genova ha dedicato una giornata di studio all’Andrea Doria, il transatlantico che a settant’anni dalla collisione continua a suscitare interesse e a interrogare la memoria collettiva. Il convegno «Andrea Doria. Storia, industria e memoria di un’eccellenza italiana» si è svolto il 6 ottobre nella sede della Fondazione Ansaldo, a Villa Cattaneo dell’Olmo, riunendo storici navali, archivisti, ricercatori subacquei e una testimone diretta del naufragio.

La nave fu uno dei simboli più ambiziosi dell’Italia del secondo dopoguerra: una grande opera industriale e tecnologica, pensata per competere sulle rotte transatlantiche e per rappresentare all’estero un Paese in ricostruzione. La sua vicenda attraversa così più dimensioni: il lavoro e le competenze che ne resero possibile la costruzione, la bellezza degli ambienti di bordo, la tragedia del 25 luglio 1956 e il coraggio di chi partecipò ai soccorsi.
L’incontro, patrocinato dall’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee e da PHY Diving Equipment, ha ricostruito il percorso dell’Andrea Doria dalla progettazione alla collisione, soffermandosi sulle operazioni di salvataggio e sulle esplorazioni del relitto. A fare da filo conduttore sono stati i documenti conservati negli archivi e le testimonianze di chi ha studiato la nave o ne ha vissuto la tragedia.
Tra i partecipanti c’era Pierette Domenica Simpson, che aveva nove anni quando l’Andrea Doria affondò. La sua testimonianza ha riportato il racconto su una dimensione personale, fatta di paura, di gesti rapidi e di persone sconosciute che si attivarono per portare in salvo i passeggeri. Simpson ha ricordato il momento in cui un membro dell’equipaggio le legò una corda intorno alla vita per calarla verso una scialuppa. «Avevo nove anni e gridai dalla paura all’idea di dover penzolare sopra l’Oceano, nel buio della notte», ha raccontato. A darle coraggio fu la nonna; una volta raggiunta la scialuppa, lei e gli altri riuscirono a trasferirsi sulla nave francese Île de France.
La vicenda di Simpson ha restituito il volto umano di una notte che rimane tra gli episodi più noti della storia della navigazione civile. Il suo racconto si è intrecciato con quello dei soccorritori e con l’analisi degli storici, ricordando come l’esito drammatico della collisione non cancelli la capacità di reazione di chi intervenne. Nel corso del convegno è stato sottolineato che non ci fu un unico responsabile assoluto: la tragedia nacque da errori e circostanze che si combinarono, mentre nella notte ci furono anche uomini che riuscirono a salvare centinaia di persone.
Flavio Testi, esperto e storico navale, ha illustrato il valore dell’Andrea Doria nel panorama internazionale. A differenza delle concorrenti statunitensi Independence e Constitution, ha spiegato, il transatlantico italiano univa alla funzione di collegamento tra continenti una marcata attenzione all’arte e agli interni. La nave era concepita come una sorta di «museo galleggiante»: portava con sé un’immagine di eleganza e qualità progettuale che contribuì a presentare l’Italia all’estero.
Un ruolo centrale nell’incontro è stato riservato ai materiali custoditi dalla Fondazione Ansaldo. I documenti permettono di ricostruire il contesto industriale e tecnico nel quale la nave fu ideata e costruita, ma anche di avvicinarsi alle persone e alle decisioni che ne accompagnarono la storia. Tra i materiali citati figurano il piano d’imbarco e una memoria classificata «Riservatissima», documenti che aprono scorci meno conosciuti sulla vita della nave e sulle fasi che precedettero la tragedia.
Claudia Cerioli, responsabile degli Archivi storici della Fondazione Ansaldo, ha ricordato quanto la storia dell’Andrea Doria continui a richiamare visitatori e studiosi. L’interesse, ha osservato, nasce anche dal contrasto tra la perfezione dell’ingegno umano e il disastro che ne interruppe il viaggio. Gli archivi, attraverso attività di conservazione, digitalizzazione e valorizzazione, consentono di mantenere accessibile questo patrimonio e di restituire complessità a una vicenda che non può essere ridotta soltanto al momento dell’affondamento.
A settant’anni dalla collisione, anche il relitto continua a essere un luogo di ricerca e di esplorazione. Andrea Murdock Alpini, esploratore e ricercatore subacqueo, ha descritto l’immersione come un incontro con un frammento di storia e di civiltà. Raggiungere la nave significa confrontarsi con le tracce di chi l’ha progettata, costruita e attraversata, ma anche con un ambiente che richiede preparazione e rispetto. La sagoma dell’Andrea Doria, che emerge dal buio dell’Atlantico, conserva una presenza capace di coinvolgere ancora oggi chi scende fino al relitto.
Nel corso dei decenni sono cambiate profondamente le attrezzature e le tecniche impiegate dai subacquei. Paolo Ferraro, presidente dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee, ha ricordato che le prime immersioni successive all’affondamento si svolsero con strumenti pionieristici, in condizioni particolarmente difficili. Oggi l’evoluzione tecnologica e l’impiego di nuove miscele consentono di affrontare profondità superiori ai cinquanta metri con strumenti molto più avanzati. La nave, tuttavia, resta una sfida tecnica e umana, non una meta accessibile senza una preparazione adeguata.
Il relitto è inoltre sottoposto al lento deterioramento provocato dall’oceano. Jennifer Sellitti, capitano della D/V Tenacious, ha spiegato che la struttura cambia nel tempo e che parte di ciò che oggi è ancora visibile potrebbe scomparire. Per questo le spedizioni hanno anche una funzione documentaria: registrare e preservare testimonianze materiali prima che il passare degli anni e le condizioni marine le cancellino. Ogni manufatto documentato diventa un frammento di memoria, utile a mantenere viva la storia della nave anche quando il relitto non sarà più osservabile nelle forme attuali.
La data scelta per il convegno ha richiamato un altro momento della memoria genovese legata all’Andrea Doria. Il 6 ottobre 1988 Francesco Scotto organizzò una tavola rotonda dedicata alla nave, tra i primi importanti appuntamenti pubblici di riflessione storica sulla vicenda. A quasi quarant’anni di distanza, la Fondazione Ansaldo ha ripreso idealmente quel percorso, offrendo una nuova occasione di approfondimento.
La mattinata si è aperta con i saluti istituzionali di Claudia Cerioli, per la Fondazione Ansaldo, dell’assessora regionale al Bilancio Claudia Morich, dell’assessore comunale alla Cultura Giacomo Montanari e del soprintendente Vincenzo Tiné. I lavori sono stati introdotti da Paolo Ferraro e moderati da Pietro Repetto, responsabile della Fototeca e Cineteca della Fondazione. Accanto a Flavio Testi, Claudia Cerioli, Andrea Murdock Alpini e Jennifer Sellitti, la voce di Pierette Simpson ha riportato al centro le persone che vissero quella notte.
L’Andrea Doria resta così molto più del relitto di un transatlantico. È il segno di una stagione in cui l’industria italiana cercava di affermarsi nel mondo, un’opera che univa tecnica e arte e una storia fatta di vite, decisioni e soccorsi. Ricostruirla attraverso gli archivi, le ricerche subacquee e le testimonianze significa conservare una memoria ancora viva, prima che il tempo e l’oceano ne cancellino le tracce.
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