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Salita Bersezio, nel luogo del rogo dei cavi telefonici con sospetta matrice terroristica due tracce degli anni di piombo – VIDEO

Nel luogo in cui ieri è stato appiccato il rogo che ha danneggiato la fibra ottica, la storia genovese conserva due precedenti legati alle Brigate Rosse: la liberazione dell’imprenditore Pietro Costa nel 1977 e il ritrovamento dell’auto usata dopo l’agguato ai carabinieri Battaglini e Tosa nel 1979

Salita Vittorio Bersezio torna nelle cronache per un incendio che ha colpito una rete essenziale per le comunicazioni. Ieri, venerdì 2 ottobre le fiamme hanno danneggiato cavi della fibra ottica sotto il ponte San Giorgio, provocando disservizi alla telefonia e alla rete, compresi molti centralini pubblico, come quelli del 112 e del 118. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo per danneggiamento seguito da incendio con finalità di terrorismo. Le indagini sono affidate alla Digos. Tra le ipotesi ancora da verificare c’è quella di una possibile matrice anarchica.

L’indagine è ai primi passi e non è stato indicato alcun collegamento con gli episodi avvenuti nella stessa salita durante gli anni di piombo. La coincidenza geografica, tuttavia, riporta alla memoria due vicende diverse, entrambe legate alla colonna genovese delle Brigate Rosse.

Il rilascio di Pietro Costa nel 1977

Il primo episodio risale al sequestro di Pietro Costa, ingegnere navale e membro della famiglia genovese di armatori. Fu rapito il 12 gennaio 1977 a Castelletto da un gruppo di brigatisti e rimase prigioniero per 81 giorni. Il sequestro aveva soprattutto una finalità di autofinanziamento: la famiglia pagò un riscatto di un miliardo e mezzo di lire, somma che contribuì a sostenere per anni l’attività dell’organizzazione.

È importante distinguere il luogo della prigionia da quello della liberazione. Costa fu tenuto sequestrato in un’abitazione di via Pomposa, nella parte alta del quartiere di San Teodoro. Venne poi portato e lasciato, la mattina del 3 aprile, in salita Bersezio, nei pressi di un casolare. Una donna che era uscita con il cane lo trovò legato e diede l’allarme. Nelle sue tasche c’era un volantino con la rivendicazione delle Brigate Rosse. La salita, dunque, fu il luogo in cui terminò materialmente il sequestro, non il covo in cui era stato detenuto.

Il denaro del riscatto ebbe un peso rilevante nella storia dell’organizzazione. Secondo quanto ricostruito e raccontato in seguito da Mario Moretti, il miliardo e mezzo permise di finanziare le colonne brigatiste per diversi anni; una parte dei fondi contribuì anche all’acquisto dell’appartamento di via Montalcini a Roma in cui, durante il sequestro del 1978, fu tenuto prigioniero Aldo Moro.

L’auto della fuga dopo l’agguato del 1979

Il secondo precedente è legato all’uccisione del maresciallo Vittorio Battaglini e del carabiniere scelto Mario Tosa, avvenuta a Sampierdarena il 21 novembre 1979. I due militari, in servizio al Nucleo operativo e radiomobile di Genova, si erano fermati in un bar di via Giacomo Battista Monti per un caffè, durante un normale servizio di controllo del territorio. Furono colpiti alle spalle da un commando delle Brigate Rosse. Morirono entrambi.

Gli attentatori si allontanarono su una Fiat 128 rossa, che venne ritrovata proprio in salita Bersezio. L’agguato fu rivendicato dalla colonna genovese delle Brigate Rosse intitolata a Francesco Berardi. Battaglini e Tosa furono insigniti della medaglia d’oro al valor civile alla memoria.

La cronaca di oggi e il peso della coincidenza

Il rogo di venerdì ha riaperto una pagina dolorosa della storia cittadina, ma i precedenti non indicano di per sé una continuità né un rapporto con l’incendio dei cavi. Semplicemente, salita Bersezio è un luogo poco frequentato, allora come oggi. Gli investigatori dovranno accertare la dinamica, individuare eventuali responsabili e verificare la pista terroristica e quella anarchica, che al momento restano ipotesi investigative.

La salita Bersezio si trova in parte sotto il ponte San Giorgio, in un punto in cui infrastrutture e reti di comunicazione attraversano un’area strategica per i collegamenti. Dopo il rogo, i tecnici hanno lavorato al ripristino dei servizi; FiberCop ha comunicato che la maggior parte dei disservizi era rientrata e che gli interventi sarebbero proseguiti per riportare la rete alla piena funzionalità.

A distanza di quasi mezzo secolo, in questa strada riaffiorano così due immagini diverse: un uomo liberato dopo 81 giorni di prigionia e un’auto abbandonata dopo l’assassinio di due carabinieri. Oggi, invece, al centro delle indagini c’è il danneggiamento di cavi che ha avuto conseguenze sulle comunicazioni. La ricostruzione giudiziaria dovrà chiarire che cosa sia accaduto e chi ne sia responsabile, senza confondere la memoria dei precedenti con le prove ancora da raccogliere.

Video di Paolo Colombo


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