Ripristino della natura, Genova chiede ad Anci più risorse e autonomia per cambiare le città

Il Comune propone un ruolo centrale per gli enti locali, la revisione delle previsioni urbanistiche mai realizzate e l’introduzione di depavimentazione e reti ecologiche tra gli strumenti ordinari dei nuovi piani urbanistici

Non limitarsi a proteggere i progetti urbanistici del passato, ma utilizzare il ripristino della natura per ripensare le città del futuro. È la posizione trasmessa dal Comune di Genova alla Commissione Urbanistica dell’Associazione nazionale comuni italiani durante il confronto sul Piano nazionale di ripristino della natura.

Palazzo Tursi chiede che le amministrazioni comunali abbiano un ruolo centrale nell’attuazione del programma, potendo contare su finanziamenti adeguati, una maggiore autonomia decisionale e la possibilità di integrare le informazioni nazionali con i dati e le conoscenze raccolti direttamente sul territorio.

La proposta genovese va però oltre la richiesta di nuove risorse. Il Piano nazionale, secondo il Comune, non dovrebbe essere adattato passivamente alle previsioni urbanistiche esistenti, ma diventare uno strumento per aggiornarle alla luce della crisi climatica e delle mutate condizioni ambientali.
Uno dei passaggi centrali riguarda la distinzione tra i diritti già acquisiti e le semplici previsioni inserite nei piani ma mai concretizzate. Le situazioni giuridicamente consolidate devono essere tutelate, mentre le trasformazioni rimaste per anni soltanto sulla carta dovrebbero poter essere riesaminate dalle amministrazioni.
Genova propone che il suolo, la presenza degli alberi, le aree verdi, le reti ecologiche e la gestione delle acque non siano più considerati elementi accessori. Dovrebbero diventare parti strutturali della pianificazione, contribuendo a stabilire dove una città possa ancora costruire, quali condizioni debbano essere rispettate e quali zone debbano invece essere recuperate dal punto di vista ambientale.
Questa impostazione è già stata parzialmente introdotta negli strumenti urbanistici comunali. Con l’aggiornamento delle Norme generali del Piano urbanistico comunale, approvato nell’aprile scorso, il suolo è stato riconosciuto come un ecosistema non rinnovabile e il verde urbano come un’infrastruttura con funzioni ambientali, climatiche e sociali.
Il documento ha assunto come principio di riferimento l’azzeramento del consumo di nuovo suolo e ha inserito tra gli strumenti della trasformazione urbana la rinaturalizzazione, l’aumento della permeabilità e la rimozione delle pavimentazioni non più necessarie.
Proprio la depavimentazione è uno dei punti sui quali Genova sollecita un cambiamento. Non dovrebbe più essere riservata a pochi interventi straordinari, ma diventare un’attività ordinaria, programmata attraverso gli strumenti urbanistici comunali.
Nelle città densamente costruite, ripristinare la natura significa infatti recuperare superfici ricoperte inutilmente da asfalto o cemento, liberare terreno, favorire l’assorbimento dell’acqua piovana e ricreare spazi nei quali possano svilupparsi vegetazione e altre funzioni ecosistemiche.
La posizione genovese punta alla costruzione di una linea comune tra i Comuni italiani che riesca a unire autonomia locale, concretezza amministrativa e obiettivi ambientali. Il Piano nazionale non dovrebbe trasformarsi in un ulteriore sistema di vincoli imposto dall’alto, ma neppure essere svuotato per mantenere immutate tutte le scelte compiute in passato.
L’assessora comunale al Verde e all’Urbanistica Francesca Coppola riconosce la necessità di territorializzare gli obiettivi nazionali e di permettere ai Comuni di verificare i dati sui quali saranno definite le misure. Per attuare gli interventi, aggiunge, sarà indispensabile anche un sostegno economico adeguato.
«Non possiamo chiedere che ogni previsione urbanistica del passato venga considerata intoccabile mentre le condizioni climatiche e ambientali delle nostre città stanno cambiando», afferma Francesca Coppola, distinguendo le posizioni giuridiche già consolidate dai progetti di piano che non hanno mai avuto attuazione.
La questione posta all’Associazione nazionale comuni italiani riguarda quindi la finalità stessa del programma: limitarsi a renderlo compatibile con le città immaginate in passato oppure utilizzarlo per costruire diversamente quelle di domani.
Per Francesca Coppola, concedere maggiore autonomia agli enti locali comporta anche una responsabilità più grande. «Più potere ai Comuni deve significare anche più capacità di cambiare le città», conclude l’assessora, chiedendo risorse e strumenti che permettano alle amministrazioni di affrontare concretamente gli effetti della crisi climatica.
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