Marco Ratto disperso in Nepal, la famiglia chiede silenzio: «Ora proviamo a riprendere la nostra vita»

La sindaca di Rapallo Elisabetta Ricci rende pubblico sui social, su richiesta dei familiari, un messaggio rivolto alla città. Intanto nelle regioni devastate dall’inondazione si continua a scavare tra fango, macerie e tunnel ostruiti

La famiglia di Marco Ratto, l’orafo rapallese del quale non si hanno più notizie dopo la catastrofica inondazione che ha investito il Nepal, ha deciso di interrompere le dichiarazioni pubbliche e di cercare, per quanto possibile, di tornare alla vita quotidiana. A rendere nota questa scelta, parlando a nome dei familiari, è stata la sindaca di Rapallo Elisabetta Ricci.

La prima cittadina ha spiegato di avere manifestato, a nome dell’intera comunità, la vicinanza della città alla famiglia. Dopo giorni segnati dall’angoscia, dall’attesa e dall’affetto dimostrato da tantissimi rapallesi, i familiari ritengono però necessario ritrovare uno spazio privato nel quale affrontare quanto sta accadendo.

Nel messaggio affidato alla sindaca, la famiglia ringrazia Rapallo per il sostegno ricevuto e spiega che l’apprensione e il dolore hanno imposto una fase di raccoglimento, mentre proseguono le ricerche e si attendono informazioni certe dalle autorità. Un periodo destinato a durare e che dovrà essere affrontato tentando di costruire una nuova normalità, inevitabilmente condizionata dall’incertezza.
Per questa ragione non verranno rilasciate altre dichiarazioni sulla vicenda di Ratto. I familiari chiedono di poter riprendere gradualmente la propria vita e ringraziano la cittadinanza non soltanto per la vicinanza già dimostrata, ma anche per la discrezione che saprà mantenere nei prossimi giorni. Dopo il tempo delle parole e delle manifestazioni pubbliche d’affetto, sottolineano, arriva quello di una presenza silenziosa, capace di farsi sentire anche senza dichiarazioni.
«Da ora in avanti sarà questa la forma di aiuto di cui abbiamo bisogno: esserci, ma con rispetto e discrezione», è il senso del messaggio rivolto alla comunità. La famiglia conclude esprimendo gratitudine a tutta Rapallo per l’abbraccio ricevuto.
Nel frattempo, in Nepal le ricerche non si fermano. A quasi una settimana dall’immane ondata di acqua, fango e detriti provocata dal collasso di una massa glaciale nell’area himalayana, il bilancio complessivo tra Nepal e Tibet ha superato le 950 vittime. Migliaia di persone risultano ancora disperse e tra loro figurano centinaia di lavoratori impiegati negli impianti idroelettrici travolti dalla piena.
Una delle operazioni più difficili riguarda proprio le gallerie sotterranee delle centrali. Numerosi accessi sono stati invasi o completamente chiusi dal fango e dai detriti. Per raggiungere gli ambienti più profondi, le squadre di emergenza cercano di aprire varchi anche attraverso esplosioni controllate, mentre alcuni soccorritori vengono calati dall’alto con le corde.
Secondo le informazioni diffuse dalle autorità nepalesi, nei primi giorni centinaia di persone sono state portate fuori dai tunnel dei diversi impianti, molte delle quali dalle gallerie della centrale Upper Trishuli-1. Resta però impossibile stabilire con precisione quanti lavoratori si trovassero sottoterra al momento dell’inondazione e quanti possano essere ancora vivi negli spazi non raggiunti dall’acqua e dal fango.
Alle ricerche partecipano anche squadre e personale provenienti da altri Paesi asiatici. Il tempo, tuttavia, sta diventando il nemico principale: gli accessi ostruiti, la scarsità di ossigeno, l’instabilità del terreno e la distruzione delle vie di comunicazione rendono ogni avanzamento estremamente complesso.
La tragedia ha colpito duramente anche il Tibet, dove le cifre ufficiali parlano di almeno 16 morti e centinaia di dispersi. Gli attivisti dell’International Campaign for Tibet hanno però espresso dubbi sulla possibilità di verificare in modo indipendente la reale estensione del disastro e temono che il numero delle vittime possa essere più elevato.
Nelle vallate nepalesi sono intanto cominciate le sepolture. Diversi corpi recuperati non hanno ancora un nome: prima della tumulazione vengono prelevati campioni di acido deossiribonucleico, nella speranza di poter restituire successivamente un’identità alle vittime. Secondo la Croce Rossa, almeno 93 mila persone sono state direttamente coinvolte dalle inondazioni e moltissime abitazioni sono state distrutte o rese inagibili.
In questa devastazione continua anche l’attesa per Marco Ratto, la cui ultima posizione conosciuta sarebbe stata individuata nella zona di Timure, mentre si dirigeva dal Nepal verso il Tibet. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attraverso l’Unità di crisi, continua a seguire il caso. Da Rapallo resta una speranza affidata adesso soprattutto al silenzio chiesto dalla sua famiglia.
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