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Terremoto Amt, Giancarlo Campora (Pd) si dimette dalla giunta metropolitana: «Non posso più esercitare le deleghe in questo clima»

Il caso dei tagli al TPL diventa una crisi politica. MobìGe ODV propone di aumentare la velocità dei bus per ridurre i costi senza falcidiare le corse, mentre il Comitato Liberi Cittadini di Certosa denuncia il rischio di lasciare isolate Valpolcevera, colline e periferie. Le reazioni della politica

La crisi di AMT provoca la prima frattura istituzionale nella Città metropolitana di Genova. Il sindaco di Campomorone Giancarlo Campora ha restituito alla sindaca metropolitana Silvia Salis le deleghe ad Ambiente, ciclo dei rifiuti, transizione ecologica e coordinamento delle grandi opere infrastrutturali. Continuerà a ricoprire il ruolo di consigliere metropolitano, ma non farà più parte della squadra dei delegati.

La decisione arriva dopo giorni di tensioni sui tagli prospettati al servizio di TPL dell’entroterra e sulle critiche espresse dai sindaci dell’Alta Valpolcevera. Una contestazione nata nel merito delle corse da ridurre e rapidamente diventata uno scontro politico anche all’interno del Partito Democratico.

In una lettera indirizzata a Silvia Salis, Campora spiega di avere sempre considerato le deleghe non come un incarico personale, ma come una responsabilità istituzionale da esercitare con lealtà e spirito di collaborazione. La rottura sarebbe stata determinata dal clima degli ultimi giorni e, in particolare, dalle dichiarazioni pubbliche dei segretari regionale e metropolitano del PD.

«Al di là delle legittime differenze di valutazione politica, ritengo che quanto accaduto abbia creato una situazione nella quale diventa difficile per me continuare a esercitare una delega all’interno della Città metropolitana senza che il mio ruolo istituzionale venga inevitabilmente sovrapposto al confronto politico interno al Partito Democratico», scrive Giancarlo Campora.

Le dimissioni trasformano in un fatto politico concreto il malessere già manifestato dai sindaci di Campomorone, Ceranesi, Mignanego, Sant’Olcese e Serra Riccò. Gli amministratori non hanno negato la necessità di mettere in sicurezza i conti di AMT, ma hanno contestato un piano che rischia di ridurre pesantemente i collegamenti nei Comuni dell’entroterra, chiedendo una soglia minima inderogabile di servizio e un vero confronto prima delle decisioni definitive.

La discussione esplode a pochi giorni dalla ripresa completa delle attività lavorative e dalla riapertura delle scuole. Per migliaia di persone il problema non riguarda soltanto la frequenza degli autobus, ma la possibilità stessa di raggiungere Genova, gli ospedali, le scuole, le stazioni e i luoghi di lavoro senza ricorrere all’automobile.

In questo quadro interviene l’Associazione MobìGe ODV, che parte da una domanda netta: è davvero inevitabile risanare AMT tagliando milioni di chilometri e scaricando i disagi sugli utenti? L’associazione riconosce la necessità di salvare l’azienda pubblica e tutelare i lavoratori, ma sostiene che la ricetta proposta ripeta un errore già commesso più volte: ridurre il servizio per contenere i costi, perdere passeggeri e ritrovarsi qualche anno dopo con conti ancora fragili e un trasporto pubblico sempre meno centrale.

Secondo i dati citati da MobìGe ODV, il piano comporterebbe una riduzione di circa sette milioni di chilometri annui sul servizio urbano e di quasi cinque milioni su quello extraurbano, insieme a una diminuzione progressiva dell’organico di quasi 400 dipendenti. Numeri che l’associazione definisce enormi e che, se confermati, non produrrebbero un disagio distribuito in maniera uniforme: le conseguenze maggiori ricadrebbero sulle persone anziane, sugli studenti, sui lavoratori e su chi abita nelle frazioni o nelle zone collinari.

La tesi è che una riduzione del 15 per cento del servizio non equivalga semplicemente a un autobus in meno ogni cento corse. Su alcune linee potrebbe significare perdere coincidenze, rendere inutilizzabile un collegamento o costringere intere fasce di utenti ad acquistare un mezzo privato. Il risultato rischierebbe così di riversarsi anche sul traffico, sull’inquinamento e sulla sicurezza stradale.

MobìGe ODV propone di intervenire sulla velocità commerciale, cioè sulla velocità media effettiva dei mezzi considerando fermate, code, frenate e ripartenze. Oggi la rete di AMT viaggerebbe intorno ai 15 chilometri orari. Aumentare questo valore consentirebbe, secondo l’associazione, di effettuare più corse con gli stessi autobus e lo stesso personale, diminuendo al tempo stesso consumo di energia, usura e costi operativi.

La proposta passa attraverso nuove corsie riservate e protette, semafori capaci di dare la precedenza agli autobus, fermate più funzionali, coincidenze reali tra ferro e gomma, mezzi più capienti sulle linee collinari e un utilizzo più esteso dei nuovi filobus. L’associazione chiede anche di eliminare le interruzioni delle corsie preferenziali agli incroci e gli stalli presenti nei tratti riservati soltanto in determinate fasce orarie.

Il nodo è inevitabilmente politico. Favorire davvero il trasporto pubblico significa ridurre spazi e vantaggi oggi destinati ad automobili e scooter. Per MobìGe ODV, però, il sacrificio non può essere chiesto soltanto a chi usa gli autobus: se l’alternativa è lasciare a piedi migliaia di persone, occorre distribuire i costi della crisi sull’intero sistema della mobilità cittadina.

Toni ancora più duri arrivano dal Comitato Liberi Cittadini di Certosa, che respinge qualsiasi ipotesi di riduzione delle corse in Valpolcevera, nei Comuni limitrofi, nelle zone collinari e nei quartieri genovesi già penalizzati. Il Comitato cita la soppressione della linea 8 e la limitazione della linea 7 a via Avio come esempi di un progressivo arretramento del servizio.

Secondo Liberi Cittadini, dietro le percentuali e i chilometri ci sono persone costrette ad aspettare anche 40 minuti, anziani senza alternative, studenti e lavoratori che rischiano di non trovare più un collegamento affidabile. Il Comitato chiede all’Amministrazione comunale di ripensare ogni taglio, rendere pubblici numeri e motivazioni e aprire un confronto vero con i territori. La mobilità, sostiene, non può essere considerata un servizio accessorio, ma un diritto essenziale.

A difendere la posizione dei sindaci interviene Enrico Vassallo, coordinatore del Partito Democratico nei cinque Comuni dell’Alta Valpolcevera e consigliere comunale delegato alle Vallate. Vassallo esprime solidarietà agli amministratori e giudica un errore avere trasformato una posizione istituzionale in una contrapposizione interna al PD.

Per Vassallo, chi guida un Comune risponde prima di tutto alla comunità che lo ha eletto, anche quando le sue richieste non coincidono completamente con quelle del partito o dell’Amministrazione metropolitana. Le dimissioni di Giancarlo Campora, sostiene, sono la conseguenza più evidente di un clima che avrebbe dovuto essere disinnescato riaprendo il dialogo.

La richiesta è di convocare subito un tavolo con i sindaci e il segretario provinciale del Partito Democratico, affrontando le proposte avanzate dall’entroterra. Tra queste ci sono un intervento sul Fondo nazionale trasporti, il coinvolgimento economico della Regione e una maggiore integrazione tra treni e autobus, in modo da salvaguardare soprattutto le linee collinari e i collegamenti con le frazioni.

Sull’intermodalità insiste anche Francesca Ghio, consigliera metropolitana di Alleanza Verdi e Sinistra. Il risanamento di AMT, afferma, è necessario per garantire il futuro pubblico dell’azienda, ma non può essere pagato soprattutto dai territori più fragili.

Secondo Ghio, l’Agenzia regionale per il TPL deve coordinare meglio ferro e gomma e rafforzare i nodi di interscambio. Se diminuiranno i chilometri percorsi dagli autobus, occorrerà offrire alternative ferroviarie efficienti, evitando che l’entroterra venga isolato. Per AVS, il confronto con i territori è indispensabile anche per impedire che una complessa questione amministrativa precipiti in una crisi politica.

Il sindacato CUB Trasporti contesta invece l’intero impianto del risanamento, temendo che la riduzione dei chilometri prepari il terreno all’ingresso dei privati. Il sindacato denuncia il possibile peggioramento dei turni e delle condizioni di lavoro, oltre al rischio che autisti e controllori diventino il bersaglio dell’esasperazione degli utenti. Il primo sciopero contro quella che viene definita una privatizzazione strisciante è annunciato per il 4 settembre.

Dal centrodestra, Alessandra Bianchi, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, interpreta le dimissioni di Giancarlo Campora come il risultato di un metodo politico che non lascerebbe spazio al dissenso. Secondo la consigliera, i sindaci dell’entroterra, compresi quelli appartenenti al PD, sarebbero stati richiamati all’ordine dopo avere manifestato pubblicamente la propria contrarietà alla riduzione del servizio AMT.

Bianchi accusa inoltre la sindaca Salis di non avere partecipato agli incontri programmati negli uffici della Città metropolitana e di avere lasciato ad altri il compito di affrontare gli amministratori preoccupati dai tagli. Per la capogruppo di FdI, il contrasto aperto con i sindaci dimostrerebbe le difficoltà interne al campo largo genovese: «Al PD di unità è rimasto soltanto il nome della festa».

In una successiva nota congiunta, Alessandra Bianchi e il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia Matteo Rosso definiscono la restituzione delle deleghe da parte di Giancarlo Campora la conseguenza del caos provocato dalla gestione della crisi AMT. I due esponenti dell’opposizione accusano Silvia Salis e la sua Giunta di essere più concentrate sulla costruzione dell’immagine politica della sindaca che sulle esigenze di Genova e dei Comuni metropolitani.

Secondo Rosso e Bianchi, il caso confermerebbe un cortocircuito interno alla maggioranza genovese, al PD e al campo largo. Mentre la coalizione si divide, sostengono, a pagare il prezzo del mancato confronto continuano a essere i cittadini che rischiano di perdere corse e collegamenti essenziali.

Più sintetica la posizione di Ilaria Cavo, deputata di Noi Moderati, che considera le dimissioni un segnale dell’inaccettabilità dei tagli e ricorda il voto contrario espresso sul piano di risanamento. Secondo Ilaria Cavo, il peso della crisi non può essere trasferito su cittadini e Comuni.

Resta aperta anche la questione dei numeri. MobìGe ODV richiama una possibile riduzione complessiva molto ampia, mentre nelle recenti audizioni sull’extraurbano sono circolate stime comprese tra 1,6 e 1,8 milioni di chilometri. La distanza tra le cifre, che potrebbero riferirsi a perimetri o fasi differenti del piano, rafforza la richiesta comune di documenti chiari e confrontabili.

Il caso non riguarda più soltanto il bilancio di AMT. Le dimissioni di Giancarlo Campora dimostrano che la scelta delle corse da salvare e di quelle da sacrificare può cambiare gli equilibri politici della Città metropolitana. Sullo sfondo resta la domanda posta da associazioni, comitati, sindacati e amministratori: salvare l’azienda sarà sufficiente, se nel frattempo una parte dei cittadini non riuscirà più a utilizzare il servizio?


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