Dentro l’ultimo tempio dei velluti: i telai di Zoagli si accendono per aiutare Ada ed Elisa

Sabato 8 agosto, dalle 9 alle 12, la storica Cordani Velluti apre gratuitamente il laboratorio al pubblico. Le offerte serviranno a finanziare due montascale per una madre e una figlia affette da osteogenesi imperfetta

Il rumore ritmico delle navette, il legno antico dei telai e i fili di seta che lentamente diventano velluto. Sabato 8 agosto questo patrimonio custodito a Zoagli non sarà soltanto mostrato al pubblico, ma si trasformerà in un aiuto concreto per Ada e sua figlia Elisa, che convivono con l’osteogenesi imperfetta, una patologia che rende le ossa estremamente fragili.

Dalle 9 alle 12 le porte delle Seterie Cordani Velluti, in via Aurelia 105B, si apriranno a residenti e turisti per l’Open Day solidale “La speranza in una scala”. L’ingresso sarà accompagnato da un’offerta libera e l’intero ricavato verrà destinato all’acquisto di due montascale per l’abitazione nella quale Ada ed Elisa vivono a Scandicci. L’obiettivo è permettere loro di superare le barriere architettoniche, uscire di casa con maggiore sicurezza e recuperare una parte importante della propria autonomia.

Durante la mattinata i visitatori potranno entrare in un laboratorio normalmente non accessibile al pubblico e vedere in funzione cinque telai da produzione. Gli artigiani mostreranno le differenze tra velluti lisci e operati e spiegheranno la complessità necessaria per realizzare a mano un broccato impreziosito con tre diverse qualità di oro zecchino.
Non sarà quindi una semplice visita aziendale. Il percorso permetterà di osservare da vicino gesti che richiedono precisione, esperienza e tempi incompatibili con la produzione industriale. Ogni passaggio dipende ancora dall’occhio e dalle mani del tessitore: dalla preparazione dei fili alla regolazione del telaio, fino al taglio che libera il pelo del velluto e conferisce alla superficie la sua caratteristica morbidezza.
Cordani Velluti porta avanti questa lavorazione dal 1849 e rimane una delle ultime realtà al mondo a produrre a mano il velluto liscio genovese. Nel laboratorio vengono ancora utilizzati telai in legno dell’Ottocento e filati in organzino di pura seta. La densità e il peso del tessuto possono essere modificati a seconda della destinazione finale, mentre fili d’oro e d’argento vengono inseriti nella trama per realizzare stoffe destinate all’arredamento, alla moda, agli accessori, agli edifici religiosi e agli allestimenti più prestigiosi.
La storia tessile di Zoagli, però, è molto più antica della stessa azienda. Nel Cinquecento la produzione serica uscì progressivamente dalle mura di Genova e si diffuse lungo la Riviera di Levante. Un documento del 1515 colloca Zoagli tra i principali centri nei quali era ormai presente la tessitura della seta. Alla fine del secolo risultavano attivi più di 5.500 telai nel Levante genovese e circa un quarto si trovava nella Podesteria di Rapallo, che comprendeva il tratto costiero fra Portofino e Zoagli, l’entroterra e la Val Fontanabuona.
A partire dal 1582 la concentrazione produttiva aumentò soprattutto nelle frazioni zoagliesi di San Martino, Rovereto, Semorile e Sant’Ambrogio della Costa. In quell’area i telai arrivarono a rappresentare il 60 per cento della produzione complessiva del Capitanato di Rapallo. Nel 1799 Zoagli contava mediamente un telaio ogni due abitanti e il velluto costituiva la principale risorsa economica del borgo. Gran parte del lavoro veniva svolta nelle case, con un ruolo determinante della manodopera femminile specializzata.
Le stoffe zoagliesi raggiunsero palazzi, corti europee e dimore aristocratiche. Il velluto si distingueva per la profondità dei colori, la luminosità e la particolare morbidezza ottenuta attraverso una doppia struttura: un ordito formava la base del tessuto, mentre un secondo sistema di fili creava piccoli anelli, successivamente tagliati per ottenere la superficie compatta e soffice. Nel 1553 drappi d’oro di velluto zoagliese furono impiegati anche per gli apparati del ricevimento organizzato da Andrea Doria in onore dell’imperatore Carlo V.
Accanto alla seta, la memoria locale, più difficile da documentare rispetto alla storia del velluto, ricorda anche la lavorazione del bisso marino, una produzione oggi scomparsa. Non si trattava di una fibra vegetale e neppure della seta ottenuta dai bachi, ma di un materiale naturale ricavato dalla Pinna nobilis, un grande mollusco bivalve del Mediterraneo.
Per restare ancorata ai fondali, la Pinna nobilis produceva ciuffi di filamenti scuri, ricci e apparentemente ruvidi. Quella sorta di barba veniva prelevata, ripulita dalle incrostazioni attraverso la battitura e immersa a lungo nell’acqua dolce per eliminare il sale. Seguivano la pettinatura con un cardo munito di piccoli aghi, il trattamento con succo di limone per aumentare lucentezza e resistenza e la filatura con un fuso di legno. Il filo poteva quindi essere utilizzato sul telaio oppure per ricami minutissimi.
Dalla massa grezza si otteneva pochissimo materiale utilizzabile: circa 300 grammi di filamenti potevano ridursi a 30 grammi di bisso, sufficienti per produrre appena una dozzina di metri di filo ritorto. Una volta lavorata, la fibra assumeva riflessi color bronzo e oro, diventava morbida, sottilissima e sorprendentemente resistente. La sua rarità e la complessità del procedimento la rendevano una materia riservata a manufatti preziosi.
Quella produzione non esiste più. La Pinna nobilis è una specie protetta e gravemente minacciata e il prelievo della fibra non può costituire una normale attività manifatturiera. Del bisso rimangono pochi manufatti, le testimonianze storiche e il sapere custodito da un numero ormai ridottissimo di tessitori.
L’Open Day di sabato unirà così due storie. Da una parte quella di un’arte sopravvissuta nei secoli grazie a famiglie capaci di difendere telai, tecniche e conoscenze; dall’altra quella di Ada ed Elisa, per le quali una scala rappresenta oggi un ostacolo quotidiano. Il filo che le lega sarà la solidarietà: lenta, concreta e paziente, proprio come il velluto che prende forma sui telai di Zoagli.
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