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Morire soli e senza un luogo dignitoso per l’ultimo saluto: la proposta delle case funerarie pubbliche

Una mozione di Mario Mascia e Rosanna Stuppia chiede di riqualificare le camere mortuarie degli ospedali e creare strutture istituzionali per persone sole, indigenti o prive di familiari. A Genova quasi 110 mila cittadini vivono da soli

Garantire un ultimo saluto dignitoso anche a chi muore senza familiari, senza una rete affettiva e senza le risorse necessarie per sostenere le spese funerarie. È l’obiettivo della mozione presentata in Consiglio comunale da Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, e dalla consigliera di Vince Genova Rosanna Stuppia, che propongono di rinnovare le camere mortuarie ospedaliere e valutare la creazione di case funerarie istituzionali.

I due consiglieri hanno scelto di sintetizzare l’iniziativa con il richiamo a “Eleanor Rigby”, protagonista della celebre canzone dei Beatles dedicata alla solitudine. «Mai più Eleanor Rigby a Genova», dichiarano Mario Mascia e Rosanna Stuppia, ricordando il verso nel quale la donna viene sepolta senza che nessuno partecipi al funerale.

Eleanor Rigby è la celebre protagonista della canzone omonima dei Beatles del 1966, un personaggio di fantasia nato dall’unione di due nomi ma legato a una reale tomba a Liverpool. Paul McCartney ha inventato il nome unendo quello dell’attrice Eleanor Bron (sua co-protagonista nel film Help!) e il cognome di un negozio a Bristol (Rigby & Co). Nel cimitero della chiesa di St. Peter a Woolton, Liverpool, esiste davvero una lapide intestata a una certa Eleanor Rigby, morta nel 1939 a 44 anni. McCartney ha spesso dichiarato di aver probabilmente visto quella tomba da ragazzo, memorizzandola inconsciamente. Documenti storici di Liverpool hanno poi svelato l’esistenza di un’Eleanor Rigby realmente vissuta nella zona, una sguattera o lavapiatti la cui vita umile e solitaria si avvicina molto al tono del brano. Nel brano, scritto principalmente da McCartney, Eleanor Rigby è una donna sola che raccoglie il riso fuori da una chiesa dopo un matrimonio e vive in un mondo tutto suo.Il simbolo: Rappresenta la disperazione silenziosa e l’isolamento degli anziani nella società moderna.

Dietro il riferimento musicale c’è un fenomeno sociale molto concreto. Secondo i dati citati dai proponenti, a Genova vivono sole 109.833 persone, una quota vicina a un sesto della popolazione cittadina. Di queste, 53.873 hanno almeno 65 anni. Le donne anziane che vivono senza altre persone in casa sono 38.618, mentre gli uomini sono 15.255.

Numeri che, secondo i consiglieri, impongono di interrogarsi anche su ciò che accade al termine della vita, soprattutto quando la persona non ha familiari, dispone di un reddito molto basso o non può contare su qualcuno che organizzi una cerimonia e garantisca un luogo adeguato per il commiato.

La mozione chiede alla sindaca Silvia Salis e alla Giunta di aprire un confronto con le direzioni degli ospedali cittadini e con le imprese funerarie genovesi. Il primo percorso indicato riguarda una riqualificazione consistente degli obitori esistenti, intervenendo sugli ambienti, sull’accoglienza e sulla possibilità per familiari e conoscenti di raccogliersi in condizioni più rispettose.

La seconda ipotesi è la realizzazione di case funerarie istituzionali, strutture pubbliche o sostenute dal Comune nelle quali ospitare i defunti e consentire lo svolgimento dell’ultimo saluto. L’accesso dovrebbe essere rivolto prioritariamente alle persone con redditi bassi, in condizioni di fragilità economica o prive di una rete familiare, attraverso il coordinamento con i servizi sociali comunali.

Gli spazi, nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbero assicurare privacy, salubrità, decoro e condizioni psicologicamente meno gravose rispetto a camere mortuarie considerate inadeguate o troppo impersonali. La proposta non riguarda soltanto le famiglie, ma anche gli operatori chiamati a lavorare quotidianamente in ambienti particolarmente delicati.

Per finanziare il progetto, la mozione invita il Comune a individuare risorse specifiche e a verificare la possibilità di coinvolgere fondazioni ed enti del Terzo settore. Dovrebbe inoltre essere previsto un monitoraggio costante della progettazione e degli eventuali lavori, con tempi definiti e standard qualitativi verificabili.

«Vogliamo sensibilizzare l’amministrazione sulla necessità di garantire un estremo saluto dignitoso a chi è solo e non può permettersi neppure le spese funerarie», spiegano Mascia e Stuppia. Per i due consiglieri, le case funerarie istituzionali potrebbero diventare un presidio sociale capace di rispondere a una fragilità spesso invisibile fino al momento della morte.

La proposta sarà sottoposta alla discussione del Consiglio comunale. L’auspicio dei firmatari è che il tema venga affrontato senza contrapposizioni politiche, individuando una soluzione sostenibile per trasformare gli attuali obitori o creare nuovi luoghi pubblici nei quali nessuno sia costretto a ricevere l’ultimo saluto in condizioni di abbandono.


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