Morte dopo il taser, svolta nell’inchiesta: quattro carabinieri indagati, contestato anche il falso

Secondo due testimoni, una scarica sarebbe stata data quando Elton Bani era già a terra, nell’androne di casa. La procura chiede l’incidente probatorio per cristallizzare i racconti dei vicini

La morte di Elton Bani entra in una nuova fase investigativa. Non è più soltanto l’uso del taser da parte di due carabinieri a essere al centro dell’inchiesta, ma anche la ricostruzione ufficiale di quanto accaduto nell’androne del palazzo di Manesseno dove il 41enne è morto il 17 agosto. Gli indagati sono diventati quattro: ai due militari che avevano azionato l’arma a impulsi elettrici, già iscritti per omicidio colposo, si sono aggiunti altri due carabinieri presenti durante l’intervento. Per tutti viene contestata anche l’ipotesi di falso in atto pubblico.

Il punto di svolta riguarda la distanza tra le relazioni di servizio e il racconto di due persone che avrebbero assistito alla scena. Secondo quanto emerso, i carabinieri avevano descritto un intervento reso necessario da un comportamento violento e incontrollabile dell’uomo, che li avrebbe colpiti con calci e pugni. I testimoni, però, avrebbero fornito agli inquirenti una versione diversa su alcuni passaggi decisivi. Per questo la pubblico ministero Paola Calleri ha chiesto che vengano ascoltati in incidente probatorio, così da cristallizzare le loro dichiarazioni davanti al giudice e consentire alle parti di interrogarli in contraddittorio.

La scena descritta dai vicini, secondo quanto trapela dall’indagine, partirebbe da un momento di resistenza dell’uomo dentro l’androne. Elton Bani non sarebbe stato armato e si sarebbe opposto alla richiesta di salire in casa per recuperare i documenti, aggrappandosi alla ringhiera. Da lì la situazione sarebbe precipitata: l’uomo sarebbe finito a terra e, mentre i militari cercavano di immobilizzarlo e ammanettarlo, sarebbe stata usata nuovamente l’arma elettrica.
È proprio questo il passaggio che gli investigatori intendono chiarire. I due testimoni avrebbero riferito che una scarica sarebbe stata inferta quando Bani era già con il volto rivolto verso il pavimento. La spiegazione indicata nella ricostruzione sarebbe il tentativo dei carabinieri di liberare una mano che l’uomo teneva sotto il corpo, circostanza che avrebbe impedito di completare l’ammanettamento.
La consulenza medico-legale attribuisce un peso centrale alla sequenza degli ultimi istanti. Secondo la perizia, l’ultima scarica avrebbe contribuito a provocare l’arresto cardiaco. L’assunzione di cocaina viene indicata come concausa insieme agli effetti delle scariche elettriche. Per questo il momento esatto in cui il taser è stato utilizzato, la posizione dell’uomo e il suo livello di pericolosità in quel frangente diventano elementi determinanti per stabilire eventuali responsabilità.
All’incidente probatorio parteciperanno la procura, i difensori dei carabinieri indagati e il legale della famiglia. Due militari sono assistiti dall’avvocato Mario Iavicoli, mentre il fratello della vittima è rappresentato dall’avvocato Cristiano Mancuso. L’udienza non è stata ancora fissata.
L’indagine dovrà ora chiarire due piani distinti ma collegati: da un lato la legittimità e la proporzionalità dell’uso del taser durante l’intervento, dall’altro la fedeltà degli atti redatti successivamente dai militari. La nuova contestazione di falso nasce proprio dal sospetto che la versione contenuta nelle relazioni non coincida con quanto sarebbe avvenuto davvero nell’androne.
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