Cultura 

Tre giorni per capire il caos globale: a Genova torna il Festival di Limes con la XIII edizione a Palazzo Ducale

Dal 13 al 15 febbraio il Festival di Limes porta in città incontri, dibattiti e una mostra cartografica di Laura Canali nella Sala del Maggior Consiglio, con eventi anche in streaming sul canale YouTube di Palazzo Ducale; al centro “L’Italia nella rivoluzione mondiale”, tra Stati Uniti, Ucraina, Cina e Mediterraneo, con una domanda di fondo: cosa possiamo fare noi, da qui

Genova si prepara a ospitare un fine settimana che promette di trasformare il centro storico in una bussola per orientarsi nel disordine internazionale. Dal 13 al 15 febbraio, a Palazzo Ducale, torna il Festival di Limes, giunto alla XIII edizione, con un titolo che dice già tutto: “L’Italia nella rivoluzione mondiale”. Non un semplice ciclo di conferenze, ma un percorso ragionato che prova a mettere in fila le fratture che stanno ridisegnando il mondo, partendo da un punto di vista dichiaratamente italiano e quindi, inevitabilmente, europeo.

L’idea di fondo è che siamo entrati in una fase in cui la cornice di riferimento degli ultimi decenni non regge più: la crisi di ridimensionamento degli Stati Uniti, la tensione interna che si riflette nelle scelte di sicurezza, l’irritazione verso un’Unione Europea percepita come vincolo più che come alleato, e poi la guerra in Ucraina, la postura della Russia, la competizione con la Cina e l’incertezza permanente del Medio Oriente. Il Festival promette di tenere insieme questi pezzi senza ridurli a slogan, provando a rispondere a tre domande che diventano la traccia di ogni incontro: che cosa ci sta succedendo, come dovremmo reagire e che cosa possiamo fare davvero.

Il cuore degli appuntamenti sarà la Sala del Maggior Consiglio, con possibilità di seguire in streaming sul canale YouTube di Palazzo Ducale. Il programma si apre venerdì 13 febbraio con un momento dedicato alle scuole e, nel pomeriggio, con l’inaugurazione della mostra cartografica “Spigoli di mondo” firmata da Laura Canali, un lavoro che punta a raccontare la nuova geografia del potere come un pianeta meno “rotondo” e più corrugato, pieno di asperità, creste e zone d’ombra in cui orientarsi è diventato difficile. In serata il Festival entra nel vivo con “L’Italia nella rivoluzione mondiale” affidato a Lucio Caracciolo, che torna a essere il punto di riferimento di un racconto in cui l’Italia non è uno spettatore, ma un paese costretto a scegliere strumenti, alleanze e priorità in un contesto che cambia velocemente.

Sabato 14 febbraio si annuncia come la giornata più densa. Si parte al mattino con “Chi è l’Italia”, un confronto che mette insieme voci diverse e prova a definire identità, interessi e limiti del nostro Paese nello scenario attuale. Subito dopo, il tema si sposta oltre Atlantico con “Guerra civile in America”, perché l’ipotesi di una frattura interna negli Stati Uniti non viene trattata come folclore politico, ma come un fattore capace di influire sulle scelte strategiche e, di rimbalzo, sulla sicurezza europea. Nel pomeriggio l’attenzione si concentra sul rapporto tra Europa e presidenza Trump con “Gli europei di fronte a Trump”, mentre in parallelo la mostra cartografica diventa anche esperienza guidata, con una visita accompagnata da Laura Canali. La giornata prosegue con “Prove di nuovo ordine mondiale”, che mette a confronto sguardi e provenienze differenti sul modo in cui le potenze stanno ridefinendo regole e spazi. E in serata, con “L’ordine dell’amore”, il Festival cambia registro senza cambiare sostanza, perché intreccia parole e mappe per raccontare quanto la geopolitica, in fondo, sia anche un modo di leggere i legami e le fratture tra comunità, paure e desideri.

Domenica 15 febbraio il percorso si chiude tornando su alcuni dei nodi più incandescenti. “Israele contro Israele” prova a leggere il conflitto e le sue ripercussioni interne, mentre la mostra torna a essere protagonista con una seconda visita guidata. A seguire “La nuova corsa all’oro (e non solo)” allarga il discorso alle risorse, alle materie prime e alle catene del valore, cioè a quel livello materiale che spesso spiega più di mille dichiarazioni ufficiali. Nel pomeriggio il focus si sposta su Mosca con “La Russia tra Cina e Ucraina”, e poi sull’equilibrio forse più complicato per l’Italia oggi: “Noi fra Usa e Cina”, tema che mette insieme industria, tecnologia, sicurezza e diplomazia. A chiudere, “Limes dialoga con il pubblico”, momento pensato per riportare la discussione dal palco alla platea, trasformando la domanda “che cosa possiamo fare” in un confronto diretto.

Accanto agli incontri, la mostra “Spigoli di mondo” è pensata come un secondo filo narrativo del Festival, quasi un controcampo visivo dei dibattiti. L’idea è che la geopolitica non sia solo cronaca di crisi, ma anche lettura dello spazio: territori che diventano strumenti di pressione, alleanze che cambiano forma, potenze che “creano nuove terre” nel senso politico del termine, e un globo sempre più multipolare in cui il passo più difficile, prima ancora di prendere posizione, è capire dove siamo finiti. In questo senso, il Festival di Limes arriva a Genova come un invito a fare una cosa rara: fermarsi, guardare la mappa, e provare a pensare in grande senza perdere il punto di vista da cui partiamo.


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