Facce de Zena 

L’ultimo saluto a Gilberto Salmoni. Sul feretro il fazzoletto di Buchenwald e, attorno, i ragazzi a cui aveva lasciato la memoria

Nel tempio laico di Staglieno l’addio all’ultimo sopravvissuto genovesi ai campi di concentramento ha avuto due simboli che non si cancellano: il fazzoletto di Buchenwald posato sul feretro e una foto che lo ritrae sorridente nella neve, la sua passione. Tra i presenti anche una classe del Liceo Colombo, gli studenti che avevano ascoltato uno dei suoi ultimi incontri. Presente anche la sindaca Silvia Salis

C’è un silenzio particolare, a Staglieno, quando la memoria entra in una sala e non è più un concetto ma una persona. Oggi Genova ha salutato Gilberto Salmoni così: senza retorica, ma con due immagini che dicono tutto e che si portano dietro un peso impossibile da alleggerire. Sul feretro di legno chiaro è stato posato il fazzoletto di Buchenwald, quel lembo di stoffa che non è un ricordo, è una ferita che resta. Accanto, una sua fotografia lo mostra sorridente nella neve, una delle cose che amava davvero, come se anche quel bianco potesse essere una risposta al buio che aveva attraversato.

L’addio si è svolto nel tempio laico, e dentro quel luogo le presenze hanno disegnato una scena precisa: le istituzioni, certo, con la sindaca Silvia Salis e la vicepresidente della Regione Simona Ferro, ma soprattutto i giovani. È arrivata una classe del Liceo Colombo, gli studenti che lo avevano incontrato di recente, in uno degli ultimi momenti in cui Gilberto Salmoni aveva fatto ciò che per lui era diventato un dovere: raccontare. Non raccontare per ripetere una storia già nota, ma raccontare perché la storia, senza una voce che la tenga viva, diventa più facile da negare, più facile da sporcare, più facile da dimenticare.

Chi lo ha ricordato ha scelto parole che non cercavano la commozione, ma la verità. Il presidente di Associazione Nazionale Ex Deportati Filippo Biolè ha detto che Gilberto Salmoni aveva passato il testimone con l’esempio e che i semi gettati in anni di incontri stavano germogliando. Lo ha spiegato con un’immagine semplice: in un incontro con centinaia di ragazzi, bastava pronunciare il suo nome per sentire un applauso pieno, istintivo, come se la memoria, in quella generazione, non fosse un dovere imposto ma una gratitudine spontanea. In questo, ha aggiunto, sta il senso dell’impegno che l’associazione ha raccolto: non lasciare che la testimonianza si spenga con l’ultima voce che l’ha vissuta.

Il presidente dell’Istituto storico della Resistenza Mino Ronzitti ha ricordato un passaggio che, col tempo, è diventato quasi un sigillo: quando Liliana Segre aveva detto di temere per il futuro della memoria, Gilberto Salmoni le aveva risposto che quella memoria avrebbe trovato casa proprio nei giovani, in quelli che si affacciano alle sue parole senza cinismo e senza voglia di voltare pagina troppo in fretta. Non era ottimismo facile: era una fiducia conquistata a forza di sguardi, di incontri, di domande, di silenzi.

E poi c’è stata la sua frase, quella che lo inseguiva anche quando parlava di altro. Il presidente di Anpi Massimo Bisca, ha ricordato che Gilberto Salmoni non raccontava per liberarsi, raccontava perché sentiva di doverlo fare. E ogni volta, nel mezzo di quel racconto, tornava lo stesso punto: lui, dentro, non era mai davvero uscito. Diceva che, mentre parlava, si sentiva ancora là, e che pensava a quei volti di donne e uomini che non potevano più raccontare, perché nei campi li avevano ammazzati. Per questo parlava di un giuramento: una promessa collettiva fatta da chi è tornato, quella di dire ciò che è stato fino all’ultimo respiro, perché la voce di uno valga anche per chi non ha avuto la possibilità di salvarsi.

Oggi, in quella sala, il fazzoletto di Buchenwald sul feretro non era un simbolo da cerimonia. Era il punto fermo di una vita intera: la prova che la storia non è un capitolo da archiviare, ma una responsabilità da portare avanti. E accanto a quel fazzoletto, i ragazzi del liceo, arrivati per salutare chi aveva parlato con loro senza fare sconti, erano la risposta più netta alla domanda che resta sempre sospesa quando se ne va un testimone: chi continuerà a raccontare adesso? Oggi, almeno per un momento, Genova ha mostrato di saperlo già.


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