Ex Ilva, Bucci: «Nessuno perderà il posto fino a febbraio», ma nessun risultato concreto e la tensione è altissima. Domani sciopero generale

RSU e sindacati chiamano in piazza tutte le fabbriche: “Difendiamo l’industria a Genova”. Il presidente della Regione: «I soldi ci sono, il nodo è l’Europa». Continuano i presidi. Le reazioni politiche e sindacali e la situazione aggiornata della viabilità

Le rappresentanze sindacali unitarie di Acciaierie d’Italia e dell’Ilva in amministrazione straordinaria hanno proclamato per domani, giovedì 4 dicembre, lo sciopero generale dei metalmeccanici genovesi “a difesa dell’industria a Genova”.

In un volantino diffuso ieri al termine della seconda giornata di mobilitazione, gli operai parlano di una giornata “intensa, difficile da dimenticare”, durante la quale sarebbe emersa una forte compattezza del fronte del lavoro contro un governo accusato di non saper garantire il futuro dello stabilimento di Cornigliano e della siderurgia nazionale. Viene ricordato anche l’appoggio arrivato dai colleghi di Ansaldo, Fincantieri e Leonardo e il passaggio sul Ponte San Giorgio (l’ex Morandi), descritto come luogo simbolico in cui i lavoratori hanno ribadito che non permetteranno la chiusura della fabbrica e che la lotta andrà avanti finché governo e commissari non faranno marcia indietro sul “ciclo corto”.

Nel testo si sottolinea come, dopo Genova, la mobilitazione si stia allargando a Novi Ligure e Taranto e si annuncia che domani, in occasione dello sciopero generale, si uniranno alla protesta anche i lavoratori delle altre fabbriche genovesi, in un fronte comune “a difesa dell’industria a Genova”.
La lunga telefonata tra il governatore ligure Marco Bucci e il commissario di Acciaierie d’Italia Giancarlo Quaranta non è bastata a sciogliere il nodo dello stabilimento ex Ilva di Cornigliano. La giornata di ieri si è chiusa così come era iniziata: con la fabbrica ferma, la città paralizzata dal corteo e i lavoratori determinati a proseguire la mobilitazione, ora rafforzata dalla chiamata allo sciopero generale.
Bucci, incontrando gli operai, ha raccontato di aver passato «molte ore al telefono nel pomeriggio» e ha assicurato che il confronto non si fermerà: «Continuiamo domani, non è che molliamo, io continuerò a fare il mio lavoro come amministratore e voi continuate a fare il vostro, siamo tutti nella stessa barca, come si dice da noi in Liguria». Il governatore ha spiegato che, dopo diversi confronti, è stata stimata «una cifra che oscilla attorno ai 15 milioni» come importo necessario per far arrivare subito il materiale da zincare a Genova.
Secondo quanto riferito, quei fondi sarebbero di fatto disponibili, ma Bucci ha insistito sul fatto che «esiste un problema con la legge europea che non consente che ci siano aiuti di Stato per le aziende che sono in commissariamento», definendo come «un’infrazione enorme» l’eventuale violazione delle norme Ue. Ha però garantito che «da domani mattina noi continuiamo a lavorare per cercare di risolvere il problema», ammettendo che non sarà «una cosa facile» nonostante la cifra non sia ritenuta particolarmente elevata.
Bucci ha poi riferito ai lavoratori di aver ricevuto assicurazioni sul futuro immediato del sito: «Mi hanno garantito che quando l’alto forno secondo di Taranto sarà messo in funzione arriverà la zincatura di parte, punto e basta, e questo sarà per fine febbraio, e qui a fine febbraio nessuno perde il lavoro, nessuno va in cassa integrazione, i 655 sono garantiti». Un impegno ribadito più volte, con la promessa che «nessuno va in cassa integrazione sino a quando non riparte la zincatura».
Nel suo intervento il governatore ha anche invitato a mantenere alta la mobilitazione, ma senza esasperare i toni con la città: ha riconosciuto che «vi siete comportati bene in questi giorni» e ha chiesto di «continuare a comportarvi bene perché la città e chi lavora hanno anche bisogno di poter fare la vita normale». Al tempo stesso ha sottolineato il valore strategico dello stabilimento: «Io ci ho lavorato, continuerò a lavorarci perché ritengo che sia opportuno che la nostra fabbrica continui ad andare avanti e soprattutto anche ad ingrandirsi, perché il prodotto che fate qui a Cornigliano è un prodotto che ha mercato, è un prodotto che si vende», aggiungendo che «queste leggi europee o queste costrizioni dovrebbero consentire ai prodotti invece di essere venduti, venduti bene».
Cortei, viabilità, blocchi e presidio permanente
Le rappresentanze sindacali della Fiom Cgil hanno fatto sapere che il presidio davanti alla stazione ferroviaria di Cornigliano verrà mantenuto, così come i blocchi della viabilità. Al momento piazza Savio, a Cornigliano, è chiusa la direzione levante verso la strada Guido Rossa da piazza Savio. Per la direzione ponente della strada Guido Rossa, chiusa l’uscita su piazza Savio e chiusa anche in direzione del casello di Genova Aeroporto
Per stamattina è stata convocata un’assemblea alle 5 all’ingresso dello stabilimento e si lavora all’organizzazione delle iniziative connesse allo sciopero generale dei metalmeccanici genovesi previsto per domani, con l’ipotesi di una nuova manifestazione diretta verso la Prefettura.
La seconda giornata di protesta, ieri, è cominciata all’alba, subito dopo l’assemblea ai cancelli. In testa al corteo è stata collocata la grande benna usata in acciaieria per spostare i coil, diventata simbolo della mobilitazione. La prima tappa è stata l’aeroporto Cristoforo Colombo; da lì il serpentone, aperto dallo striscione “Genova in lotta per l’industria”, ha imboccato l’autostrada: una scelta senza precedenti nella storia delle vertenze operaie cittadine.
La A10 è stata chiusa su alcuni tratti, con chilometri di coda e la Liguria di fatto divisa in due mentre i manifestanti procedevano verso il Ponte San Giorgio. Proprio sul viadotto che ha sostituito il Morandi, divenuto simbolo della resistenza e della rinascita della città, il corteo si è fermato per qualche minuto, prima di riprendere la marcia verso l’uscita di Genova Ovest e tornare infine al presidio di Cornigliano, mentre il traffico autostradale e sulla viabilità ordinaria iniziava lentamente a defluire.
In parallelo, anche a Taranto alcuni lavoratori dell’ex Ilva e delegati sindacali hanno inscenato un blocco sulla statale 100 Taranto-Bari, nell’ambito delle iniziative iniziate con lo sciopero e l’occupazione della fabbrica. Da lì è arrivato un appello diretto alla presidenza del Consiglio: i sindacati hanno chiesto la convocazione di un tavolo unico a Palazzo Chigi che riunisca tutte le realtà del gruppo, dal Nord al Sud, e la riapertura del confronto complessivo sul futuro di Acciaierie d’Italia. Il piano presentato dal governo viene giudicato irricevibile perché, secondo le organizzazioni dei lavoratori, porterebbe alla chiusura progressiva di tutti gli stabilimenti.
A Genova, intanto, il clima resta tesissimo. Nelle assemblee e nei comizi improvvisati si è levata la critica alle regole europee sugli aiuti di Stato, considerate dai sindacati un alibi politico. Alcuni storici delegati della Fiom hanno sostenuto che, se la tensione dovesse salire e si arrivasse allo scontro con le forze dell’ordine, la responsabilità ricadrebbe sul governo, chiamato a spiegare all’opinione pubblica perché chi difende fabbrica e occupazione finisce per essere manganellato in strada. Un segnale di quanto, dietro i numeri e i vincoli di bilancio, stia crescendo la rabbia di un intero fronte operaio.
USB: “Ritirare il piano corto e aprire un tavolo permanente”
In questo quadro, l’USB Industria ha diffuso una nota in cui sottolinea come la presentazione del piano denominato “ciclo corto” stia alimentando forti tensioni sociali nei territori, aggravate – a giudizio del sindacato – dalla decisione di interrompere ulteriori attività produttive. L’organizzazione parla di ripercussioni pesanti e irreversibili sul futuro degli stabilimenti ex Ilva, già segnati dalle incertezze sul salvataggio del gruppo, sui processi di decarbonizzazione e dal timore di una vera e propria dismissione delle attività.
USB chiede l’istituzione di un tavolo permanente alla Presidenza del Consiglio con la presenza della premier Giorgia Meloni e, contestualmente, avanza una serie di richieste precise: il ritiro immediato del “piano corto” e la sospensione delle operazioni di spegnimento delle batterie 7, 8, 9 e 12; l’invio di coils da Taranto agli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi per garantire la continuità produttiva; lo stop a ulteriori allontanamenti dei lavoratori dagli impianti per percorsi di formazione privi di reali prospettive occupazionali; l’avvio di un piano strutturale di manutenzione degli impianti. Il sindacato fa sapere di attendere una risposta rapida dal governo e avverte che, in caso di ulteriore deterioramento della situazione produttiva e occupazionale, metterà in campo iniziative di mobilitazione a carattere nazionale.
Le mosse della politica: interrogazioni, critiche e un ordine del giorno unitario
Sul fronte politico, il deputato ligure del Partito Democratico Luca Pastorino ha ricordato come già lo scorso 19 novembre, durante la mobilitazione di Acciaierie d’Italia, fosse stato annunciato un suo intervento in Parlamento. Pastorino ha spiegato che mercoledì alla Camera chiederà direttamente al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso quali siano le intenzioni del governo per la soluzione della crisi ex Ilva a livello nazionale, con particolare attenzione alla situazione di Genova. Dopo l’esito ritenuto deludente del tavolo romano della scorsa settimana, il parlamentare sostiene che sia giunto il momento di chiarire in modo trasparente lo stato del dossier e le prospettive future del gruppo siderurgico, iniziativa che verrà portata avanti insieme ai colleghi liguri Valentina Ghio e Alberto Pandolfo.
Duro anche il giudizio di Italia Viva. La capogruppo al Senato Raffaella Paita ha parlato di lavoratori esasperati da Genova a Taranto e ha attribuito al ministro Urso una pesante responsabilità, ritenendo insufficiente la sua azione di governo. Secondo la senatrice, il centrodestra ligure starebbe evitando di mettere in discussione l’operato del ministro, accettando di fatto – questa la critica – il rischio di vedere dismessi i siti produttivi e centinaia di operai finire in cassa integrazione. Paita ha chiesto le dimissioni immediate di Urso, sostenendo che sia necessaria una “scossa” politica per evitare di perdere definitivamente il patrimonio industriale del gruppo. A suo giudizio, a Palazzo Chigi mancherebbe un progetto chiaro sul futuro della siderurgia e dell’industria italiane, e l’esecutivo apparirebbe paralizzato nella speranza che la crisi si risolva da sola.
Dal Consiglio regionale ligure arriva invece un’iniziativa bipartisan. Il capogruppo del Pd Armando Sanna ha illustrato un ordine del giorno, sottoscritto da tutti i capigruppo di maggioranza e opposizione e approvato all’unanimità, con cui si chiede alla Regione di farsi parte attiva presso il governo per ottenere il ritiro del “piano corto” e la definizione di un nuovo piano industriale con presenza pubblica. L’obiettivo indicato è la salvaguardia dell’intera filiera dell’acciaio degli stabilimenti Ilva, a tutela della capacità produttiva integrata e dei livelli occupazionali, aprendo a ulteriori iniziative di rilancio e valorizzazione anche attraverso modelli operativi diversi.
Sanna ricorda come lo stabilimento di Cornigliano sia considerato un asset strategico per il tessuto industriale genovese e per l’economia regionale e ribadisce che la siderurgia rappresenta un settore chiave per la politica industriale nazionale. La mozione impegna la Regione a sollecitare il governo a valutare il coinvolgimento, nel nuovo piano industriale, dei grandi player nazionali a controllo pubblico o partecipati dallo Stato collegati alla produzione siderurgica, così da rafforzare la tenuta del sistema e garantire condizioni reali di rilancio. Il capogruppo sottolinea che è trascorso oltre un anno senza una soluzione credibile e sostenibile per il futuro del gruppo e, in concomitanza con la seconda giornata di sciopero, esprime piena solidarietà ai lavoratori di Cornigliano e di tutti gli stabilimenti ex Ilva.
Federmanager: “Area Nord da valorizzare, non solo da salvare”
Alla discussione si aggiunge anche la voce del mondo manageriale. Il presidente di Federmanager Liguria, Luca Barigione, ha dichiarato di considerare positivamente lo sforzo del governo e dei commissari nel ridistribuire temporaneamente i volumi produttivi per tutelare gli stabilimenti del Nord, interpretandolo come un segnale importante. Allo stesso tempo, ha ribadito come questa soluzione metta in evidenza il limite strutturale di una filiera giudicata troppo “Tarantocentrica”, nella quale la vita produttiva dei siti del Nord viene condizionata dalle difficoltà del grande stabilimento pugliese, pur in presenza di mercati locali solidi e ad alto valore aggiunto.
Barigione richiama i dati contenuti nel piano industriale trasmesso dal Mimit, secondo cui l’Area Nord sarebbe in grado di produrre a regime circa 2 milioni di tonnellate l’anno, servendo comparti strategici come packaging alimentare, automotive, elettrodomestici e costruzioni. Ricorda che solo il segmento zincato tra Genova e Novi supererebbe il milione di tonnellate annue, mentre la banda stagnata e cromata di Cornigliano coprirebbe una quota essenziale del mercato nazionale del packaging agroalimentare. Si tratterebbe di filiere in cui la domanda è superiore alla capacità produttiva attuale degli impianti del Nord.
Per Federmanager, il punto di ripartenza deve essere l’utilizzo effettivo degli impianti, il corretto mix produttivo e il riconoscimento del ruolo di Genova, Novi, Racconigi e Marghera nelle catene del valore italiane ed europee. L’associazione sostiene che non si debba semplicemente “salvare” il Nord, ma svilupparlo attraverso investimenti dedicati e, laddove sostenibile, con linee di approvvigionamento alternative a Taranto che garantiscano continuità anche nei momenti di crisi. Viene inoltre rimarcato il valore delle competenze professionali presenti a Cornigliano e Novi, considerate un patrimonio industriale unico: la loro perdita, avverte Barigione, equivarrebbe a smontare in silenzio una parte della sovranità industriale del Paese.
Per questo Federmanager chiede che il tavolo dedicato all’Area Nord diventi una sede stabile e tecnica, con dati condivisi su volumi, investimenti e filiere, e che alla stessa area venga riconosciuta la dignità di un vero piano industriale, misurabile e verificabile nel tempo. L’associazione conferma infine la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni in modo costruttivo e responsabile.
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