Oggi a Genova 

Fine dell’occupazione del Rettorato in via Balbi 5: «La lotta continua»

Gli studenti lasciano gli spazi del Rettorato ma rilanciano: assemblea permanente, richiesta di un’aula autogestita e tre impegni al Rettore: stop agli accordi con l’industria bellica, rescissione del bando MAECI, sostegno formale alla causa palestinese

L’occupazione del Rettorato dell’Università di Genova, in via Balbi 5, si è conclusa con un comunicato in cui gli studenti rivendicano il senso politico dell’iniziativa e annunciano i prossimi passi. «L’occupazione del rettorato ha rappresentato una delle numerose espressioni del risveglio di coscienza collettiva», scrivono, legando l’azione alle mobilitazioni «a sostegno della popolazione palestinese» e a un bisogno diffuso «di prendere posizione a partire dai propri spazi».

Gli occupanti definiscono i giorni in Rettorato «un primo passo per riportare il dibattito politico» nei luoghi di formazione, con «temi come la solidarietà internazionalista e la resistenza». Nel testo ricordano «formazioni sul sionismo e su come università e guerra siano ormai strettamente interconnesse», nonché incontri «con Francesca Albanese, relatrice speciale all’ONU per i territori palestinesi occupati, e il Partigiano Giotto». Accanto ai momenti di approfondimento, «numerosi tavoli di confronto, proiezioni e attività» per discutere «che università vogliamo e come usare gli spazi che ci offre».

Una parte del comunicato è dedicata alle alleanze costruite in città: «Le piazze, le occupazioni, i risultati ottenuti in banchina e i blocchi sono stati possibili solo grazie alla solidarietà e alla collaborazione fra studenti, lavoratori e cittadinanza attiva». Seguono i ringraziamenti «a docenti, studenti, personale ATA, dottorandi e ricercatori», oltre che alla componente cittadina, «la cui partecipazione è stata fondamentale».

Il testo contiene anche una lettura politica molto netta del contesto internazionale e dei riflessi interni: «Il sionismo è un progetto che fin dalla sua genesi si pone come avamposto degli interessi occidentali in Medio Oriente»; «“Israele” è da decenni un laboratorio permanente di tecnologie repressive». E ancora: «I grossi tagli alla sanità e all’istruzione per finanziare il riarmo necessiteranno di un consequenziale aumento della repressione dello Stato».

Sul presente e sul dopo-occupazione, gli studenti spiegano: «Oggi usciamo dall’occupazione per poter aprire il nostro progetto politico al maggior numero possibile di giovani e studenti», con l’obiettivo di «rilanciare un’assemblea giovanile e studentesca permanente». Il modello invocato è quello di «un’università libera, popolare e gratuita», capace di «costruire gli strumenti per comprendere il presente e incidervi». La cornice resta quella dell’impegno sulla Palestina: «Al fianco della Resistenza Palestinese: per una Palestina libera dal fiume al mare», ribadiscono, aggiungendo che «non faremo un passo indietro».

Tra le richieste immediate, tre punti rivolti al Rettore: «La rescissione totale degli accordi tra UniGe e l’industria bellica; la rescissione totale del bando MAECI», ritenuto «legato a politiche di apartheid sioniste»; e «il sostegno formale e incondizionato al popolo e alla resistenza palestinese». Gli studenti chiedono inoltre «in gestione un’aula dell’università» per proseguire «percorso politico, mobilitazione, dibattiti e un osservatorio sull’asservimento dell’ateneo alle aziende belliche».

Il comunicato si chiude con il titolo che ha accompagnato lo striscione calato dal loggiato del Rettorato: «La lotta continua».


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