Cronaca 

Marassi, detenuti ammessi agli esami dopo la rivolta. Le critiche della UilPa a una decisione in linea con la funzione rieducativa della pena

Le polemiche sulla partecipazione scolastica di tre detenuti coinvolti nei disordini del 4 giugno scorso sollevano un dibattito: il carcere deve punire o offrire strumenti per ricominciare? La rivolta, in un carcere ampiamente sovraffollato e dopo che un detenuto appena diciottenne era stato violentato e torturato per giorni da altri carcerati, era nata come rappresaglia ai violenti. Sulla correttezza dell’operato dei poliziotti penitenziari è in corso un’inchiesta del Ministero


Sta facendo discutere la notizia della partecipazione agli esami scolastici da parte di tre detenuti del carcere di Marassi, sanzionati disciplinarmente in seguito alla rivolta del 4 giugno scorso, durante la quale furono devastate, tra l’altro, le aule scolastiche dell’istituto. Il segretario della UILPA Polizia Penitenziaria, Fabio Pagani, critica duramente la decisione, definendola una “condotta che premia chi non rispetta regole e regolamenti”, e lamentando un mancato riconoscimento del lavoro della Polizia penitenziaria.

Tuttavia, al netto della complessità e della gravità dei fatti accaduti, la decisione di ammettere i detenuti agli esami scolastici non può essere letta solo in chiave punitiva, ma va invece ricondotta al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. L’articolo 27 della Costituzione italiana afferma chiaramente che “le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”. È in quest’ottica che va compresa l’ammissione agli esami: come un’opportunità di recupero e non come una ricompensa per cattiva condotta.

Negare la possibilità di accedere al percorso scolastico a detenuti sanzionati disciplinarmente equivarrebbe a trasformare la pena in una logica esclusivamente retributiva, contraria non solo alla norma costituzionale, ma anche alle direttive internazionali in materia di diritti umani e reinserimento sociale dei detenuti. La scuola in carcere rappresenta uno degli strumenti più efficaci per prevenire la recidiva, costruendo alternative concrete a una vita criminale.

Non si tratta, dunque, di “premiare chi ha sbagliato”, bensì di rafforzare il percorso di consapevolezza e responsabilità, anche attraverso il confronto con le istituzioni scolastiche. La stessa ammissione agli esami, dopo un isolamento disciplinare di 15 giorni, può essere letta come parte di un equilibrio tra sanzione e recupero.

In un tempo in cui il carcere rischia spesso di diventare una zona d’ombra, garantire l’accesso all’istruzione anche a chi ha sbagliato gravemente rappresenta un atto di civiltà. E un investimento sulla possibilità, sempre fragile ma necessaria, di cambiare.

Intanto prosegue l’inchiesta del Ministero sull’operato della Polizia Penitenziaria (va detto, ampiamente sotto organico e che a Marassi lavora in condizioni assai difficili per il forte sovraffollamento e la vetustà delle strutture): come è possibile che un detenuto sia stato sequestrato, violentato e torturato per giorni senza che alcuno se ne accorgesse?


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