Commercio Oggi a Genova 

Lo strano caso di Esselunga Sestri, bomba a orologeria elettorale che ora, in piena campagna, il centrodestra cerca di disinnescare

Ascom Confcommercio ha diffuso un comunicato in cui ripete il suo no ai centri commerciali artificiali. Ma quel che è fatto (migliaia di metri di superficie di vendita autorizzati), ormai, è fatto e le misure di mitigazione fatte filtrare attraverso i media non sono, con grande evidenza, che pannicelli caldi. La vera sfida della categoria, ora, è quella di tornare ad avere un peso reale sulle scelte amministrative della prossima giunta, che sia di destra o di sinistra. Avendo ben presente che non bastano provvedimenti spiccioli mirati al consenso soprattutto dei negozianti del centro per salvare quel che resta dei piccoli negozi della città

I buoi sono scappati da un pezzo: il centro commerciale è autorizzato da tempo. I cantieri dovrebbero essere già iniziati, ma manca (da troppo tempo perché si possa considerare una semplice lentezza burocratica) una firmetta dall’assessorato al Commercio. Firmetta che forse si voleva posporre a dopo il voto e che, però, dovrà arrivare prima o poi, perché è un atto dovuto e in caso contrario la cosa potrebbe anche finire a carte bollate e richieste di risarcimenti giganteschi che dovrebbe essere la collettività genovese a pagare. Il candidato sindaco del centrodestra-vicesindaco facente funzioni, che con l’assessora al commercio per 8 anni ha governato con Bucci (chi è in disaccordo può sempre abbandonare la giunta, come ha fatto a suo tempo Elisa Serafini, ma né Pietro Piciocchi Paola Bordilli lo hanno fatto, segno incontrovertibile che erano d’accordo votando le varie delibere) prova a trattare sulla superficie non food con l’azienda, ma i metri quadrati restano sempre gli stessi, 3.500. Tanti, troppi per un quartiere e una città con sempre meno residenti e abitanti sempre più vecchi e più poveri, quindi meno propensi ai consumi. E un’eventuale riduzione risulterebbe un pannicello caldo. La moltiplicazione dei centri commerciali è una precisa linea politica di Marco Bucci che era già scritta nero su bianco nel programma elettorale di 8 anni fa. Inutile stupirsi, ora che l’abbia portata avanti con pervicacia: è stato coerente. Stupisce, piuttosto, che qualcuno abbia potuto pensare di frenarlo con la diplomazia o il peso elettorale delle categorie.

Piciocchi e Bordilli provano a calarsi nella parte del volto buono del decisionismo bucciano, a restare nell’immaginario dei loro elettori “quelli del fare” e contemporaneamente a chiudere la stalla da cui potrebbero uscire a mandrie non di buoi, ma le preferenze elettorali a una manciata di settimane dalle Comunali. Provano a interpretare la parte di quelli che tentando di mitigare le conseguenze della visione liberista dell’ex primo cittadino, ormai presidente della Regione, senza invece tradirne lo spirito concreto e operativo. Ma c’è ben poco da fare, se non un po’ di ammoina per convincere la categoria dei negozianti, tradizionalmente (e forse non più nelle proporzioni di una volta) più affini al centrodestra che al centrosinistra perché nell’immaginario collettivo (non necessariamente nella realtà) garantisce “regole del gioco” più affini all’impresa.

Ma avere la botte piena e la moglie ubriaca non si può. Non possono i politici e non possono le categorie economiche. I primi non possono pretendere di mantenere il consenso dopo una serie di azioni che per 8 anni sono andate a comprimere le speranze di sopravvivenza di ciascuna delle botteghe genovesi, i secondi non possono pensare di mantenere il consenso della base contemporaneamente porgendo il destro a vicesindaco e assessora, nuovamente candidati, per mostrare segnali di discontinuità in piena campagna elettorale. Il segnale che ora il centrodestra tenta di far passare è, in soldoni, “noi non ne possiamo niente e non sarà mai più. Ora proviamo a salvare il salvabile, ma tutta questa storia non è colpa nostra. Noi ora cerchiamo di mettere rimedio per quel che si può”. Ma al punto in cui siamo non si è arrivati con un uomo solo al comando perché alla sua linea la giunta ha aderito completamente e senza fiatare ed è, con grande evidenza, corresponsabile.

Marco Bucci è stato chiaro sin dall’inizio, il suo “sì ai centri commerciali” non si è scoperto “a tradimento”, lungo il cammino della sua amministrazione, ma ne era una premessa. Nessuno si può dire sorpreso, soprattutto dopo averlo sostenuto, dall’interno e dall’esterno. E nessuno che abbia lavorato con lui può porsi ora, credibilmente, in discontinuità. Peraltro, la teoria di Bucci partiva da un presupposto di innegabile verità: lo sviluppo dell’e-commerce da cui non si salveranno nemmeno i colossi della grande distribuzione, uno sviluppo a cui il periodo del Covid ha impresso un’accelerazione non prevedibile. A maggior ragione bisognava vedere e tentare di disinnescare il rischio, ora sempre più concreto, è che i grandi gruppi della distribuzione organizzata si cannibalizzino tra di loro, lasciando sul territorio centri commerciali-cattedrali nel deserto, vuoti e abbandonati al degrado come già da tempo succede ormai non solo più negli Stati Uniti. Il tutto mentre la rete dei piccoli negozi è stata distrutta. A Genova sono diversi i centri commerciali che apriranno oltre a quello di Esselunga a Sestri. la categoria non ha ottenuto di fermarne nemmeno uno, né quello che nascerà al Palasport, né i Conad di di corso Aurelio Saffi né nessun altro.

Ieri Ascom Confcommercio ha diffuso un comunicato che appare ben conscio dell’inutilità di piangere sul latte versato, compatta la categoria e al contempo pone una generica richiesta di cambiare rotta a cui facilmente gli amministratori-candidati potranno rispondere, in campagna elettorale, con un ricco “mai più, croce sul cuore e parola di giovane marmotta”. Anche perché ormai, tra la grande distribuzione già presente e quella già autorizzata, sarebbe antieconomico per le grandi aziende aggiungere anche un solo punto vendita in una città in contrazione e aumento dell’età media degli abitanti, dove il lavoro è sempre più una chimera e dove, tra l’altro, per ragioni orografiche, aprire e gestire costa di più sia in termini di costo delle aree sia in termini di gestione della logistica.

È onesto riconoscere ad Ascom Confcommercio di aver sempre lottato contro i centri commerciali di qualsiasi insegna, sia ai tempi della sinistra sia a quelli della destra. In alcuni casi, in passato, contro insediamenti Coop, l’associazione si è anche fatta carico di ricorsi al Tar. Non molto prima di morire, lo storico e amatissimo presidente dell’associazione, Paolo Odone, bottegaio vero (come amava definirsi con orgoglio) ha avuto una lite furibonda con Marco Bucci proprio sul tema della grande distribuzione.

Per il resto, però, la categoria non è stata in grado di ottenere dall’Amministrazione interventi di mitigazione concreti ed efficaci, accontentandosi di poche iniziative residuali sbandierate come il segnale dell'”amicizia” verso i commercianti e, cioè, di due luminarie gratuite buone per farci i selfie davanti, dei parcheggi kiss&buy, dei posteggi gratuiti nel sabato dei saldi, la cancellazione in tempi di campagna elettorale della Ztl di Fontane Marose, questi ultimi tre provvedimenti in piena direzione ostinata e contraria rispetto alle linee guida della gestione della mobilità in tutti i paesi occidentali, imperniata sul trasporto pubblico e non certo sul trascinare auto in centro. Provvedimenti di fatto senza alcun peso specifico reale, in stile anni ’80, superati dai tempi e da ogni straccio di studio in tema della vivibilità delle città che è anche convenienza dei negozianti. È bastato questo per suscitare comunicati di apprezzamento per l’assessora e per la giunta, oltre alle mille foto in compagnia del gruppo dirigente dell’associazione postate sulla bacheca di Bordilli e inviate nei comunicati ufficiali.

Anche il comunicato inviato ieri da Ascom Confcommercio, in cui si legge la reale critica “storica” all’invasione della grande distribuzione organizzata, sembra costruito per porgere il destro a possibile promesse elettorali degli amministratori uscenti. Eccolo

Negli ultimi anni, Sestri Ponente ha vissuto profondi cambiamenti economici e sociali. In questo contesto, l’apertura di nuove grandi strutture di vendita (GSV), come quella ipotizzata da Esselunga, continua a rappresentare un argomento di forte discussione e preoccupazione”

Così Alessandro Cavo, presidente Ascom Confcommercio Genova, e Monia Modarelli, presidente CIV Confcommercio Sestri Ponente, che aggiungono: “Le recenti notizie relative a una diminuzione dei mq di no food nella struttura possono incidere poco, in quanto la metratura totale rimane sempre la stessa, ossia oltre 3500 mq di commerciale”. Confcommercio Genova e il CIV Confcommercio Sestri Ponente desiderano dunque ribadire con fermezza la posizione contraria a questo tipo di insediamenti. È importante chiarire che non si tratta di una presa di posizione contro un marchio specifico, bensì contro il modello stesso delle grandi strutture di vendita, che producono un impatto devastante sul tessuto economico e sociale dei quartieri.
Sono molti i temi su cui l’associazione invita la città e l’amministrazione a riflettere.
Riduzione dei piccoli negozi e posti di lavoro – Una delle principali problematiche legate a queste aperture è l’effetto diretto sui piccoli negozi di vicinato, che da sempre costituiscono l’anima commerciale e sociale di Sestri Ponente. È fondamentale chiedersi: quanti negozi perderemo nei prossimi 5 anni? E quanti posti di lavoro andranno persi a causa delle chiusure di queste attività? Spesso si sottolinea come l’apertura di una grande struttura possa generare nuovi posti di lavoro ma nessuno riflette mai su quelli che si perderanno. Ogni piccolo negozio che chiude non rappresenta solo una perdita economica, ma anche sociale: si spengono luci, si crea abbandono e si favoriscono fenomeni come la delinquenza e l’incuria. La desertificazione del territorio – Le conseguenze della chiusura dei piccoli negozi non si limitano all’economia. I quartieri perdono vivacità, si creano zone buie e spente, e si riduce drasticamente il senso di comunità. È sufficiente osservare altri quartieri di Genova dove si è verificato lo stesso fenomeno: un territorio con meno negozi è un territorio più insicuro, sporco e degradato. Una città in crisi economica e demografica – Non possiamo ignorare il contesto generale in cui ci troviamo. Genova sta affrontando una grave crisi demografica, con una popolazione in costante diminuzione e un’economia locale che soffre da anni. I consumi sono in calo, anche a causa dell’aumento dei costi fissi che gravano sulle famiglie. In un contesto come questo, ha davvero senso ampliare l’offerta commerciale con strutture che non fanno altro che togliere clienti e risorse ai piccoli esercenti?
Le nostre richieste – Come CIV e Confcommercio Genova abbiamo cercato per anni di far comprendere queste problematiche alle autorità e agli enti competenti, evidenziando con dati e riflessioni l’impatto devastante di queste scelte sul territorio. Ora chiediamo con forza che venga bloccata ogni ulteriore espansione di grandi strutture di vendita. Non è una battaglia contro il progresso o contro la modernità ma una difesa di un modello economico sostenibile, che metta al centro le persone, le comunità e la vivibilità del nostro territorio.
Invitiamo tutti a riflettere: quanto vale la perdita di un negozio di vicinato? Quanto ci costerà, come quartiere, ogni saracinesca che si abbassa per sempre?

Più esplicito e sanguigno, sulla propria bacheca personale, lo storico commerciante sestrese Agostino Gazzo, per tanti anni presidente del Civ di Sestri Ponente

Quanto scritto dai giornali oggi (ieri per chi legge n. d. r.) certifica le bugie di Bucci. Tra le varie, su Esselunga , la più grande è sulla metratura del non food. Poco prima delle regionali, in un incontro con presidenti di sindacato e di civ genovesi, in Confcommercio, su nostra precisa domanda ci rispose sprezzante, “è una bugia, non esiste nessuna metratura di non food. Non so chi vi racconta queste bugie”.

Ora come credere più a quest’uomo, che mai ha messo sul piatto un confronto franco e onesto.
L’atteggiamento di Piciocchi è diverso. Sicuramente più gentile, costruttivo e rispettoso delle diverse parti. Ma non possiamo non pensare che si son fatti progetti senza pensare veramente alle necessità di un territorio.
Rimane poi che le giunte Toti e Bucci hanno concesso i permessi per una Esselunga di dimensioni spropositate, in un territorio in sofferenza dove non hanno mai pensato a interventi riequilibrativi. Trattare dopo che son stati dati tutti i permessi è impresa ardua. Alla fine a uscire sconfitto è sempre il territorio.
Poi è abbastanza deprimente vedere i commenti di parte che denunciano “commercianti che prima erano zitti e ora son contro Esselunga”. Prima quando? Sono trent’anni che lottiamo per una riqualificazione urbana e per una pianificazione commerciale che abbia un senso. Lo rivendico in prima persona, ricordando le liti con l’allora sindaco Vincenzi per le nuove Coop e la mancanza di investimenti sul territorio.
Il piccolo commercio non è contro la GDO. Vorrebbe pari opportunità. Quando apre una grossa struttura di vendita è come si costruisse un nuovo quartiere, più accessibile e gradevole , con parcheggi e verde urbano , con strutture nuove e dinamiche. I piccoli negozi mantengono vivo il territorio dove lavorano, le loro luci accese sono l’indice di fruibilità di una via, di un quartiere, ma si trovano ad avere un territorio sempre meno accessibile con mancanza di parcheggi e scarsità nella qualità e nel servizio dei mezzi pubblici; una illuminazione delle vie più che carente, che genera anche problemi di sicurezza, strade sporche e rovinate. Tutte cose dove dovrebbe intervenire la Pubblica amministrazione, che non lo fa. Da troppo tempo.
La GDO fa chiudere il piccolo? Lo abbiamo provato sulla pelle dei negozi, con Fiumara e la desertificazione di Sampierdarena. Genova, da anni, è una città poco creativa. Ogni spazio dismesso viene riempito con medie o grosse strutture di vendita. In una città che non cresce demograficamente che servizio si dà? Per chi? Saremmo ben felici di vedere aprire GDO in una città che crea lavoro e aumenta di abitanti e dunque necessita di nuove strutture commerciali. Ma che futuro ha una città dove ogni nuovo progetto, per reggersi, ha bisogno di commerciale? Vedi il mercato del pesce, vedi il Waterfront, vedi Carignano. In una città come la nostra l’immediata reazione a queste aperture , non supportate da un numero di abitanti necessario, è lo spostamento dei flussi da una parte all’altra creando nuove sacche di depressione.
Quando chiediamo investimenti sul quartiere, quando diciamo che integrazione vuol dire investire sulla scuola, sui servizi sociali, sulla sanità pubblica, difendiamo il diritto di una città a essere moderna nei servizi essenziali. Non lo facciamo solo perché lavoriamo qui ma perché ci viviamo anche. È la nostra casa che difendiamo.
Spesso si ignora il fatto che un imprenditore lavora facendo i conti con la ragione e i dati. Noi, piccoli commercianti, spesso, “ragioniamo” con il cuore. Se guardo il futuro dovrei andare via da Sestri. Rivendico con orgoglio la mia scelta di investire qui, perché la mia impresa ha un cuore nella storia di questo quartiere. La mia scelta che è quella di tutti i negozi di vicinato che non vi abbandonano, che ogni giorno alzano la saracinesca e investono in qualità. Siamo un argine al degrado e all’abbandono. Pensateci quando entrerete in un negozio di quartiere e quando scrivete su Facebook. C’è bisogno di una città giusta, che sappia unirsi a difendere diritti essenziali. Altrimenti saremo tutti un po’ più soli a vivere in quartieri dormitorio. Ma pieni di GDO .

La vera sfida della categoria, quando i buoi sono, appunto, ormai scappati da un pezzo, è quella di riuscire a tornare ad avere un peso sulle scelte amministrative ottenendo non pannicelli caldi con più ricaduta di consenso che reale utilità, ma vero protagonismo, che la prossima giunta sia di destra o di sinistra. Perché, sì, è possibile anche questa seconda evenienza.


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