Dopo l’incendio nella Casa del Soldato, gli architetti rilanciano il progetto malamente abortito della “Casa di Quartiere”

Il progetto partecipativo per il riuso dell’opera razionalista di Luigi Carlo Daneri era stato accantonato, su proposta dal centrodestra (avallata dal centrosinistra), a favore di quello della caserma dei Vvf, sin da subito palesemente irrealizzabile per i vincoli che ricadono sull’opera e puntualmente anche quello archiviato, ennesima vittima di percorsi viziati da superficialità nelle valutazioni. L’incendio di ieri tira fuori la Casa del Soldato dall’oblio in cui era nuovamente precipitata nel frattempo e riporta d’attualità il recupero e il riuso. Le opinioni degli architetti Camilla Ponzano, Francesco Rosadini e Jacopo Baccani


Ieri, nel tardo pomeriggio, un incendio è divampato nella Casa del Soldato di Sturla. Un “minimo” fatto di cronaca che, però, rilancia il tema della struttura progettata nel 1936 dall’architetto Luigi Carlo Daneri* che, dopo un faticoso ma significativo percorso era stata destinata a Casa di Quartiere e passata dal Demanio al Comune, ma nel 2019 è stata resa al Demanio, con una buona dose di inconsapevolezza a proposito dei vincoli e conseguenti difficoltà tecniche e questo nonostante gli alert degli esperti, con l’idea di farci una caserma dei Vigili del fuoco. Ovviamente, quegli ostacoli che erano stati segnalati hanno impedito la trasformazione in caserma e lo stabile è tornato in abbandono.

L’edificio già in passato era stato vandalizzato perché di fatto abbandonato da almeno un decennio e lasciato alla mercé di chiunque volesse entrarci abusivamente. L’incendio di ieri è figlio del tentativo di scaldarsi di qualche persona senza dimora alle prese con il gelo di questi giorni (tralasciamo qui, adesso, tutto il discorso che ci sarebbe da fare sul sociale perché troppo ampio per farci un semplice inciso), ma in passato ci sono stati molti episodi di puro e semplice vandalismo distruttivo.
Cosa è la Casa del Soldato
La Casa del Soldato, già Casa littoria rionale “Nicola Bonservizi”, è un edificio sito nel quartiere di Sturla. Opera dell’architetto Luigi Daneri, rappresenta un importante esempio di architettura razionalista ed è sottoposto a vincolo da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria.
L’edificio fu costruito su progetto dell’architetto razionalista Luigi Carlo Daneri e compiuto nel 1938. Ospitava in origine il gruppo rionale fascista di Sturla, intitolato al “martire” Nicola Bonservizi**.
Si trova in stato di abbandono dal 2009. Un progetto di restauro elaborato nel 2016 rimase senza seguito. Un sopralluogo effettuato nel 2020 dal CLSM (Coordinamento Ligure Studi Militari) ha documentato uno stato precario degli interni a causa di accessi non autorizzati e vandalismi. Dopo una iniziale attribuzione in gestione al corpo nazionale Vigili del Fuoco, che però vi ha rinunziato per la complessità (per non dire impossibilità) di utilizzo operativo di un bene storico di questa tipologia e pregio.
Le scelte progettuali furono fortemente condizionate dalle caratteristiche del sito: la casa sorge infatti su un terreno posto 11 m più in basso della strada su cui si affaccia. Daneri ideò quindi un edificio a torre, con i tre piani inferiori (non visibili dalla strada) destinati agli uffici di minore importanza, un piano libero al livello stradale e un piano superiore contenente gli spazi di rappresentanza, che dalla strada appare come un corpo a sé stante, poggiante su pilotis alla maniera corbuseriana. Il corpo superiore viene trapassato dal corpo scala in vetrocemento di forma ellissoidale, che si innalza superiormente a formare una sorta di torre. Il carattere dell’edificio si mantiene comunque distante dalla magniloquenza tipica di altre costruzioni simili, mantenendosi fedele a un puro linguaggio razionalista. Secondo la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria, risulta “particolarmente interessante il “taglio” dell’edificio a livello di Piazza Sturla che dona leggerezza e ricorda il celebre esempio della Ville Savoye*** di Le Corbusier****”.
Molto interessante è l’intervento scritto nel 2019 da Andrea Canziani su “Il Giornale dell’Architettura” a seguito della decisione di rendere al Demanio l’edificio per il progetto (come abbiamo detto, poi tramontato) della caserma dei Vigili del fuoco. Canziani è architetto presso la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Liguria, dove è responsabile del settore architettura e paesaggio nell’Ufficio Formazione e rapporti con Università. Insegna Architectural Preservation presso il Politecnico di Milano.
«Martedì 2 luglio (2019 n. d. r.) il Consiglio comunale ha deciso di restituire al Demanio dello Stato un piccolo edificio, rinunciando al progetto del suo recupero, a cui aveva lavorato per anni. Si tratta della Casa littoria intitolata a Nicola Bonservizi realizzata nel quartiere di Sturla da Luigi Carlo Daneri nel 1936-38, uno dei suoi capolavori, riconosciuto dal 2014 ufficialmente parte del nostro patrimonio culturale . scrive l’architetto -. In Italia ultimamente assistiamo a diversi modi di perdere la memoria. In architettura si passa dalla rimozione totale con la dinamite, alla rimozione selettiva per svuotamento dei significati, all’abbandono, alla scientifica destrutturazione. Genova allinea incredibilmente un’amplia rappresentanza di tutti questi modi di cancellare la memoria. Per insipienza, ignoranza, noia, opportunismo, autopromozione politica. L’ultimo di questi fatti, dopo gli illustri precedenti di musei, mercati e ponti, riguarda le sorti di una raffinata architettura che col tempo è assurta a capolavoro iconico del Moderno. La Casa littoria di Sturla è davvero un piccolo gioiello di Daneri, non tanto per la sua citazione corbusieriana fatta di pilotis, finestre a nastro, tetto praticabile, ma per la soluzione inventata per un luogo difficilissimo».
Tra le altre cose, sull’articolo, che vi invitiamo ad andare a leggere, Canziani parla de «L’azzeramento di un processo di recupero virtuoso» e scrive «Un’architettura simile merita attenzione. E infatti dopo una lunga parentesi, che dal dopoguerra la vede sede di associazioni e di uffici dell’amministrazione militare, finalmente nel 2016 sembra iniziare una storia diversa. Per uno di quei rari processi virtuosi che possono davvero accadere, un’università (quella di Ferrara attraverso il suo dipartimento di Architettura) mette a disposizione uno studio approfondito; un consiglio di zona e i suoi cittadini propongono un uso lungamente pensato (una casa di quartiere e collegamento urbano); un dispositivo di legge dà lo strumento perfetto (il federalismo demaniale); un ufficio tecnico comunale e un’amministrazione ci credono (chiedono di entrare in possesso dell’immobile e coordinano il progetto); una soprintendenza responsabile della tutela verifica che tutto si possa fare (promuovendo un progetto curato fino al dettaglio). Ma per uno di quei purtroppo non rari processi “sabbiosi” che possono purtroppo accadere, con le elezioni comunali del giugno 2017 tutto viene fermato e oggi, dopo la restituzione al Demanio, è solo carta straccia. Il futuro di quel piccolo frammento di memoria viene rimesso in discussione, ma soprattutto viene messo a rischio dall’idea che questo, solo unicamente questo, possa essere il luogo in cui un’intera città può trovare lo spazio per un nuovo indispensabile distaccamento dei Vigili del fuoco. E quindi, senza meditare oltre, in poche settimane si deve procedere e obbedire. E così eccoci ancora una volta ad assistere al più banale errore in cui può incappare un progetto: decidere una funzione senza conoscere un’architettura, senza valutare prima se le prestazioni richieste sono sensate, senza valutare costi e benefici, che nel caso del patrimonio culturale non si misurano solo in metri quadrati».
La storia del progetto partecipato
L’architetta Camilla Ponzano racconta la storia del progetto partecipativo del riuso dell’immobile vincolato di Sturla.
Dice Ponzano: «Due anni di percorso di partecipazione dell’Amministrazione (giunta guidata da Marco Doria precisamente e in particolare l’assessore Emanuele Piazza che si occupò proprio del federalismo demaniale) che coinvolse numerose associazioni e comitati (direi 39 realtà, che non è un bruscolino, vado a memoria) che con entusiasmo lavorarono alacremente e generosamente – anima, core e vita – per un progetto collettivo. Il progetto era una Casa di Quartiere, che rispondeva non solo alle esigenze e ai desideri della cittadinanza di un pezzo di città, ma alle esigenze di questo piccolo gioiello di Luigi Carlo Daneri da preservare e valorizzare nella sua essenza. Una cosa complessa a livello storico rielaborare la Bonservizi, Casa Littoria, stiamo anche parlando di questo, di un oggetto ereditato dal ventennio fascista, con cui ci si stava facendo i conti collettivamente e nell’antifascismo. Mai avrebbe potuto accogliere funzioni altre (tipo una caserma dei pompieri) perché i vincoli stringenti, meno male che ci sono, non permettono adeguamenti sismici imposti per usi diversi da quello della casa di Quartiere. Il progetto di Casa di Quartiere aveva permesso la cessione del bene al Comune di Genova da parte del Demanio. Poi il cambio di giunta, il decreto sicurezza bis di Salvini con soldini per le caserme, e puf, il percorso si interrompe, quando doveva solo trovare compimento nella realizzazione, con lo sfaldamento di quella rete civica estremamente coesa e partecipe, e la ricessione al demanio, promossa chiaramente dalla maggioranza di centro destra, ma con il benestare di tutti i gruppi consigliari di opposizione, con astensione del Pd».
«Un totale disconoscimento del lavoro di un’intera comunità (dal basso e insieme all’amministrazione dell’epoca) per promuovere un progetto di caserma, già nelle sue premesse irrealizzabile per evidenti motivi tecnici, con il benestare trasversale di un intero consiglio – prosegue Ponzano -. Non una voce dissonante… Un capitolo tristissimo, oltremodo patetico. Riprendiamocela, ora, ben ricordandoci com’ è andata, con sperticamenti e stracciamenti di vesti in campagna elettorale e i voti e i volti della disfatta quando poi si doveva decidere. Un capitolo penoso e grottesco, ma possiamo benissimo ripartire, basta essere consapevoli e ricordarsi bene la storia nel dettaglio. Quei 2 anni di partecipazione, si parla del 2014 più o meno, eravamo in piena recessione per la crisi globale. Senza soldi, pensavamo insieme. Niente, mi son ricordata del Pnrr e di come i soldi servono, ma non bastano, se nel frattempo hai distrutto tutto il resto, a partire dai Municipi, a livello amministrativo, e dalle reti di cittadinanza attiva sui territori, con tutte le loro infinite competenze e l’enorme capitale umano, reale e vitale. Voltiamo pagina. Tocca a noi dirlo perché lo abbiamo vissuto e queste storie bisogna raccontarle bene per mettere a fattor comune e fare un passo avanti».
L’architetto Francesco Rosadini, autore anche di una monografia, aveva affidato ai social un intervento nel 2019, prima che uscisse l’idea, tutt’altro che fulgida, di trasformare l’edificio in una caserma.
«Non è mai sbagliato chiamare le cose col loro nome: il piccolo edificio di Sturla, opera di Luigi Carlo Daneri e pietra miliare dell’architettura moderna genovese, non è nato come “Casa del Soldato” ma come “Casa Littoria Rionale Nicola Bonservizi” – si legge -. La rimozione di un passato scomodo è comprensibile, ma ha già fatto abbastanza male al suo effettivo uso e ruolo: nel 1944, con il Decreto Legge Luogotenenziale 159, il Governo Provvisorio del Regno d’Italia stabilisce la devoluzione allo Stato dei beni del fascismo e delle case littorie in particolare. Il quale Stato, dopo la guerra, le risemantizza immediatamente per cancellarne i significati ideologici, destinandole ad associazioni d’arma o presidi di ordine pubblico (Carabinieri, in genere): in tal modo tramandandone, implicitamente, il significato di “sede dell’Autorità Costituita”, ma cancellandone invece, di fatto, il valore sociale di “sede associativa di quartiere”. Quel secondo valore non era affatto un attributo da rimuovere. Le case rionali prendevano in realtà il posto delle associazioni che il fascismo aveva abolito dal 9 Marzo 1928 in poi: gli scout, l’Azione Cattolica, una moltitudine di società sportive e culturali. Le case del fascio fornivano capillarmente, purché inquadrati dal regime, gli spazi e gli strumenti per le attività sociali, provvedendo al loro interno palestre, sale per eventi e riunioni, bar e locali di trattenimento. Oltreché, naturalmente, le sedi dei gruppi politici e delle milizie. La casa di Sturla ha subìto naturalmente lo stesso trattamento: nel dopoguerra, da casa littoria è diventata prima sede di uffici dell’amministrazione militare (“Casa del Soldato”), poi dell’associazione Nastro Azzurro ed altri enti ed usi d’arma, incluso, al piano superiore, un alloggio per ufficiali. Dal 2009 è vuota, ma tra le ipotesi sul campo vi è ancora oggi, sorprendentemente, quella di sede dei Vigili del Fuoco. Nel 1979, durante gli Anni di Piombo, si decise la protezione dell’ingresso con una pesante cancellata, che tuttora impedisce l’accesso alla vasta loggia a piano terra, che fino ad allora era in continuità con la strada e costituiva una vera e propria piazza pubblica coperta. Quella piazza costituisce la vera testimonianza del valore pubblico di quartiere della ex casa rionale Bonservizi. Quella piazza dove oggi non si può più andare, e dove invece sarebbe giusto tornare, non in quanto cittadini in divisa, ma in quanto cittadini di Genova ed in particolare di Sturla. Recentemente, la struttura è stata oggetto di un percorso di progettazione partecipata che ha coinvolto decine di cittadini, realtà, associazioni e che, ad oggi, rimane un percorso non concluso. “Casa di Quartiere” ci pare, in definitiva, il nome ed il destino più adatto, per questo piccolo capolavoro dalla storia difficile. Speriamo che possa andare quanto prima a buon fine». Non fu così.
A Rosadini abbiamo chiesto, ora, qualche particolare in più.
Come si può recuperare il progetto?
Una volta ritrovato un committente, che ai tempi era questa quantità di associazioni del territorio, c’è da fare un dimensionamento, se si vuole, degli spazi relativi a queste possibilità e poi andare avanti.
Il recupero è molto oneroso?
Io dentro non sono mai stato, però da fuori si vede che lo stato di grado, chiaramente. avanza. Il guaio è il fatto che dal momento in cui hanno messo questa cancellata all’ingresso, che ha escluso la possibilità di accedere alla piazza, tutto quanto è diventato sempre di più inaccessibile e quindi sempre più degradato. E il degrado ha chiamato a degrado, il problema è questo.
Per tornare alla strategia…
Una strategia potrebbe essere quella di cominciare a riaprire gli spazi che sono più accessibili, quelli che sono più immediatamente fruibili. Ricordo quando hanno messo la grata. Ero ragazzo, però già percepivo come una violenza il fatto di mettere questa grata così spessa, così enorme, in quella che era a tutti gli effetti una piazza pubblica, era un edificio sociale. E poter utilizzare il piano superiore e il piano della piazza come una zona di accesso e di fruizione da parte del pubblico, come già si era ipotizzato ai tempi del percorso partecipativo, potrebbe già essere una prima strategia. Poi, dopo, piano a piano, potrebbe esserci un serie di interventi che possono poi prendere in carico l’appropriazione di tutti gli spazi che sono sottostanti alla “piazza”. Sono tanti, sono molto di più di quello che appare. Comprendono anche spazi di vasta diminuzione in cui potrebbe stare, ad esempio, una palestra.
Quale vocazione ha la struttura?
Ogni spazio ha le sue vocazioni. La vocazione di quell’edificio è essere un servizio sociale. È uno spazio sociale in un quartiere dove non ci sono spazi sociali. Sturla non ha piazze, non ha luoghi di ritrovo, quindi quello potrebbe essere veramente un punto focale che insiste su una piazza che forse è l’unica del quartiere. Uno spazio su cui gravitano attività commerciali o di ritrovo: penso alla chiesa, penso al bar che sta davanti, penso al vicino liceo. Potrebbe essere veramente riqualificato in modo da poter gestire e ospitare tutte queste possibili potenzialità, tutte queste possibili energie che ci sono sul luogo. Quindi potrebbe essere già il primo motore di un recupero.
L’edificio ha una reale importanza dal punto di vista architettonico?
Ho studiato Daneri, continuo a studiare Daneri, per cui quella per me è una pietra miliare dell’architettura genovese, ligure, anche italiana se si vuole, perché ha avuto un riflesso, ha avuto pubblicazioni a livello anche internazionale. Noi non ci pensiamo passandoci, perché ci sembra una roba che è appunto un buco nero, un dente cariato che per sé è veramente degrado della zona. In realtà quello a suo tempo fu uno degli episodi in cui l’architettura italiana minge sulla testa, anche non solo metaforicamente, perché poi questo volume che esce fuori dalla strada è un punto che uno mette sulla testa in modo anche impensato.

Quella era una casa littoria, una casa del fascio, le case del fascio erano caratterizzate da una tipologia molto ieratica e molto consolidata, anche se non per forza normata da un punto di vista legale. Cioè ci doveva essere una torre, ci doveva essere un balcone, ci dovevano essere tutti i simboli del potere, che lì in effetti o non c’erano o erano comunque trasfigurati in una metafora navale che era più consona, se si vuole, all’idea genovese di monumentalità piuttosto che all’idea di regime.
In che stato è la struttura e vale la pena di recuperarla. Per gli “addetti ai lavori” certamente sì, ma l”uomo della strada” potrebbe sottovalutarne il valore.
«C’è un grosso tallone d’Achille in questo genere di modernismo, che è il modernismo cosiddetto purista – spiega l’architetto Jacopo Baccani -.

Questo genere di modernismo non sopporta il tempo, non sopporta i segni del tempo, quella che viene chiamata “la patina del tempo” che dà profondità in tutti i sensi. Su una facciata manierista o barocca o storicista, ottocentesca o eclettica, un accumulo di sporco, entro certi limiti chiaramente, dà profondità, aggiunge tridimensionalità, fa un po’ effetto ombretto, effetto eyeliner. Su una facciata, su un’architettura di questo genere, quindi quel filone modernista anni Venti che in Italia arriva un po’ dopo, che è il cosiddetto filone purista del primo Le Corbusier, fa solo effetto trasandato. E questo è un problema, è un problema per cui architetture del genere necessitano di una manutenzione ossessiva, pensiamo che Ville Savoye (a sinistra, foto dell’architetto Baccani n. d. r. ), che per certi aspetti è la matrice della Casa del Soldato, è monumento nazionale e quindi riceve le attenzioni anche economiche e finanziarie di un monumento nazionale ed è stata sottoposta a massicci restauri, vado a memoria, credo tre volte. E non ha cento anni».
«E poi c’è il problema, se vogliamo ancora più vasto, della appropriazione del patrimonio moderno e modernista da parte del vasto pubblico – prosegue Baccani -. Il vasto pubblico ha meno blocchi, ha meno remore a fare suo tutto ciò che è premodernista, perché, tornando alle categorie precedenti, l’eclettico, lo storicista, l’antico non meglio precisato, ha un ché di familiare, mentre l’architettura modernista, come l’arte moderna, l’arte novecentesca, spesso risulta cruda, spesso risulta spiazzante, va spiegata. E allora al sospetto e allo sconcerto, nove volte su dieci segue il rifiuto e conseguentemente se un’architettura modernista va in malora, la reazione più immediata da parte dell’uomo della strada è “va be’, allora tanto vale, tiriamola giù che tanto è brutta. A questo punto però, per chi non è del mestiere, e anche per una buona fetta di chi è del mestiere, ma poi più di tanto non ci va da certe cose, umiltà suggerirebbe di ragionare alla rovescia, e cioè sì, ok, quell’edificio lì, quel coso lì, a me sembra più un archivio da ufficio… Però l’hanno pubblicato, gira su libri importanti, è sui libri di storia, sai che c’è? Nel dubbio, teniamocelo buono, che magari potrebbe addirittura essere un’attrazione».
Ci sono, dunque, diversi ottimi motivi per tirare davvero fuori la Casa del Soldato dall’oblio, per trasformare il “buco nero” in un luogo di aggregazione e servizi per il quartiere e la città, magari anche per gradi. Basta che ci sia la volontà politica di ammendare agli errori fatti.
*Luigi Carlo Daneri (Borgo Fornari, 20 maggio 1900 – Genova, 7 settembre 1972), allievo di Marcello Piacentini e indiscusso protagonista delle vicende architettoniche genovesi, operò all’interno dello stesso contesto, applicando soluzioni progettuali diverse alle sue architetture, ma sempre relazionandosi fortemente con il territorio. A Genova l’architetto ebbe modo di lavorare a diverse scale: dall’architettura-infrastruttura, come accadde con il quartiere residenziale Ina Casa sulla collina di Quezzi (il Biscione); passando per la scala urbana di piazza Rossetti in cui costruisce un insediamento a C che include il quarto lato: il mare. Ad alcuni critici l’architettura daneriana appare una forma manierista del linguaggio corbuseriano; in effetti Daneri riprende alcune tipologie ed elementi espressi da Le Corbusier, ma li riadatta al contesto ligure.
**Nicola Bonservizi è stato un giornalista. Promotore del primo Fascio di Parigi nel 1922, fu corrispondente estero de Il Popolo d’Italia e fondatore del quotidiano per gli italiani La Nuova Italia (L’Italie Nouvelle) a Parigi. Il suo assassinio, nel 1924, a opera dell’anarchico fuoriuscito Bonomini fece sì che la stampa italiana, nel riportare le cronache dell’accaduto, indirettamente rendesse visibili le manifestazioni ostili ai Fasci all’estero.
***Villa Savoye è una residenza privata situata a Poissy nella banlieue parigina, progettata dall’architetto svizzero Le Corbusier, maestro dell’architettura razionalista, e da Pierre Jeanneret, costruita tra il 1928 e il 1931 su commissione di Pierre Savoye. Si tratta del manifesto più conosciuto del movimento moderno e in particolare del cubismo architettonico. È tra i monumenti considerati patrimonio del XX secolo dal CMN (Centre des monuments nationaux).
****Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris (La Chaux-de-Fonds, 6 ottobre 1887 – Roccabruna-Capo Martino, 27 agosto 1965), è stato un architetto, urbanista, pittore e designer svizzero naturalizzato francese. Tra le figure più influenti della storia dell’architettura contemporanea, viene ricordato insieme a Ludwig Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright, Walter Gropius e Alvar Aalto come maestro del Movimento Moderno. Scopritore dell’uso del calcestruzzo armato per l’architettura, nonché membro fondatore dei Congrès Internationaux d’Architecture moderne, fuse l’architettura con i bisogni sociali dell’uomo medio, rivelandosi geniale pensatore della realtà del suo tempo. Tra il 2016 e il 2017 le sue opere sono state aggiunte alla lista dei siti Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Nella motivazione si legge che gli edifici scelti sono «una testimonianza dell’invenzione di un nuovo linguaggio architettonico che segna una rottura con il passato».
In copertina: foto di Francesco Rosadini


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.