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Gambino querela hater social: «Mio figlio legge e comprende. Non posso permetterlo»

L’assessore comunale è stato etichettato in un post come sostenitore del regime e accostato alle dichiarazioni, fortemente criticate non solo dall’Anpi, di Paolo Carissimo, consigliere di Municipio. Gambino non ha avuto alcun ruolo nella vicenda e col capogruppo della Lega nel medio ponente non ha nemmeno relazioni politiche perché milita in un partito diverso

Le regole del diritto di cronaca sono verità, continenza e pubblico interesse. Questo per i media. Ma con l’avvento dei social anche i semplici cittadini che si esprimono in pubblico, potenzialmente rivolti a un pubblico infinito, devono stare entro i confini che separano il diritto di libera espressione e la diffamazione. Se sui social non è richiesto il pubblico interesse (ognuno si esprime sui temi che gli sono più cari, dalla partita di pallone ai massimi sistemi delle fedi religiose), bisogna garantire verità e continenza che, secondo l’assessore comunale Sergio Gambino e i suoi legali, nel caso del post che è finito, con la querela, sul tavolo del magistrato, sarebbero state ampiamente disattese.

L’assessore viene coinvolto nel “caso Carissimo” che molte critiche ha rimediato al capogruppo della Lega nel municipio Medio Ponente. Gambino viene indicato come occupatore «di spazi istituzionali inneggiando al regime fascista», di cui, secondo l’estensore del post, auspicherebbe il ritorno. In realtà, Gambino non ha alcuna parte nel post di Carissimo e nemmeno ha con lui frequentazioni politiche, visto che sono di due partiti diversi.

«In questi sette anni di impegno politico, prima come consigliere delegato e poi come Assessore alla Sicurezza, Polizia Locale e Protezione Civile – scrive Gambino in una nota -, ho sempre affrontato le sfide del ruolo con responsabilità e dedizione, consapevole che chi ricopre incarichi pubblici debba essere disposto ad accettare critiche, a volte anche pesanti. Nonostante insulti e diffamazioni non mi siano mai mancati, ho sempre scelto di non querelare nessuno. Ho ritenuto che far politica comporti anche questo: si ricevono elogi e denigrazioni. Tuttavia, oggi mi trovo costretto a riconsiderare questa posizione. Mio figlio, che ora è abbastanza grande per leggere e comprendere, mi ha chiesto perché qualcuno possa accusarmi di essere fascista o addirittura di incitare comportamenti legati a quell’ideologia. Lui sa, perché gliel’ho insegnato, che il fascismo rappresenta un capitolo buio e doloroso della nostra storia, una realtà che abbiamo superato per costruire una democrazia libera e aperta. Non riesco a spiegargli come si possa diffondere un tale odio nei miei confronti, e non solo per me come uomo o politico, ma per il rispetto della verità e del dibattito democratico».

«Le accuse che mi sono state rivolte, pubblicamente, sui social media, peraltro in modo del tutto gratuito associandomi ad affermazioni e fatti in cui io sono totalmente estraneo, superano la normale dialettica politica – prosegue la nota -. Etichettarmi come fascista o incitatore di fascismo è un insulto gravissimo che offende non solo me, ma la memoria collettiva di un popolo che ha lottato per la libertà. È importante ricordare che la Legge Mancino e altre normative del nostro ordinamento condannano fermamente l’apologia del fascismo, e chiunque tenti di falsificare la realtà storica o accusi ingiustamente qualcuno di simili atteggiamenti va contro i principi che fondano la nostra Costituzione. Per quanto riguarda le offese personali e la diffamazione, il Codice Penale italiano tutela la dignità e la reputazione di ogni individuo. Anche chi fa politica ha il diritto di essere difeso quando viene superato il limite del confronto civile e si scade nell’insulto gratuito e nella calunnia. La diffamazione non è libertà di parola: è una violazione della legge che distorce la verità e mina il rispetto reciproco, valori fondamentali di una democrazia. Credo nella libertà di espressione, ma questa libertà non può essere usata come scusa per diffondere menzogne e odio. Mio figlio ha imparato che il fascismo è una cosa brutta, e io non posso tollerare che questa parola venga usata in modo strumentale per attaccarmi e distorcere la mia immagine, peraltro, lo ripeto, neppure quale diritto di critica ad una mia azione o decisione politica, essendo estraneo ai fatti ed alle circostanze cui sono stato associato. È il momento di dire basta e di tutelare la verità, soprattutto per il futuro delle nuove generazioni che dobbiamo educare con rispetto, onestà e senso civico».

«Continuerò a svolgere il mio ruolo con lo stesso impegno e trasparenza che mi hanno sempre caratterizzato, ma da oggi non permetterò più che la diffamazione e l’odio personale si confondano con il legittimo dissenso politico – conclude Gambino -. Ho già  risposto nelle sedi opportune con il deposito, tramite il mio legale di fiducia, di denuncia querela per tutelare me stesso, la mia famiglia e i valori in cui credo».

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