Tre indagati per la morte dell’operaio dopo la spaventosa caduta di quasi 13 metri nel cantiere del Parco del Ponte

Sono il titolare della società che ha vinto l’appalto del Comune, il coordinatore dei lavori e il titolare dell’azienda in cui lavorava il 39enne. Quest’ultimo ha provveduto solo dopo l’incidente a regolarizzare il trasferimento del lavoratore da Arezzo a Genova

Paradossalmente, Marco Ricci nel cantiere del parco del Ponte non doveva nemmeno esserci. O, meglio, formalmente non c’era. Perché il suo datore di lavoro, titolare delle aziende della provincia aretina per cui l’operaio lavorava, la Edil Life 2.0 srl e la Life Cut srl, in subappalto dalla Emme Costruzioni Generali Srl che si è aggiudicata la commessa del Comune, non aveva segnalato il temporaneo trasferimento nel cantiere di Genova. Marco è morto perché è caduto da 12 metri e 60 centimetri, sprofondando nella tromba dell’ascensore in costruzione: un pauroso volo che non gli ha lasciato scampo. Quando sono arrivati i soccorsi era già in arresto cardiaco. I sanitari inviati dal 118 sono riusciti a rianimarlo, ma si è capito da subito che la sua vita era appesa a un filo sottile. Nella notte le sue condizioni sono peggiorate nel reparto rianimazione dell’ospedale San Martino in cui era stato trasportato con la massima urgenza. E il mattino dopo il tragico incidente quel filo si è spezzato. Per sempre.

Così un giovane uomo, con i suoi sogni, i suoi affetti, le sue speranze per il futuro, muore di lavoro nel 2024 in un cantiere del nord Italia. Non stiamo parlando di terzo mondo dei diritti dei lavoratori. Parliamo di un cantiere sotto i riflettori, perché costruirà il memoriale permanente della memoria di 43 vite interrotte per un ponte che è venuto giù come un castello di carte in un paese che si dice civile, ma poi lascia che accadano cose come la tragedia del Ponte Morandi e la morte di un operaio, la morte di chi lavora per vivere.
Marco, formalmente, non era lì, sotto l’avvenirìstica e griffatissima campata del nuovo Ponte San Giorgio, firmata dall’archistar Renzo Piano, dove è cominciata l’agonia che lo ha portato, circa 12 ore, alla morte. La sua fine è la cronaca di quel che doveva essere e non è stato: le assi a protezione del vano ascensore che dovevano essere fissate e non lo erano. La griglia di protezione che doveva esserci, a impedire, appunto, cadute accidentali, e non c’era. Non sarebbero queste le uniche pratiche di sicurezza ignorate. Gli ispettori dell’ufficio Psal (Prevenzione e Sicurezza Ambienti di lavoro) della Asl 3, arrivati immediatamente nel cantiere, hanno verificato che nel cantiere della palazzina di tre piani che ospiterà la ludoteca mancavano diverse protezioni di sicurezza.
L’uomo, carpentiere in ferro, al momento della caduta stava trasportando con un collega una grata di ferro da 30 chili e stava camminando all’indietro. Ci fosse stata la barriera a chiudere l’accesso alla tromba dell’ascensore non sarebbe arrivato sulle tavole che dovevano impedire di cadere in quel buco. E se le tavole non si fossero spostate non staremmo qui a piangere l’ennesima vita di un lavoratore rubata.
I sindacati, a ogni evento luttuoso, si sgolano per denunciare : il sistema dei subappalti – dicono, con l’unitarietà ormai riservata alle grandi occasioni – è una potenziale trappola che scatta ormai troppe volte. La questione si chiude con qualche frasetta di circostanza buona per tutte le stagioni e per tutte le tragedie, scritta da un addetto stampa a nome di politici e istituzioni varie. E tutto finisce lì. Fino alla tragedia successiva.
E ogni volta, di volta in volta, torniamo a ragionare di sicurezza che non c’è, di misure non rispettate, di fretta che spinge a far tutto “all’incirca”, comprese quelle azioni di prevenzione che troppo spesso vengono considerate un costo in termini economici e in termini di tempo. Qualche manciata di minuti che vale la vita umana nella ruota del sistema degli appalti che macina i lavoratori. E dire che per evitare lutti e sciagure basterebbe, spiegano i sindacati, un po’ di controlli in più.
E tutto questo nella civilissima Italia, proprio sotto un luogo simbolo che, indipendentemente da come andrà il processo che si sta diluendo nel tempo, in questo caso dilatato all’inverosimile, nell’immaginario collettivo è il simbolo dell’incuria unita al disprezzo della vita, in ossequio al profitto. Anche il procuratore aggiunto Francesco Pinto, coordinatore del gruppo ‘Lavoro e Salute’ della procura, insieme a al sostituto procuratore Giuseppe Longo, indagano per ricostruire quanto è avvenuto. Per capire se quella morte è conseguenza della catena di appalti e subappalti in cui non di rado a rischiare e a pagare con la vita la dabbenaggine altrui è l’anello debole della catena: i lavoratori.


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