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Dopo 7 anni di faticosa gestazione arriva la targa dedicata alle prostitute che hanno finanziato i moli di Genova

La proposta del circolo culturale Fondazione Amon, sostenuta dall’associazione delle transgender sex worker “Princesa” e sostenuta dal Municipio Centro Est, ha avuto un iter travagliato a causa di polemiche a destra e a sinistra. Venerdì 20 settembre la targa sarà scoperta in via di Sottoripa

Sono passati 7 anni , da quando Il Circolo Culturale Fondazione Amon APS, prendendo spunto da un passo tratto dal libro “Il Malamore” di Remo A Borzini, faceva formale richiesta al Municipio 1 Centro Est del Comune di Genova, che venisse apposta, nella zona dei moli genovesi, una targa, on ricordo delle lavoratrici dell’antica arte del meretricio, che versando 5 soldi al giorno a un podestà incaricato dalla repubblica, contribuirono all’ampliamento della fabbrica dei moli.

Dopo numerose vicissitudine, che si sono protratte appunto per 7 anni, la targa verrà affissa e scoperta alle ore 11:00 di venerdì 20 settembre, data che coincide con l’anniversario dell’entrata in vigore di detta legge Merlin (votata nel febbraio 1958 e diventata operativa proprio il 20 settembre dello stesso anno), in via Sottoripa, all’angolo con vico delle Compre, a pochi passo dall’uscita della Metropolitana.

«La possa di questa targa, non è un evento folcloristico, ma, a nostro dire, un atto dovuto nei confronti di povere donne, che sono rimaste anonime e che con il loro lavoro , hanno permesso a Genova di avere dei moli all’avanguardia, così da mantenere il titolo di Superba» spiegano i promotori dell’iniziativa, primo tra tutti Marco Pepé, segretario dell’associazione Fondazione Amon. Con lui hanno hanno caldeggiato l’installazione della targa la presidente dell’Associazione Princesa. Rossella Bianchi, e lo storico rappresentante del comitato dei cittadini del Molo Otello Parodi.

Alla scopertura della targa, realizzata gratuitamente dalla ditta D’Avolio Marmi, parteciperà tra gli altri il presidente del Municipio Centro Est Andrea Carratù

«Il termine prostituta fa capo alla parola prostituzione che deriva dal verbo latino prostituere, che significa letteralmente “esporre, mettere in mostra”; questa parola ha via via preso il significato di prestazione sessuale eseguita dietro compenso – spiegano alla Fondazione Amon -. La prostituzione ha radici che si perdono nella notte dei tempi, praticata anticamente come atto sacro la ritroviamo diffusa in ogni popolo e “civiltà”. A Genova il meretricio ha sempre avuto il suo largo spazio, infatti nei tempi passati la Repubblica ne ha tratto grande beneficio, facendone addirittura un industria. Tutto ciò è avvalorato dalla storia della nostra città dove già nel 1418 la Repubblica di Genova aveva stabilito una tassa, allestendo un intero quartiere dove le donne potevano lavorare tranquillamente. Tale quartiere sorgeva sul Colle Albano, un’area recintata che da Castelletto scendeva fino all’attuale via Garibaldi (via Aurea) e piazza Fontane Marose. Al suo interno le “signorine” potevano esercitare indisturbate la loro arte, erano protette e se si ammalavano erano curate. Tutto questo versando 5 soldi al giorno al podestà designato dall’assegnazione di un appalto che veniva indetto dalla Repubblica ogni 5 anni. I proventi di tale gabella venivano utilizzati dalla Repubblica per la costruzione e l’ampliamento dei moli, zona severamente vietata alle nostre lavoratrici. All’interno della zona era assolutamente vietato il turpiloquio e i suoi cancelli si aprivano alle belle signore solo il sabato, giorno in cui erano libere di muovesi per la città, moli esclusi naturalmente, non sia mai che potesse nascere qualche pretesa imbarazzane. Da qui nacque il detto genovese “A l’è cheito un-a bagascia in mà”, dove in seguito fu aggiunto, “senza bagnase” ( è caduta una prostituta in mare, senza bagnarsi), proverbio di origine popolare, che indica una cosa impossibile da realizzarsi».

Le polemiche bipartisan che che hanno rallentato la realizzazione della targa hanno riguardato proprio questo detto, contestato sia dagli ipercattolici sia dalle femministe. Alla fine, non comparirà sulla targa.

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