Oggi a Genova 

Padre Melis, per la gip Catalano è portatore di Hiv e ha intrattenuto rapporti senza precauzioni «esponendo la sua vittima al pericolo»

È scritto nell’ordinanza di custodia cautelare per testimoniare la pericolosità del prete. I legali del sacerdote accusato di violenza sessuale su minore prostituzione minorile e tentata violenza aggravata: «Da 10 anni è sotto terapia e il virus non è rilevabile. Quando il virus non è rilevabile non è nemmeno trasmissibile». Il sacerdote lo avrebbe contratto diversi anni fa in Africa. Il minore per cui lo scolopio è accusato di violenza per fortuna, non è stato contagiato. I Carabinieri cercano altre potenziali vittime. Se avessero contratto la sindrome da immunodeficienza acquisita alle accuse si aggiungerebbe quella di lesioni dolose gravissime

È stato lo stesso padre Melis a informare i Carabinieri, che indagano sul caso, di essere positivo al virus dell’Hiv. Per la giudice per le indagini preliminari Milena Catalano il fatto che abbia avuto con il minore rapporti non protetto per essendo pienamente consapevole di avere l’Hiv è il metro per misurare la pericolosità dell’uomo.

L’uso costante del preservativo riduce il rischio di trasmissione dell’HIV di circa l’80% nel lungo termine nel caso di rapporti sessuali. Quando uno dei partner di una coppia è sieropositivo, grazie all’utilizzo del preservativo i tassi di infezione da HIV per la persona non infetta sono inferiori all’1% annuo.

Raffaele Caruso e Graziella Delfino, gli avvocati di padre Andrea Melis, fanno sapere che il sacerdote «vive con un’infezione da Hiv ma la sua situazione è in cura da 12 anni presso l’ospedale San Martino di Genova e da oltre 10 anni la terapia che sta seguendo ha dato esiti positivi, poiché i controlli che periodicamente esegue confermano la non rilevabilità del virus che quindi è totalmente sotto controllo e per l’appunto irrilevante. Quando il virus non è rilevabile non è nemmeno trasmissibile. Questo è un principio e una conquista dell’infettivologia. Chi si trova in questa condizione non è neanche tenuto a comunicarla perché egli non rappresenta un pericolo per gli altri. Il secondo dato è quello dell’ultra sensibilità di questa informazione: su questi dati dovrebbe stendersi in maniera totale il velo della privacy per evitare che un dato di paura istintiva, che spesso è dovuta all’insufficienza delle informazioni scientifiche, non provochi uno stigma sulle persone. Il pensiero va ancora una volta alla persona offesa che si trova sulle spalle anche la diffusione di un’informazione di questo tipo che aggiunge il rischio di un peso ulteriore al dolore che la vicenda reca con sé. Padre Melis non aveva comunicato questa notizia a nessuno, né al suo ordine, né alla sua famiglia. Nessuno conosceva questo dato, ma questo silenzio ha una sua legittimità che nasce anche dalle conquiste della scienza. Nonostante il silenzio serbato rispetto ai fatti, padre Melis ha invece comunicato agli inquirenti questa informazione».

È molto importante che eventuali vittime si facciano avanti perché, oltre al procedimento legale, esiste il problema di sottoporli a test ed, eventualmente, a terapia. In assenza di terapie, l’infezione da HIV evolve inesorabilmente verso uno stato di malattia e la morte: in questo l’AIDS ha rappresentato un’epidemia molto più temibile di altre epidemie dell’era moderna, pari in termini di incidenza di persone colpite a quella della tubercolosi, della lue o del vaiolo, ma caratterizzata da una mortalità del 100%, pur nella variabilità dei tempi di sviluppo della malattia (da pochi anni a più di un decennio dal contagio). In circa la metà dei casi l’infezione acuta è asintomatica e, anche quando è caratterizzata da sintomi, il quadro clinico è poco specifico, facilmente confondibile con una sindrome influenzale protratta. Un 20-30% di casi mostra un quadro clinico più complesso e sospetto, con febbre protratta e non altrimenti interpretabile, manifestazioni esantematiche simil-morbillose, linfonodi ingrossati, quadri meningei che indicano la presenza di HIV nel sistema nervoso centrale. La fase di latenza clinica (o cronica), in assenza di terapie, può durare da qualche anno a oltre 15. Ancora oggi non esiste un vaccino, ma i farmaci, sebbene incapaci di eliminare il virus, ne impediscono la replicazione, cambiando completamente la prognosi degli ammalati. Si ritiene che il trattamento terapeutico denominato HAART consenta un incremento dell’aspettativa di vita medio attorno ai 30 anni o, secondo alcuni studi, fino ai 40-50 anni.

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