Vicesindaco e assessora alla corte del (non) re per la festa dei Savoia nel museo della Curia. Emanuele Filiberto ricevuto a Tursi e nella sede della Regione

A organizzare l’evento, in occasione della “Festa dello Statuto Albertino” (che nel Regno d’Italia si celebrava la prima domenica di giugno) l’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Ha partecipato Emanuele Filiberto di Savoia, semplice cittadino per questo Stato, “Sua Altezza Reale” per gli organizzatori. È stato ricevuto come un ospite istituzionale, con tanto di foto ricordo, sia in Comune dal vicesindaco Pietro Piciocchi sia in Regione dal presidente dell’Assemblea legislativa Gianmarco Medusei

L’invito alla stampa era firmato da Marco Ghisolfo, ex assessore leghista alla cultura nel Municipio Centro Est e oggi “Ispettore della Liguria Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon”. Alla festa a trazione leghista al Museo Diocesano, di proprietà della Curia, hanno partecipato l’assessore comunale leghista al Commercio e alle Tradizioni Paola Bordilli e la consigliera regionale leghista ed ex assessore regionale alla Sanità Sonia Viale. Il vicesindaco Pietro Piciocchi, in quel momento con le deleghe del sindaco Marco Bucci in seguito all’operazione chirurgica subita dal Primo Cittadino, e il presidente del consiglio Regionale Gianmarco Medusei hanno ricevuto nelle sedi istituzionali l’esponente di Casa Savoia riconosciuto da una parte dei monarchici italiani come il capo della casata, in disputa con suo cugino Aimone di Savoia-Aosta.

Il discendente di Umberto II di Savoia, ultimo re d’Italia, padre di Vittorio Emanuele e – appunto – nonno dell’Emanuele Filiberto di cui si parla in questo articolo, è arrivato venerdì a Genova per le celebrazioni filomonarchiche dello Statuto Albertino e, come si è detto, è stato ricevuto in Comune, a Palazzo Tursi, dal Vicesindaco (eletto in Vince Genova e in quel momento investito della più alta responsabilità democratica cittadina per l’assenza di Bucci) nel salone di rappresentanza e nelle sale del Violino di Paganini e in Regione, nel suo ufficio istituzionale, dal presidente del Consiglio, Gianmarco Medusei, un altro leghista. Un parterre di altissimo peso istituzionale cittadino e regionale per quello che è stato, in soldoni, un evento nostalgico della monarchia e la visita di un privato cittadino come altri 59 milioni di italiani. Ma pochi di questi avrebbero ricevuto la sua stessa accoglienza.
Emanuele Filiberto si è recato prima, per la messa, nella chiesa di San Sisto di Prè, al cui interno per l’occasione sventolava la bandiera sabauda del Regno d’Italia. Nella chiesa c’è la “Sala Regia” (recentemente restaurata), dalla quale i sovrani Savoia assistevano alle celebrazioni liturgiche durante i loro soggiorni genovesi per non mischiarsi col popolo. All’interno della chiesa, prelati con paramenti solenni in posa per la foto di gruppo e un drappello di monarchici e/o leghisti, con l’assessora Paola Bordilli in prima fila, l’unica non vestita di scuro oltre a un ufficiale della Marina in divisa.



Poi la visita guidata al Museo Diocesano, di proprietà della Curia genovese, con visita all’esposizione.



Infine le visite i Comune e in Regione, che, dalle foto, hanno tutta l’aria di una poco comprensibile ufficialità istituzionale. Il presidente Medusei ha anche consegnato un crest della Regione al cittadino Emanuele Filiberto di Savoia.





Di tutto questo, incredibilmente, non c’è traccia sulle bacheche social dei rispettivi interessati. Nemmeno in quelle che normalmente vedono la pubblicazione quotidiana di una valanga quisquilie assortite. Nessuna foto, nessun accenno a quanto accaduto. Le foto che vedete in questa pagina si trovano solo sulla bacheca Facebook di Emanuele Filiberto. Non c’è nemmeno stato alcun comunicato istituzionale. La partecipazione si deve intendere a titolo personale? Si è trattato della stessa accoglienza riservata a ogni semplice cittadino-turista? Una qualsiasi signora Giovanna-casalinga di Voghera non viene certo ricevuta in pompa magna dal vicesindaco di una città metropolitana e dal presidente del consiglio di una regione nel suo ufficio istituzionale, questo è evidente.
Il tempismo politico
Un bel serbatoio di voti quello dei monarchici in queste ore di voto per le elezioni europee, con Umberto Bossi che ha detto che voterà un candidato indipendente nelle liste di Forza Italia e ha specificato di farlo sapere alla “base”: una chiara indicazione ad abbandonare Salvini e i suoi candidati. L’ampia partecipazione di notabili del Carroccio ligure all’evento monarchico sembra un tassello della campagna della Lega salviniana per tamponare l’emorragia di preferenze, esattamente come la è stata la candidatura del generale Vannacci con i suoi slogan che occhieggiano all’estrema destra, oltre a Fratelli d’Italia.
Soltanto esponenti leghisti
La cronaca della visita fatta da alcuni media racconta anche di una stretta di mano in via Prè tra Emanuele Filiberto e l’assessore Fdi Sergio Gambino, ma è stato un fatto incidentale e del tutto fortuito. Gambino era lì con operatori della Polizia locale per questioni inerenti i suoi compiti istituzionali e si è trovato davanti il drappello monarchico-leghista. Tovandolo in strada, uno dei componenti del gruppo che accompagnava il Savoia li ha presentati e c’è stato un semplice saluto di cortesia, ma Gambino non è stato invitato all’evento né ha partecipato alla messa nella chiesa di San Sito in via Prè, alla visita del Museo Diocesano e alle visite di Emanuele Filiberto a Tursi e in Regione, né alla cena finale, alla quale Emanuele Filiberto si è presentato in smoking. Va detto (per averlo conosciuto durante le sue visite al Salone Nautico) che è persona gentile e di grande eleganza. Questo non toglie che in Italia sia un cittadino qualsiasi, ma dalle istituzioni genovesi ha ricevuto attenzioni da visitatore istituzionale di altissimo rango.
All’iniziativa genovese hanno partecipato soltanto esponenti leghisti, oltre al vicesindaco Piciocchi, eletto nelle liste di Vince Genova, la lista del Sindaco che ha prestato alla Lega una candidata per queste elezioni europee, l’assessore comuale al Sociale Lorenza Rosso.
La storia
«L’occasione della visita del principe Emanuele Filiberto è la Festa dello Statuto che nel Regno d’Italia si celebrava la prima domenica di giugno – recita la nota di Marco Ghisolfo -. Ora viene organizzata annualmente dall’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon per ricordare lo Statuto Albertino che sancì il passaggio dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, primo passo verso i più moderni sistemi rappresentativi. L’evento che si svolgeva nella capitale, dal 2023 è diventato itinerante e per la prima volta tocca una città del Nord Italia».
Questa è la storia dello Statuto Albertino, che è bene leggere per capire che le sfumature non siano esattamente quelle descritte.
Sulla Treccani si legge che “Statuto Albertino” è «la denominazione d’uso corrente dello Statuto del regno di Sardegna, emanato da Carlo Alberto di Savoia il 4 marzo 1848 quale «legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della Monarchia». Come tale, lo Statuto Albertino restò in vigore (almeno formalmente) lungo l’intera esistenza del regno d’Italia. La promulgazione dello S.a. si colloca nell’agitato contesto politico della «primavera dei popoli», che precocemente si manifestò nella Penisola, rivelando la profonda crisi di legittimità delle monarchie assolute, ovunque incalzate dalle rivendicazioni di forme di governo costituzionale provenienti dalla società civile. A cedere per primo fu Ferdinando II di Borbone che, nel tentativo di contenere la spinta insurrezionale partita da Palermo il 12 gennaio, si affrettò a pubblicare la Costituzione del regno delle Due Sicilie. Ne seguirono l’esempio, sotto la pressione dell’opinione pubblica, Leopoldo II, Pio IX e Carlo Alberto, che all’inizio di febbraio – su suggerimento dei suoi ministri – proclamò la decisione di dotare il regno di un «compiuto sistema di governo rappresentativo» e convocò un Consiglio di conferenza a composizione straordinaria per la redazione dello Statuto. Il testo che ne scaturì ricalcava nel suo disegno normativo la Carta costituzionale francese concessa da Luigi XVIII nel 1814 e modificata in seguito alla rivoluzione del luglio 1830. Le variazioni di struttura rispetto al modello erano tese ad accentuare sul piano simbolico il primato del monarca nell’organizzazione dello Stato. Mentre la Charte anteponeva la rubrica «Droit public des Français» agli articoli concernenti le «Formes du Gouvernement du Roi», lo Statuto Albertino collocava l’elenco «Dei diritti e dei doveri dei cittadini» dopo una lunga serie di disposizioni riguardanti i poteri del re e il carattere ereditario della monarchia. A una diversa gerarchia di valori rimandava anche l’art. 1: mentre quello del testo francese sanciva il principio dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, quello dello Statuto Albertino dichiarava «la religione Cattolica Apostolica e Romana» quale «sola religione dello Stato». La forma di governo delineata dai legislatori piemontesi era quella della monarchia costituzionale, imperniata sulle prerogative potestative del sovrano e sulla condivisione del potere legislativo tra organi distinti: il sovrano medesimo, il Senato e la Camera dei deputati. Solo quest’ultima era «elettiva» e i suoi membri erano «scelti dai Collegii Elettorali conformemente alla legge», cui lo Statuto Albertino. rimetteva la fissazione dei requisiti soggettivi per l’accesso ai diritti politici. I senatori, invece, erano nominati dal re, che poteva elevare a tale carica vitalizia un numero «non limitato» di persone appartenenti a una delle 21 categorie elencate dal testo statutario (vescovi, ambasciatori, ministri, deputati di lungo corso, alti magistrati, grandi contribuenti ecc.). Oltre a partecipare all’esercizio del potere legislativo insieme alle due camere, il monarca – «Capo Supremo dello Stato» – deteneva in via esclusiva il potere esecutivo, comprensivo del comando delle forze armate e della direzione della politica estera. A lui spettava altresì la nomina di tutte le cariche dello Stato, a partire dai «suoi Ministri», revocabili a sua discrezione, sino ai giudici («inamovibili dopo tre anni di esercizio»), che «in suo Nome» amministravano la giustizia. Tra le costituzioni promulgate nel 1848 negli Stati della Penisola, solo lo Statuto Albertino sopravvisse all’ondata reazionaria che ripristinò l’ordine assolutistico dal lombardo-veneto al napoletano. Così, durante gli anni Cinquanta, il Piemonte sabaudo divenne il punto di riferimento di vasti settori del movimento patriottico italiano. La dinamica della rappresentanza parlamentare, producendo la formazione di schieramenti assembleari ideologicamente connotati e conducendo all’affermazione di personalità eminenti vocate alla leadership, tese ad allontanare la vita politica e istituzionale subalpina dalle direttrici organizzative prescritte dallo S. albertino. La centralità del monarca fu appannata da una prassi costituzionale improntata alla logica del parlamentarismo, che spostò l’esercizio del potere esecutivo dal capo dello Stato a un governo collegiale, presieduto da un premier dotato di credito presso la maggioranza dei deputati: dipendente, quindi, non dall’arbitrio del sovrano bensì dalla fiducia della Camera. Già risolutamente avviato da Cavour, questo processo di parlamentarizzazione della forma di governo si rafforzò nei decenni successivi all’unità d’Italia, senza però mai giungere a un compiuto consolidamento formale: il ritorno alla lettera dello Statuto Albertino e ai «governi del re» rimase una prospettiva politica sempre esperibile ed episodicamente invocata, sebbene l’ampliamento del suffragio e la nascita dei partiti di massa spingessero in direzione opposta».
Quanto ai rapporti dei Savoia con Genova, corre l’obbligo di citare un articolo di Franco Bampi, che è stato uno dei motori del Movimento Indipendentista Ligure (per cui era stato anche candidato sindaco) ed è presidente de “A Compagna”. Si tratta di un pezzo risalente all’aprile 2006, quando i Savoia vennero a Genova, tre anni dopo il rientro in Italia a seguito dell’esilio. Era il 2003, quando Vittorio Emanuele e suo figlio Emanuele Filiberto conclusero il loro esilio, segnando il ritorno di un discendente maschio della famiglia Savoia su suolo italiano dopo 57 anni. Alla fine del 2002, in seguito all’abolizione della norma costituzionale che imponeva loro l’esilio, Vittorio Emanuele prese ufficialmente le distanze dalle leggi razziali e furono pubblicate dichiarazioni in cui accettava la fine della monarchia, giurando fedeltà alla Costituzione repubblicana e al presidente della Repubblica insieme al figlio.
“Genova fu sempre repubblica”. Così comincia il bellissimo libro “La Repubblica di Genova tra nobili e popolari” di Giuseppe Gallo, compianto giornalista e scrittore. Forse per questo, e certamente per la prepotenza della dinastia sabauda, Genova ebbe nei Savoia il nemico storico.
Già dal 1580 quando l’ambasciatore Giorgio Doria ottenne la concessione del titolo di Serenissima per tutta la Repubblica, si ebbe l’opposizione del Duca di Savoia. Poco dopo scoppiarono le due guerre savoine: il Santuario di Nostra Signora della Vittoria ai Giovi ci ricorda appunto la vittoria dei popolani genovesi contro Carlo Emanuele I di Savoia. Quasi tutte le congiure, celeberrima quella del Vachero, furono fomentate dai Savoia. Nell’episodio del Balilla Genova era in guerra non solo con l’Austria, ma anche col Piemonte savoiardo. E la scelta del Congresso di Vienna di riunire la Liguria col Regno di Sardegna fu definita da Teofilo Ossian De Negri “l’odiata annessione”.Ma vergognoso e ancora oggi non sanato fu il sacco cui venne sottoposta la città di Genova nell’aprile del 1849 da parte dei bersaglieri di Alfonso La Marmora. Vergognoso per la modalità del saccheggio che comportò ruberie, omicidi arbitrari, stupri di donne, profanazione di chiese; e non sanato perché nessun Savoia mai chiese perdono per questi fatti e per quanto scrisse Vittorio Emanuele II che, complimentandosi con La Marmora per aver ben operato a Genova (sic!), definì i genovesi “vile e infetta razza di canaglie”. Qui potete leggere l’intero articolo.


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