Facce de Zena 

Muore a quasi 87 anni Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo re d’Italia

«Alle ore 7:05 di questa mattina, 3 febbraio 2024, Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele, Duca di Savoia e Principe di Napoli, circondato dalla Sua famiglia, si è serenamente spento in Ginevra. Luogo e data delle esequie saranno comunicati appena possibile»: questa la nota di Casa Savoia

Acclamato alla nascita (nel 1937) principe dell’Impero, Vittorio Emanuele ricevette dal nonno il titolo di principe di Napoli, come d’uso in Casa Savoia per i principi ereditari e loro primogeniti in alternanza con quello storico di principe di Piemonte, allora attribuito al padre Umberto, in quel momento erede al trono.

Il 7 agosto 1943, su ordine del re, lasciò Roma con la madre Maria José e le tre sorelle, raggiungendo Sant’Anna di Valdieri in Piemonte. L’allontanamento dalla capitale fu un tentativo di mettere al riparo il futuro principe ereditario da operazioni di cattura tedesche. Trasferitisi, per motivi di sicurezza, al castello di Sarre, la sera dell’8 settembre 1943 ricevettero l’ordine di partire per la Svizzera; a guerra finita, lui e le sorelle poterono tornare a Roma, preceduti di qualche giorno dalla madre.

All’abdicazione del nonno il 9 maggio 1946, divenne principe ereditario. Il 5 giugno, poco dopo le votazioni per il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, data l’ostilità dei ministri e dei capi di partito, Umberto II ordinò a Maria José di lasciare l’Italia con i figli, in modo da attendere i risultati delle consultazioni al riparo da rischi per le loro vite.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1946 il governo, senza attendere la proclamazione dei risultati definitivi da parte della Corte di cassazione (prevista per il 18 giugno), conferì i poteri di capo provvisorio dello Stato al presidente del Consiglio. Umberto, giudicandolo un gesto rivoluzionario, decise di lasciare l’Italia nell’intento di evitare ulteriori spargimenti di sangue.

Andarono a risiedere in Svizzera, in una villa a Merlinge, nel comune di Meinier, e il giovane Vittorio Emanuele studiò a Lancy, al cattolico Institut Florimont.

La Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, stabilì per gli ex-sovrani, loro consorti e discendenti maschi di casa Savoia il divieto di ingresso e di soggiorno nel territorio nazionale.

Poiché le leggi dinastiche di Casa Savoia riguardano i matrimoni dei principi, ma non i matrimoni dei re, il 15 dicembre 1969, essendo consapevole delle vigenti leggi e del rifiuto del padre di acconsentire al suo matrimonio con Marina Doria, Vittorio Emanuelem su consiglio del gran maestro della massoneria Giordano Gamberini aggirò l’ostacolo ed emanò un “decreto reale” nel quale si elevava a re, autoproclamandosi Vittorio Emanuele IV re d’Italia in quanto, secondo lui, succeduto ipso iure al padre nel 1946 come conseguenza della sua partenza per l’esilio, considerata da lui come un’abdicazione. «Per effetto della avvenuta successione, Ci competono anche i diritti di Capo legittimo della dinastia Sabauda e tali diritti eserciteremo d’ora innanzi, solo temperati dalla discrezione che lo stato fisico e morale di S.M. l’ex Re Umberto II detta alla Nostra coscienza di figlio». Il giorno successivo, al fine di sanare la condizione borghese della fidanzata, in qualità di “Re d’Italia” emanò un secondo (e ultimo) “decreto reale”, col quale conferiva a Marina Doria il titolo di duchessa di Sant’Anna di Valdieri. Pochi giorni dopo, l’11 gennaio 1970, la sposò civilmente a Las Vegas, contraendo in seguito anche le nozze religiose a Teheran.

Durante l’esilio, conclusosi alla fine del 2002, svolse un’attività di intermediario finanziario, stringendo amicizie e legami d’affari con grandi industriali, in particolare la famiglia Agusta. Vittorio Emanuele ha vissuto in Svizzera, a Ginevra, fino al 2002, quando venne abolita la norma costituzionale che obbligava gli eredi maschi di Casa Savoia all’esilio. Nel 2002, con un comunicato emesso da Ginevra, prese ufficialmente le distanze dalle leggi razziali, per la prima volta nella storia di Casa Savoia. Sempre nel 2002 furono pubblicate dichiarazioni in cui accettava la fine della monarchia. Nello stesso anno, dopo l’abolizione dell’esilio, insieme con il figlio giurò per iscritto e senza condizioni fedeltà alla Costituzione repubblicana e al presidente della Repubblica, rinunciando in tal modo esplicitamente a qualunque pretesa dinastica sullo Stato italiano.

Nel novembre 2007 ha richiesto allo Stato italiano 260 milioni di euro come risarcimento per l’esilio, oltre alla restituzione dei beni privati confiscati dallo Stato nel 1948, sulla scorta di quanto avvenuto per altri membri di famiglie reali europee costrette all’esilio. Tale richiesta contraddice ciò che Vittorio Emanuele dichiarò con una lettera alla Camera l’8 luglio 2002: «Mentre apprendo con soddisfazione che la vicenda della mia famiglia sta per entrare nella fase finale della sua risoluzione, desidero assicurare che è mia intenzione ritirare il ricorso, che presentai avanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo, una volta approvata la legge costituzionale abrogativa dei due primi commi della XIII disposizione transitoria e finale della costituzione e decorsi i tre mesi prescritti senza che venga richiesto il referendum confermativo.»

Nel 2022, ha deciso insieme alle sorelle e al figlio di chiamare in causa lo Stato italiano per la restituzione dei gioielli di famiglia Savoia custoditi dalla Banca d’Italia.

Nel corso degli anni alcuni scandali legati a vicende giudiziarie hanno contrassegnato la vita di Vittorio Emanuele, che è sempre stato prosciolto dalle accuse più gravi e condannato solo per porto abusivo di armi da fuoco a 6 mesi con la condizionale.


Negli anni settanta venne indagato, sia dal giudice istruttore Carlo Mastelloni della pretura di Venezia, sia dal giudice istruttore Carlo Palermo della pretura di Trento, per traffico internazionale di armi verso alcuni paesi mediorientali posti sotto embargo.

Il 18 agosto 1978, sull’isola di Cavallo (Corsica), ci fu una sparatoria a seguito del furto del gommone di Vittorio Emanuele da parte di conviviali del chirurgo/playboy Nicky Pende; Vittorio Emanuele sparò due colpi di carabina. L’ipotesi d’accusa, sulla base della quale fu in seguito arrestato, fu che uno dei proiettili avesse colpito la coscia dello studente tedesco di 19 anni Dirk Geerd Hamer, figlio di Ryke Geerd Hamer, che stava dormendo in una barca vicina, il Mapagia della famiglia Leone, e che morì nel dicembre dello stesso anno dopo una lunga agonia. Di ciò, però, non vi fu prova, in quanto la difesa sostenne la presenza di altre persone che avrebbero sparato durante la colluttazione, poi fuggite e mai identificate dalla gendarmeria francese che restituì al proprietario italiano una P38 precedentemente sequestrata; la barca fu fatta smantellare in Sardegna senza che le autorità francesi potessero perquisirla. Anche il calibro e il rivestimento dei proiettili che ferirono il giovane risultarono diversi da quelli in dotazione alla carabina di Vittorio Emanuele (al quale sarebbe stato contestato, senza però addurre alcuna prova, di aver effettuato una sostituzione d’arma). Nel novembre del 1991 fu prosciolto dalla Camera d’accusa parigina dall’accusa di omicidio volontario e condannato a 6 mesi con la condizionale per porto abusivo d’arma da fuoco, “fuori dalla propria abitazione”.

Come molte personalità della classe dirigente italiana che promosse l’abrogazione delle norme transitorie e il rientro in Italia, è risultato iscritto alla loggia massonica P2 di Licio Gelli con la tessera numero 162.

Il 16 giugno 2006 il GIP Alberto Iannuzzi del Tribunale di Potenza, su richiesta del PM Henry John Woodcock, ne ha ordinato l’arresto con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, e associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione nell’ambito di un’indagine legata al casinò di Campione d’Italia. Il 23 giugno 2006, in seguito ad una parziale ammissione dei fatti che gli sono stati addebitati, per decisione del GIP di Potenza, è stato messo agli arresti domiciliari a Roma, in una casa del quartiere Parioli di proprietà della famiglia Fabbri, dove si è trasferito con la moglie Marina Doria. Il Tribunale del Riesame di Potenza, in data 20 luglio 2006, gli ha revocato gli arresti domiciliari, imponendogli il solo divieto di espatrio. Il 13 marzo 2007 la Procura della Repubblica di Como, sulla scorta del riesame integrale di tutte le intercettazioni, ha chiesto l’archiviazione delle due inchieste aperte nei confronti di Vittorio Emanuele di Savoia a Potenza e trasferite a Como, che coinvolgevano anche l’ex sindaco di Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi, l’imprenditore Ugo Bonazza, Giuseppe Rizzani e la signora Vesna Tosic; il 27 marzo il GIP del tribunale di Como ha accolto l’istanza di archiviazione. Anche la procura di Roma si è orientata in tal senso perché i fatti non sussistono. Il 22 settembre 2010, in relazione alla vicenda di Campione d’Italia, il GUP del tribunale di Roma, Marina Finiti, al termine del giudizio con rito abbreviato, ha scagionato da ogni accusa Vittorio Emanuele di Savoia e altre cinque persone coinvolte nel filone di indagine “Savoiagate” con la formula “assolti perché il fatto non sussiste”.

Il 3 luglio 2008 il PM Henry John Woodcock ha chiesto il rinvio a giudizio per Vittorio Emanuele di Savoia con il reato di “associazione a delinquere finalizzata alla corruzione ed al falso contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica ed il patrimonio”. Nello specifico, Woodcock contesta a Vittorio Emanuele di aver “promosso e organizzato una holding del malaffare specializzata in corruzioni di vario tipo, specie nel settore del gioco d’azzardo”: lui ed un’altra dozzina di indagati sarebbero coinvolti in un giro di tangenti per ottenere dai monopoli di stato certificati per l’installazione delle cosiddette “macchinette mangiasoldi”, attività che avrebbe anche favorito il riciclaggio di denaro sporco tramite “relazioni con casinò autorizzati, ed, in particolare, con il casinò di Campione d’Italia”. Nel settembre 2010 Vittorio Emanuele di Savoia è stato assolto con formula piena dal GUP del tribunale di Roma.

Il 23 settembre 2009 il GUP di Potenza Luigi Barrella ha rinviato a giudizio, per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici funzionari, Vittorio Emanuele di Savoia su richiesta dell’ex PM di Potenza, Henry John Woodcock. Il rinvio a giudizio di Vittorio Emanuele era stato chiesto da Woodcock nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta Savoiagate. Il procedimento fu trasferito a Roma, per competenza territoriale e ivi Vittorio Emanuele di Savoia fu assolto poiché il fatto non sussiste.

Il 23 febbraio 2015 Vittorio Emanuele di Savoia ha ottenuto un risarcimento di 40.000 euro per i giorni trascorsi in cella da innocente.

Pur non essendo i titoli nobiliari riconosciuti dallo Stato italiano (ed essendo pertanto privi di qualunque tutela legislativa), sono sorte molteplici controversie sull’assegnazione ereditaria del titolo di capo di Casa Savoia.

La successione al trono di Vittorio Emanuele di Savoia è questione controversa dal 2006, dato che secondo alcuni si dovrebbe considerare il cugino Amedeo di Savoia-Aosta (e, a seguito della morte di questi, il figlio Aimone di Savoia-Aosta) il vero capo del casato. Da anni, infatti, sul punto si è aperta una disputa che vede coinvolti anche esponenti dell’aristocrazia italiana, gruppi monarchici e appassionati di questioni giuridiche. I pareri contrari si fondano sul matrimonio con Marina Ricolfi Doria, mai riconosciuto da suo padre, Umberto II, il quale avrebbe tolto dalla linea dinastica Vittorio Emanuele. Per questo motivo l’unico capo del casato sarebbe Amedeo di Savoia, già sposato con regio assenso con una principessa d’Orléans, (matrimonio annullato dalla Sacra Rota nel 1987), e quindi il più consono a rappresentare la famiglia. Amedeo di Savoia-Aosta si è poi nuovamente sposato con Silvia Paternò di Spedalotto.

Inoltre, i sostenitori di Amedeo di Savoia Aosta sostengono che, per effetto del suo matrimonio “diseguale” del 1970 e in mancanza del preventivo consenso del padre (regio assenso), ovvero in contrasto alle leggi che regolamentano la successione dinastica in Casa Savoia (normativa dei matrimoni sabaudi – regie patenti del 13 settembre 1780), Vittorio Emanuele abbia perso ogni diritto di successione al trono ed abbia perso l’appartenenza alla famiglia reale, con perdita di ogni titolo e rango per sé e per tutta la sua discendenza in favore di suo cugino Amedeo di Savoia Aosta.

Vittorio Emanuele, pertanto, secondo questa interpretazione, avrebbe perso il suo status di erede al trono (secondo alcuni resoconti, Umberto II, che non abdicò mai, fece chiudere nella propria bara il sigillo reale) e sarebbe in discussione il suo ruolo di capo di Casa Savoia.

I sostenitori di Vittorio Emanuele affermano invece che il matrimonio sarebbe stato accettato anni dopo dal re, e che in ogni caso l’approvazione non sarebbe più stata necessaria, ai sensi del disposto dello Statuto Albertino che abrogò ogni norma precedente.

La pubblicazione di riferimento sulle questioni nobiliari e dinastiche italiane, ossia l’Annuario della nobiltà italiana, alla voce “Real Casa di Savoia”, indica in capo a Vittorio Emanuele l’avvenuta perdita di tutti i titoli dinastici dopo il matrimonio con Marina Doria del 1970, mentre in capo al di lui figlio Emanuele Filiberto non indica alcun titolo nobiliare o dinastico, titoli attribuiti invece ad Amedeo di Savoia dal 1970.

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