Parla la moglie del clochard morto per il freddo: «Seydou amava l’Italia. Mi avessero contattato avrei potuto aiutarlo»

La donna, separata da lui da qualche anno, racconta la storia di Seydou Diallo, arrivato nel nostro paese negli anni ’80 e morto a Genova nella notte tra il 4 e il 5 dicembre per il freddo. Insieme avevano lavorato in Africa a capo di progetti di alcune Ong in Zambia e in Uganda: «La sua famiglia di origine vuole portare la salma in Senegal»

Marianna ha sposato Seydou molti anni fa. Hanno condiviso la vita per molto tempo, 15 anni, sia in Africa sia in Italia. Lei è italiana, ma nonostante avesse potuto farlo, il marito (dal quale non ha mai divorziato) non aveva mai preso la cittadinanza del nostro paese. L’Italia, però, la amava molto, l’amava davvero.

«Seydou era laureato in Economia all’Università Cheick Anta Diop di Dakar e aveva poi fatto un master in Francia – racconta Marianna Lunardoni, la moglie -. Era tornato a Dakar e il primo lavoro era stato all’ambasciata statunitense della capitale del Senegal che lo aveva reclutato come studente particolarmente meritevole. Era arrivato in Italia negli anni ’80. Non aveva 72 anni come è stato scritto, ma 62. Questo perché in Senegal aveva falsificato la data di nascita per ottenere il passaporto prima della maggiore età. Negli anni in cui si è stabilito in Italia erano gli stessi imprenditori a chiamare lavoratori dall’Africa. Era andato a Brescia e lì aveva lavorato in aziende che si occupavano di manutenzione del verde. Amava molto occuparsi del verde». Aveva conosciuto una donna con cui aveva avuto una lunga relazione e da lei aveva avuto un figlio, ormai abbondantemente maggiorenne.



Seydou Diallo con la moglie Marianna Lunardoni
Qualche tempo dopo, quando la prima relazione era terminata, Seydou aveva conosciuto Marianna. Insieme erano partiti per l’Africa dove entrambi erano stati capo progetto per alcune Ong: Carità senza Confini in Zambia e Cooperazione e Sviluppo in Uganda.







Seydou Diallo quando lavorava in Africa a capo di progetti umanitari
«Saydou aveva un enorme problema con l’alcol, ma sulle prime non me ne ero resa conto – racconta Marianna con il groppo in gola -. A causa di questo aveva perso il posto da manager di coordinamento del progetto. Nel frattempo, la mia mamma, anziana, ha avuto problemi di salute e sono dovuta tornare in Italia. Sono partita prima di lui perché Saydou non aveva rinnovato il permesso di soggiorno e ha dovuto rifare tutti i documenti. Quando è arrivato non ha trovato subito un lavoro e la sua famiglia, sapendo che lavoravo solo io, gli inviava tutti i mesi 550 euro, per aiutarlo. La sua famiglia è sempre stata presente: uno dei suoi fratelli è il manager di una delle più grandi aziende del paese. Quando Seydou era tornato in Italia gli aveva pagato il volo e anche il taxi fino a casa. Non appena è riuscito a ottenere un impiego, Saydou aveva scritto alla sua famiglia per rinunciare all’aiuto».
Purtroppo l’uomo era caduto nuovamente nella dipendenza da alcol. «Da bere solo birra e vino era passato a bere anche superalcolici – spiega Marianna -. Era stato male, aveva avuto un attacco epilettico dovuto all’astinenza, perché aveva cercato di smettere. Era stato ricoverato all’ospedale di Voltri dove il responsabile dei Sert del ponente aveva individuato un percorso di disintossicazione che Seydou aveva portato a termine con successo. Nella sua vita ha tentato molte volte di smettere ed è rimasto sobrio anche per lunghi periodi, anche per un intero anno. Poi, purtroppo, aveva ricominciato a bere e poi si era rivolto nuovamente al Sert. Il responsabile aveva individuato un diverso percorso e lui aveva aderito con entusiasmo. Era stato ricoverato per un mese in una clinica specializzata convenzionata di Modena. Era riuscito a smettere di nuovo e sembrava che andasse tutto bene, ma poi era caduto di nuovo nella dipendenza. Nel frattempo io avevo trovato lavoro in un comune vicino a Genova e avevo paura di perderlo come avevamo perso i progetti in Africa».
A quel punto, Marianna non era più riuscita a sostenere la relazione, con tutto il peso che prevede portarla avanti con una persona dipendente dall’alcol. I due si erano separati consensualmente e il giudice aveva disposto che l’uomo rimanesse comunque in casa per un anno, al termine del quale la moglie avrebbe dovuto versargli 15mila euro. Marianna aveva cambiato lei casa, lasciandola a Seydou e continuando, nonostante questo, a pagare le bollette.
Nel 2021, Seydou aveva lasciato la casa, riscosso i 15mila euro ed era andato a vivere con un parente a Rimini. Marianna, che aveva venduto l’appartamento, aveva saputo dal Comune di quella cittadina che non aveva mai spostato la residenza perché gli uffici comunali, dovendo concedere la residenza ai nuovi proprietari, avevano chiesto a lei se sapesse dove l’uomo si trovava. Così Seydou aveva perso la residenza, cancellata d’ufficio dagli uffici comunali, ed era diventato un senza fissa dimora. Era poi sparito da Rimini ed era risultato irreperibile sia da Marianna, che nel frattempo si era trasferita all’estero, sia dai parenti in Italia, sia dai parenti in Senegal, che lo avrebbero voluto riportare indietro, per occuparsi loro di lui. Marianna, negli ultimi mesi, aveva provato a contattarlo, ma il suo cellulare non era più attivo. Probabilmente era scaduta la sim.
Evidentemente era tornato a Genova. Troviamo le sue tracce nel racconto della Caritas Diocesana, che aveva avviato l’iter per farlo ospitare per le notti più fredde, e in quello dei volontari della Croce Rossa che distribuiscono pasti ai senza fissa dimora. «Lo ricordo come persona per bene che veniva a prendere i pasti caldi e spesso ne prendeva uno in più per darlo a qualcuno che si vergognava a venire a prenderlo da noi» racconta il volontario della Cri che lo ha conosciuto.

Seydou Diallo in uno dei suoi ultimi giorni di vita, davanti alla stazione Principe
«Perché racconto tutto questo? Per spiegare che se qualcuno avesse contattato me o la famiglia – dice Marianna – avremmo aiutato Seydou. Non sarei mai tornata con lui, ma gli ho sempre voluto bene. Perché nessuno ci ha contattato?». La donna spiega di aver tentato di contattare il marito negli ultimi mesi, ma il cellulare dell’uomo era scollegato. Probabilmente era scaduta la sim.
Probabilmente perché spesso sono gli stessi homeless a non volere che vengano coinvolti i familiari, anche se sono malati, anche se devono dormire al freddo su un cartone, come Seydou faceva sotto il colonnato della stazione Principe. In zona lo conoscevano tutti e ne parlano come di una persona tranquilla e dignitosa. Molti piangono la sua scomparsa.
Ora la famiglia si sta impegnando per per ripotare la salma dell’uomo in Senegal, attraverso un legale, l’avvocato Francesca Cicalese di Roma (che aiuta abitualmente anche la comunità di Sant’Egidio) e attraverso l’Associazione dei senegalesi. Perché Seydou possa avere nella morte la pace che non ha avuto in vita.


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