Baby gang e bullismo, il procuratore Pinto: «Più che repressione servono politiche sociali»

Aggressioni, rapine, pestaggi (anche ripresi col cellulare) frequenti in periferia e in alcune zone del centro storico: la Procura si occupa di un problema che coinvolge giovanissimi italiani e stranieri sia come autori degli episodi di violenza sia come vittime

La mancata integrazione, ma anche il disagio per un’intera fascia di età, sono all’origine del fenomeno che sta diventando sempre più evidente dagli episodi di cronaca che si susseguono. Lo ha detto ieri il procuratore Francesco Pinto parlando di «fenomeni delinquenziali che vanno tenuti sotto controllo e che evidentemente si intrecciano con un crescente disagio nella vita della città». Pinto, con intelligenza e concretezza, ha centrato i due volti del problema. La repressione, evidentemente, è scontata, ma non sufficiente a superare il problema. Il ruolo della Procura è, per competenza, quello di approcciare la questione sotto il profilo penale, ma nel registrare l’escalation di atti di violenza commessi da giovanissimi, non di rado minori, il Procuratore indica anche una strada che va nel senso della prevenzione: «È evidente che il problema deve essere gestito in primis con politiche sociali ed educative prima che di repressione». E queste politiche sociali spettano a ogni livello di amministrazione, dallo Stato, attraverso la scuola, a quelle locali.

Il disagio di una generazione passa per due canali: quello dei ragazzi italiani o cresciuti in Italia, le cui avvisaglie stavano tutte nella mala movida del centro storico e del levante, e l’arrivo di minori non accompagnati il cui “accompagnamento” previsto sembra non essere sufficiente a tutelarli anche da se stessi. Questi sono i due filoni da seguire per cercare di invertire una tendenza che preoccupa molto.

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