Sanremo, Toti fa i complimenti a Mahmood e Blanco. Sui social si scatena la canea autarchica e razzista
Al grido di “Prima la Liguria”, bocciata anche la Canalis – testimonial dello spot turistico della Regione – perché non ha il basilico di Pra’ nel Dna. Che importa se è un personaggio internazionale famoso e riconosciuto e che i turisti non li dobbiamo portare da Pentema, ma da altre regioni e paesi stranieri? La falange social della “Bestia al pesto”, dalle elezioni di Mattarella e dall’attacco di Salvini, si abbatte con puntualità sulla pagina Facebook del presidente della Regione insieme ai no vax e all’ultradestra: è ormai una vecchia e scontata tecnica con cui, a suo tempo, Trump vinse le elezioni Usa e Salvini portò il partito dal 7 al 40%, prima del crollo alle urne all’esame dei fatti che va al di là degli slogan. Una campagna del fango scomposta e rabbiosa che testimonia tutta la paura di dover scendere dal carro del potere a furor di schede elettorali

Andando a spulciare gli account di chi lascia messaggi fortemente critici (eufemismo che sta per “insulti e attacchi razzisti”) e accusa Giovanni Toti di essere troppo moderato, non autarchico, troppo inclusivo, si scopre che ci sono parecchi account fake. Analizzando gli altri commenti (cioè andando a verificare le bacheche di chi scrive) si legge il marchio sia dell’ultradestra xenofoba, sia dei no vax, sia della Lega. La campagna elettorale, dopo il tonfo di Savona dove la tenuta degli arancioni di Toti non è riuscita a compensare la debacle di Lega e destra, si ricomincia a giocare sui social anche se, ormai si sa, l’aria fritta 2.0 non basta più. Ai leghisti si aggiunge l’ultradestra che capisce una sola ragione: l’odio per chi non è nei suoi stereotipi. E a questi gli antivaccinisti, che non di rado stanno sulle stesse posizioni politiche delle due aree politiche di cui sopra (ma anche in parte nell’area anarchica).
Le argomentazioni? Sono indietro di almeno 3 anni (oltre che di alcuni secoli di civiltà). Da quando, nel 2019, Mahmood vinse per la prima volta il festival e il razzismo rabbioso cominciò ad abbaiare sui social: “Non è italiano, non può vincere il festival della canzone italiana”. Ci volle del bello e del buono a far capire che il cantante è italianissimo (quindi regolarmente in concorso), nato a Milano da madre sarda e padre egiziano, cresciuto nel quartiere di Gratosoglio. Niente da fare: i razzisti ragionano col Pantone: non ce la fanno a capire che un Pantone 65-5 C vale tanto quanto un Pantone 58-8 C e a volte canta (e non solo) anche meglio. Il razzismo è questo: la discriminazione a prescindere.

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Nelle maglie dell’odio per tutto ciò che non è chilometri zero è finita persino la “bianchissima” Elisabetta Canalis, testimonial dello spot della Liguria. È “straniera” in quanto non ligure, ma di origine sarda. E vai di critiche feroci, spesso scritte con un italiano incerto, anche da persone di origine meridionale che se fossimo una cinquantina d’anni indietro (e forse anche meno) sarebbero loro, come lo sono stati – purtroppo – i loro genitori, le vittime della xenofobia che raccoglie oggi la rabbia degli italiani, che la guida e la aizza suscitando sovrastimata percezione di insicurezza, infiltra la paura del diverso nei processi mentali dei cittadini. Tutto per arrivare a posizioni di potere, quanto più esclusivo possibile, esattamente come gli antivax che (e piuttosto chiaro, ormai, l’impegno serrato con le manifestazioni che bloccano Genova ogni sabato da quasi 30 settimane) si stanno coagulando in partitelli che intendono candidarsi alle comunali.
E nessuno di tutti questi che abbia avuto l’illuminazione sul fatto che uno spot serve per promuovere qualcosa fuori dai confini. Insomma, il territorio va promosso fuori dai suoi confini, presso persone non liguri, convincendole che anche un personaggio famoso (come ogni turista) ha la propria Liguria, terra che è un po’ di ciascuno che la visita. Ragionamento troppo complesso per neuroni intruppati nel pensiero unico della sottocultura a chilometri zero. Insomma, oltre Pentema, oltre Novi Ligure (che, confidiamo, ormai Toti ha imparato essere in Basso Piemonte) non interessa a nessuno che alla scià Rina “ci” piaccia il semifreddo alla Panera e confezioni il pesto rigorosamente con l’aglio e solo dopo aver compiuto rituali apotropaici anti milanesi recitando a memoria le parole di “Ma se ghe penso” almeno tre volte.
Se qualcosa c’è da ridire sullo spot, è l’affermazione «Che vita! Non andavamo mai a dormire» che, data la propensione delle imprese del turismo liguri a finire la torta di riso piuttosto presto (per chiudere e andarsene a casa), si configura come pubblicità ingannevole nei confronti del potenziale turista. A scanso di equivoci, è una battuta.
Spiegato questo, resta il fenomen della lapidazione social di Toti che avviene anche passando per la strada più semplice, più di pancia, approfittando malamente dell’ancestrale paura dell’uomo per il diverso: le istanze xenofobe. Declinando gli stessi termini usati in passato contro il M5S (prima di governarci assieme) e ancor di più (sempre prima di governarci assieme) contro i Democratici di sinistra. Insomma, è la stessa tecnica di “E allora il Pd?!!!”. E, francamente, ha fatto il suo tempo. Non basta più che l’orda social, aizzata a dovere attraverso messaggi politici rilasciati in interviste e comunicati, si abbatta su una pagina Facebook. Su Facebook la percezione del consenso è falsata: Savona docet. La minoranza rumorosa, anzi, chiassosa, fa massa nei commenti, ma non ai seggi. E ora un po’ di gente a destra teme di dover morire democristiana.

C’è un ultima cosa da dire: a Sanremo il premio “Mia Martini” della critica è andato all’italicissimo Massimo Ranieri con la sua “Lettera di là dal mare”, la lettera di un migrante che racconta la speranza di una terra, di un approdo che possa ripagare quei dolori provati, le cui ferite però non possono essere sanate. Nella canzone sono racchiuse dunque le paure, le preghiere e i silenzi di un viaggio inevitabile. Lo ha confessato lo stesso cantante, raccontando di quando a 13 anni ha lasciato l’Italia per andare in America a cercare una vita migliore. Quanti dei nostri avi lo hanno fatto?


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