Spettacoli 

Genova nelle “Città segrete” di Augias su Rai3. Vi è piaciuta la trasmissione?

Tanti svarioni, qualche luogo comune (ma non tutto il campionario “classico”, per fortuna), belle ricostruzioni dei personaggi recenti (De Andrè, Moana Pozzi, Paolo Villaggio) ma davvero troppo lunghe, che hanno fatto sembrare Genova solo una cornice, un pretesto. Il solito centro storico macchiettistico tra povertà e prostitute nel nome di Faber, ma anche qualche minuto dedicato ai Palazzi dei Rolli. Convincenti le ricostruzioni della storia contemporanea, meno quelle della storia più antica. Avete visto la trasmissione? Voi cosa ne pensate?

Stilettate al cuore di ogni genovese: la parola “crêuza” pronunciata proprio creuza e non ˈkrøːza. Poi corso Torino ribattezzata “via Torino” e definita «quartiere di stampo sabaudo» e si sa che dal sacco dei bersaglieri tutto ciò che è sabaudo ai genovesi va di traverso. Dopo ancora il Porto Antico che diventa “porto vecchio”, alla marsigliese: vieux port.
Ma l’apoteosi è stata la storpiatura di Guglielmo Embriaco, il “Testa di maglio”, che è diventato Embriáco. È un attimo: ce lo si immagina con la cotta di ferro e… il fiasco in mano: prima scappa da ridere, poi da piangere.
Il padre di Goffredo Mameli è stato anticipato di un migliaio d’anni quando si è raccontato che combatté contro i Saraceni. Effettivamente fra il 1825 e il 1833 ci fu una serie di campagne navali contro i “bey” di Tripoli, Algeri e Tunisi (in cui la marina sarda ebbe un ruolo non secondario) conclusasi con la fine della pirateria “barbaresca”. Il padre di Mameli ha certamente combattuto nella guerra di Tripoli del ’25, ma non era la guerra contro i Saraceni.
Non manca anche la proposizione di Paganini come «Icona pop». E scende un brivido lungo la schiena. Non c’è verso che si impari che “pop” non è sinonimo di “popolare” né di “molto seguito tra il pubblico”, come in tanti credono. Anche (sic) nello staff di Augias.

È evidente che l’editing è stato poco curato e che chi ha assemblato le cose l’ha buttata un po’ lì, alla carlona, senza nemmeno fare qualche domanda a un genovese qualsiasi.

Anche le immagini non sono parse straordinarie: abuso del drone, riprese traballanti, senza editing color, senza controllo dei chiari e degli scuri. Piuttosto dilettantistiche, insomma, e a questo si è aggiunto l’abuso di vecchie immagini di repertorio.

Decisamente troppo lunghi i segmenti dedicati a tre personaggi di origine genovese: Fabrizio De Andrè, Paolo Villaggio, ma soprattutto Moana Pozzi. Tre personaggi senza dubbio interessanti, ma qualche minuto in meno a loro e uno spazio dedicato a Montale o a Caproni (salvo una citazione della “città verticale”), a Govi o alle famiglie e ai personaggi che, dal Medioevo al Rinascimento, hanno fatto grande la città, non avrebbe guastato. Sono mancati richiami a personaggi genovesi viventi (salvo Renzo Piano, parlando del nuovo ponte), ma forse perché non ce ne sono e ne dobbiamo prendere atto.

Non s’è capito cosa centrasse in tutta la trasmissione la Costa Concordia e io suo naufragio, Schettino compreso. Poco spiegabile anche la lunga parentesi dedicata a Mary Shelley e al suo Frankenstein. Tutto perché la scrittrice rimase un anno a Genova.

Bisogna dare atto che la trasmissione di Corrado Augias si è sforzata di non diventare una delle scontate, fruste, ripetitive e noiose trasmissioni che parlano a nastro di “centro storico più grande d’Europa” (non lo è, non è nemmeno il più grande d’Italia) e di “Inglesi morosi per l’affitto della bandiera di San Giorgio”. È mancato anche il pesto: “Città segrete” è riuscita a dimostrare che parlare di Genova si può anche senza basilico e pestello in mano, che ormai sono equiparabili a quello che sono pizza e mandolino per l’Italia nell’immaginario collettivo americano.

Un punto a favore per le quattro storie “contemporanee” raccontate come Augias sa fare: l’assassinio brigatista di Guido Rossa, i moti del 1960 contro il governo Tambroni, il G8 e la tragedia del Ponte Morandi insieme alla costruzione del Ponte San Giorgio.

Tutto assieme, però, e con approfondimenti così ampi sui personaggi, saltabeccando senza criterio da Villa Pallavicini alla pornostar di Palmaro, è sembrato più un minestrone che una trasmissione ben organizzata. Insomma, l’idea c’era e in 2 ore si potevano raccontare tante cose in più senza cedere a pretese di audience da incassare grazie a Faber, Moana e Villaggio. Si poteva evitare che Genova fosse solo una cornice per le tante storie che si sono volute raccontare in quello che è sembrato più un barattolo pieno di cose che una narrazione consequenziale.
Una nota di merito per chi ci ha provato, ma il risultato è arrivato superficiale e raccogliticcio.

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