Sgomberato il Tdn, si continua a non cercare soluzioni al problema dei giovani, tra alcol, droga e mal di vivere
Alcolismo e dipendenza da droghe in aumento. Perdita dei valori, perdita di ideali, aumento delle malattie psichiatriche e di quelle veneree. La mala movida, con i problemi di vivibilità e qualche volta di ordine pubblico, è la punta dell’iceberg di una situazione di profondo disagio generazionale. Lasciando per un momento fuori le questioni “di partito” legate allo sgombero (su cui sui social si stanno scontrando i supporter delle fazioni ideologiche), vogliamo andare oltre e parlare di politica, anzi, di politiche non più rimandabili: spazi e iniziative dedicati a quei giovani che ora la generazione “dell’età di mezzo” cerca persino di criminalizzare essendo invece, con quelle precedenti, la causa di quanto sta accadendo

Le amministrazioni di sinistra hanno delegato ai centri sociali (di fatto prima tollerandoli e poi legalizzandoli con i canoni di affitto per evitare anche tensioni e problemi che si sono verificati in altre città oltre che l’usocapione dei luoghi occupati) gli spazi di aggregazione per i giovani e, di conseguenza, le iniziative. Alcuni centri sociali hanno svolto meglio il loro compito, altri peggio, diventando locali di intrattenimento abusivi e causando anche un problema alla popolazione non ideologica per via del baccano notturno oggettivamente intollerabile. La destra pensa ora di risolvere tutto, dopo i pessimi risultati delle elezioni regionali, sgomberando i centri sociali che, piaccia o no il genere di cose che organizzano, sono di fatto tra i pochi luoghi di aggregazione giovanile dove ci si incontra per parlare, per discutere, per fare cose assieme, per suonare e ascoltare musica dal vivo.
La verità è che la destra la sinistra affrontano la questione in modo ideologico senza guardare in faccia il vero problema (spesso strumentalizzandolo), il mostro sociale che abbiamo alimentato e continuiamo ad alimentare, chi in un modo e chi nell’altro, arrivando poi, persino a colpevolizzare le giovani generazioni che invece sono vittima delle cose non organizzate e non fatte da quelle precedenti. Bene o male, chi frequenta i centri sociali ha un riferimento. Tra i giovani non sono in molti ad averlo, magari in attività sportive o culturali o artistiche o musicali. I risultato è la pletora di adolescenti e post adolescenti che si trascina ubriaca nel fine settimana. Non è solo un problema genovese o italiano, è un problema di tutto il mondo occidentale.
L’Islanda è l’unico paese ad aver preso il toro per le corna, ad aver affrontato la situazione. Dal 1998 al 2016, la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48% al 5%, mentre quella che fuma cannabis dal 17% al 7%. Anche i fumatori di sigarette sono calati drasticamente: dal 23% al 3%. I giovani islandesi erano i più forti consumatori alcol tra i coetanei europei. I governi dell’isola hanno saputo prendersi il rischio elettorale di provvedimenti impopolari e hanno saputo investire in programmi e iniziative.
Dopo un’attenta analisi del fenomeno hanno fatto quello che qualche città europea fa in parte e che a Genova aveva iniziato a fare la giunta Doria suscitando un vespaio di polemiche: hanno imposto il coprifuoco, ma solo per gli adolescenti. Questo da solo, però, non poteva bastare. Hanno costruito una maggiore collaborazione tra istituti scolastici e genitori, non hanno avuto paura di introdurre divieti e e hanno allestito attività extrascolastiche che coinvolgessero gli adolescenti a tempo pieno.
Tutto nato nel 1991 quando, dopo la tesi di dottorato, il professore di psicologia statunitense Harvey Milkman, oggi docente presso l’università di Reykjavik, è arrivato in Islanda perché chiamato a fare uno studio sugli adolescenti di quel paese e ha scoperto che chi praticava sport o frequentava corsi, e aveva un buon rapporto coi genitori, era meno propenso all’utilizzo di droghe e alcol. In sostanza, chi aveva qualcosa di meglio da fare lo faceva evitando di abbandonarsi alla depressione e alle dipendenze.
Il programma di recupero “Youth in Iceland” ha coinvolto genitori e scuole. Sono state eliminate le pubblicità di alcol e sigarette, è stata vietata la vendita di sigarette a chi aveva meno di 18 anni (qui in Italia è vietato da tempo, ma serve a poco perché basta comperarle ai distributori col codice fiscale dei genitori, dei fratelli o di amici più grandi) ed è stato imposto il divieto di vendita di alcolici ai minori di 20 anni. Il coprifuoco riguardò gli adolescenti tra i 13 e i 16 anni che dovevano rientrare a casa entro le 10 di sera in inverno e a mezzanotte d’estate, per passare più tempo in famiglia.
Anche questo non poteva bastare. Sono state moltiplicate le attività extrascolastiche, a scelta dei ragazzi. Attività sportive, ma anche artistiche o culturali, dalla musica alla danza, dalle arti marziali alla pittura per fare in modo che queste agissero su di loro per ridurre stress e ansia che conducono alle dipendenze. Il programma, durato una ventina d’anni, è perfettamente riuscito.
Si è tentato di esportare il progetto nel resto d’Europa, ma si è riusciti a iniziarlo solo in un pugno di cittadine con popolazione ridotta. Il mancato impegno è stato per lo più determinato dalla scarsa propensione di stati, ma anche degli enti locali, ad investire nelle moltiplicazione delle attività extrascolastiche: servono parecchi quattrini per allestire diverse iniziative che possano soddisfare le propensioni di ognuno e quindi mantenerle. Un altro problema è stato il rifiuto della politica di varare iniziative impopolari anche se, alla lunga, premianti e capaci di garantire il risultato. La Svezia, ad esempio, ha detto che una politica di questo genere sarebbe inattuabile, come in Gran Bretagna. La risposta (anche degli adulti) alle regole del coprifuoco, della prevenzione Covid e del green pass non autorizzano a pensare che in Italia e a Genova in particolare sarebbe facile coinvolgere e convincere.
Qui da noi, e torniamo al discorso di partenza, mancano i luoghi di aggregazione dove fare anche musica, i corsi extrascolastici accessibili alle famiglie (cioè gratuiti), attività che appassionino i ragazzi. Manca un dialogo reale tra scuola e famiglia e non sempre per colpa della scuola.
Ai giovani non resta che il vuoto, l’alcol e le pastiglie da calarsi il venerdì e il sabato sera, il branco che pellegrina la sera per il centro storico o nel levante con una bottiglia in mano per poi magari finire al pronto soccorso in preda a condizioni di ubriachezza che arrivano fino al coma etilico. Però la colpa non è loro. È della politica, della scuola, delle famiglie che ora, paradossalmente, li vedono come un problema per la loro tranquillità, ma non sanno agire per invertire la tendenza come, invece, ha saputo fare l’Islanda.


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