Monsignor Tasca e l’imam Salah Usein, il ricordo e l’insegnamento della morte

La commemorazione delle vittime del Ponte Morandi – L’Arcivescovo: «Dobbiamo fare in modo che ci sia un’esatta puntualità conoscitiva di quanto accaduto e dobbiamo fare il possibile affinché la verità possa emergere e orientare la consapevolezza di tutti». Il rappresentante dei musulmani: «Io credo che (la morte n. d. r.) sia la cura di molte malattie del cuore. La superbia, l’invidia, l’egoismo, l’odio, la discriminazione vengono prese in riesame in quel momento e la persona saggia trae insegnamento, cambia»

La giornata è cominciata con la messa nella parrocchia della Certosa presieduta da monsignor Marco Tasca, arcivescovo di Genova, e concelebrata dal parroco don Gianandrea Grosso, dal vicario territoriale don Giuseppe Guastavino e da diversi sacerdoti del Vicariato di Rivarolo. Alla celebrazione erano presenti il ministro della Giustizia Marta Cartabia e quello alle Infrastrutture Enrico Giovannini, il Sindaco di Genova Marco Bucci e il Presidente di Regione Liguria Giovanni Toti. Tra i familiari delle vittime, i parenti di Luigi Matti Altadonna, Paola Vicini, la famiglia Bokrina, Emmanuel Diaz e la mamma e la famiglia Licata.

Nell’omelia, l’Arcivescovo rifacendosi al passo del Vangelo del giorno, ha sottolineato l’importanza della relazione anche nelle situazioni di prova e di difficoltà «Nella fatica – ha detto monsignor Tasca – il Signore Gesù ci invita a non chiuderci in noi stessi, e credo sia bello essere qui oggi insieme a testimoniare la ricerca di risposte a tante domande che ci sono”. “Penso alle famiglie – ha proseguito – e a tutte le persone che stanno soffrendo. Chiediamo insieme a Gesù di aiutarci in questa fatica, in questa grande difficoltà nel cercare risposte prendendoci cura gli uni degli altri». È importante che chi sta soffrendo non si senta mai solo e senta che c’è qualcuno che tenta in tutti i modi di prendersi cura di lui. È necessario ricercare il dialogo e non lasciare nulla di intentato. L’Arcivescovo ha concluso la sua omelia ponendo la sua preghiera per intercessione di San Massimiliano Kolbe, francescano, morto nel campo di concentramento di Auschwitz, che si offrì di essere ucciso al posto di un padre di famiglia. «Egli ha dato la vita – ha detto Mons. Tasca – e ancora oggi ci insegna che solo l’amore regna e l’odio distrugge, solo se sapremo amare saremo vivi!».

Sul palco della celebrazione, invece, Monsignor Tasca ha affermato che ritrovarsi insieme nell’anniversario è un segno molto importante, perché spesso si può cadere nel rischio che vadano in onda la dimenticanza e l’oblio e si faccia l’errore di considerare poco quanto è accaduto. «Nessuno vuole dimenticare – ha detto l’Arcivescovo – e dobbiamo fare in modo che ci sia un’esatta puntualità conoscitiva di quanto accaduto e dobbiamo fare il possibile affinché la verità possa emergere e orientare la consapevolezza di tutti». Non dimenticare significa anche non permetterci il lusso di far finta di niente, ed è importante che tutto l’anno ci sia dedizione e attenzione a questa tragedia, ha spiegato «Impegniamoci tutti – ha proseguito – a tendere una mano a chi ha responsabilità istituzionali, ad avere fiducia e a dare uno sprone perché tutto sia portato alla luce del sole».
«Il più bel regalo che possiamo farci in questo doloroso anniversario – ha concluso monsignor Tasca – è quello di ascoltarci e prenderci cura uno dell’altro».

L’imam Salah Hussein ha detto che «Le cose materiali delle nostre brevi vite in questi momenti particolari perdono valore. In quei momenti emergono i veri valori. Ciò che rimane di una persona è che ha fatto del bene o del male. Come ha detto un saggio Sufi: “La morte è il migliore dei predicatori”. Ci insegna, ci fa riflettere. Le persone care traggono insegnamento dalla perdita di un caro. E possono avere l’occasione di cambiare passo nella loro vita. Io credo che sia la cura di molte malattie del cuore. La superbia, l’invidia, l’egoismo, l’odio, la discriminazione vengono prese in riesame in quel momento e la persona saggia trae insegnamento, cambia. Perché dopo la morte c’è l’incontro con Dio ed è un incontro individuale, singolare. Bisogna rendere conto di ciò che hai fatto nella vita: se hai seminato bene troverai del bene e se hai seminato male troverai del male. Sono passati 3 anni, è come fosse ieri questo grande dramma di Genova, dei parenti. Io prego Dio, l’unico dio di tutti, che abbia misericordia e compassione delle vittime e delle loro famiglie e abbia misericordia di tutti noi e ci guidi sulla retta via».

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