Anche a Genova i locali furbetti del green pass. Rischiano sanzioni fino a mille euro e la chiusura

Qualche locale cittadino ha esposto in vetrina un cartello che definisce “facoltativo” il certificato verde: così non è. E la sanzione è sia per il cliente sia per il pubblico esercizio. Alcuni bar e ristoranti si sono inseriti nelle liste e mappe diffuse via Telegram dai “no covid pass”. Nella movida del centro storico la nuova regola non ha causato particolari problemi. I renitenti? Soprattutto gli stranieri

Su Telegram, nei canali dei “no green pass” girano le liste e le mappe dei locali che non chiedono il certificato verde. Non si sa se i gestori lo facciano perché anche loro contrari al covid pass o perché sperano così di captare i contestatori (perdendo, però, la frequentazione dei più numerosi vaccinati e favorevoli). Una bella traccia per le forze dell’ordine e la Polizia locale per tracciare chi non rispetta le regole stabilite per la salute pubblica: si sa dove cercare i bar e i ristoranti dove controllare per primi. Al primo cliente seduto al tavolo interno e sprovvisto di covid pass la multa, sia per l’esercente sia per il cliente, è assicurata. Quanto sta scritto nel cartello esposto da alcuni non ha alcun fondamento (il cartello della fotografia campeggia sulla vetrina di un bar di Pegli). Sono i titolari o i gestori dei servizi e delle attività per i quali è introdotto l’obbligo del green pass a dover verificare il possesso di idonea certificazione. L’autenticità del pass va verificata attraverso l’App (gratuita) del ministero della Salute “Verifica C-19” che si può scaricare su qualsiasi cellulare. Senza green pass si può consumare solo al bancone e nei dehors e chi siede ai tavoli deve averlo. La verifica si può fare anche offline. Chi verifica deve però anche richiedere un documento d’identità (sulla carta verde è indicato il nome e il cognome oltre al Qr code e alla data di vaccinazione o del tampone) per accertarsi che titolare del green pass e cliente coincidano. Sono i titolari o i gestori dei servizi e delle attività per i quali è introdotto l’obbligo del green pass a dover verificare il possesso di idonea certificazione. Il decreto legge 23 luglio 2021 è chiaro. Prevede che «i titolari o i gestori dei servizi e delle attività» per le quali serve il certificato siano «tenuti a verificare che l’accesso ai predetti servizi avvenga nel rispetto delle prescrizioni». Non ha, dunque, alcun fondamento la lamentela di chi sostiene (a torto) che l’esercente non ha diritto di chiedere documento e green pass.

La norma attuale prevede in caso di violazione una multa da 400 a 1.000 euro sia a carico dell’esercente sia dell’utente. Con sconto del 30% se si paga entro 5 giorni. Qualora la violazione fosse ripetuta per tre volte in tre giorni diversi, l’esercizio potrebbe essere chiuso da 1 a 10 giorni.

Com’è andata nella movida del centro storico? «Da noi e nella zona le consumazioni sono prevalentemente all’esterno – dice Marina Porotto, presidente del civ Genovino di Piazza delle Erbe e presidente regionale di Fipe Giovani -. Dai commenti al banco, ho capito che ci sono più i favorevoli che i contrari. I favorevoli ritengono il green pass uno strumento per tornare alla normalità e non rischiare di nuovo un lockdown. Ho sentito anche i colleghi di altre zone: non ci sono state molte polemiche. È decisamente più difficile spiegare che non si può vendere alcol da asporto dopo la mezzanotte».

«In questo fine settimana le persone presenti la sera nei vicoli sono meno del consueto – spiega Massimo Lupi, figura storica dei locali serali genovesi -. Venerdì abbiamo mandato via un ventina ragazzi. I più “non in regola” sono gli stranieri: svedesi e qualche francese con il pass scaduto o non valido e insistente. Soltanto un paio di italiani se ne sono andati via stizziti per il rifiuto di farli sedere al tavolo senza green pass».

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