Caricamento, con la toilette pubblica compaiono i mega cartelli kitsch viola in stile centro commerciale

Con i bagni pubblici custoditi realizzati in un basso della ripa (inaccessibili ai disabili e difficoltosi per anziani e famiglie con passeggini), che si spera siano i primoidi una serie di wc più accessibili, sono comparsi enormi cartelli a indicarne la presenza in una delle aree più turistiche della città. Nelle città europee, i bagni pubblici sono spesso indicati con piccoli e graziosi segnali, nei centri storici anche di ferro battuto. Da noi, invece, sono arrivate le enormi “vele” che indignano il centro storico perché sembrano indicarlo come l’orinatoio del Porto Antico

Il senso estetico non si compra e non si vende, ma chi non lo ha, può sempre copiare con intelligenza. E invece… Invece a Genova stanno impazzando le brutture, dalla statua di Parodi a Carignano (al di là di ogni polemica di carattere politico sulla rappresentazione del personaggio con la divisa dell’aviazione fascista) alla bussola di Palazzo Tursi. L’impressione è quella che la Soprintendenza, sotto un fuoco di fila di richieste quantomeno “originali”, lasci fare tutto ciò che è rimovibile e non danneggi le strutture esistenti, imponendo le prescrizioni per iscritto per limitare la selva di brutture “tanto pratiche” (sembrerà, forse, ai fautori) che, però, danneggiano fortemente l’estetica dei luoghi in cui compaiono. Fuori dal centro sono arrivati i “segnali escursionistici dei puffi“: segnali azzurro puffo (appunto) a indicare l’itinerario dei forti, percorsi già esistenti da molto tempo (compresa l’integrazione con i mezzi di trasporto pubblico) e riciclati come novità con l’apposizione di scritte fluo “Forti” realizzate sulle pietre (ma anche su palazzi privati sulla scalinata che da via Carso sale ai giardinetti di San Bernardino ed alla porta di San Bernardino, con forte disappunto dei proprietari) e segnali in piena difformità rispetto a quelli escursionistici tradizionali: i fondi potevano essere positivamente usati per ravvivare i segnali esistenti da decenni, comprensibili ad ogni escursionista. Invece no, invece s’è dovuto “farlo strano”, come se si trattasse di cambiare la tappezzeria alle pareti di un appartamento di proprietà scegliendone il colore secondo l’estro del momento, come se chi sceglie fosse uno che non si fa scrupoli a vestirsi in total fuxia o verde basilico carico nella città dei tubini blu e delle collane di perle.

Il colore viola

Così, in piazza Caricamento sono comparsi i cartelli in stile centro commerciale di periferia. Viola, colore che sta notoriamente in odio ai genovesi e che in passato ha mandato al fallimento negozi in franchising con contratti vincolanti con la casa madre per l’approvvigionamento delle merci. Ci fu un periodo in cui il viola era di moda in Italia e un negozio di via Roma (incoscientemente piazzato da una catena milanese proprio di fronte a Finollo) chiuse i battenti per l’impossibilità di spacciare le cravatte di quel colore che rappresentavano la quasi totalità della collezione annuale del marcio. Non dimentichiamo che questa è la città dove riconosci un uomo non genovese perché è capace di portare un completo marrone in un evento ufficiale. Anche un megastore di un noto marchio italiano del centro ci lasciò le piume per la collezione autunno-inverno improntata alle sfumature di viola. I tempi sono cambiati e ad eliminare il pericolo commerciale ci sono le comunità straniere che non patiscono la stessa avversione cromatica, ma ai genovesi quei cartelli enormi fanno accapponare la pelle a prima vista. Certo, forma e dimensioni, insieme al confezionamento in stile galleria commerciale, fanno sicuramente rivoltare nella tomba la buonanima di Bruno Gabrielli, professore di Architettura e assessore della giunta Pericu, che avversò con tutte le sue forze ogni forma di struttura incongrua anche molto meno provocatoria di queste nella piazza della Ripa Maris.

Le polemiche sui social

I cartelli, come s’è detto, sono enormi, davvero brutti da vedere e sui social c’è già chi invoca la tramontana perché se li spazzi via, nella speranza che non vengano lasciati lì anche a brandelli. C’è anche chi ironizza sul fatto che la freccia indichi la cima del lampione a cui sono legati («Per fare pipì bisogna arrampicarsi?» è la domanda sarcastica che circola) e chi fa notare come, indicando il centro storico ed essendo visibili dall’Expo per le grandi dimensioni, facciano sembrare la città vecchia l’orinatoio del Porto Antico. Mugugni? Può darsi, ma dopo i segnali rialzati del percorso che dal centro porta a Castelletto, in cui si inciampa spesso, la pazienza s’è esaurita.
Intendiamoci, la politica di aprire toelette presidiate è certamente un’ottima idea di questa amministrazione, un’idea attesa da tempo dalla popolazione. Decisamente meno geniale è stato aprire la prima del centro storico inaccessibile ai disabili, agli anziani e alle famiglie con passeggini, ma vabbè, arriveranno altri wc pubblici.

Copiare non è difficile

E i cartelli, inoltre, in una città turistica servono. Solo che invece che allestire il solito brutto “accampamento” secondo le “fulgide” improvvisazioni che ormai sono diventate abitudine, bastava cercare di capire come i bagni pubblici vengono indicati nelle città turistiche europee. A Lisbona il cartello di ferro battuto col bimbo che fa pipì, ad indicare una latrina dell’Alfama, è tra gli scorci più fotografati della capitale lusitana. Ma esempi di segnali decorosi ci sono a Parigi, a Londra, in tutta la Germania, in Austria, in Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Grecia. Basta essere andati oltre Pentema e il valico dei Giovi per saperlo.

Il cartello che indica l’orinatoio nel quartiere dell’Alfama, a Lisbona

Esempi di cartelli decorosi in Europa tratti dal web

E invece no, invece noi dobbiamo sempre farci riconoscere come quelli per cui l’estetica urbana è un mondo ignoto e l’appeal turistico un libro misterioso scritto in aramaico. Quelli che hanno uno spiccato senso per ciò che è, palesemente e incontestabilmente, brutto e sciatto come solo un cartellone da centro commerciale può essere. E dire che fare le cose con un minimo di gusto costa uguale…

Foto di Alberto Pera

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