Una maxi falena agli Angeli: è lunga 15 cm e le sue ali sono larghe oltre 16 centimetri

Le foto ci sono state inviate da Massimiliano Vicini che le ha scattate in via Melegari. Non è una farfalla ma, appunto, una falena: si tratta di un bombice dell’ailanto o filosamia (nome scientifico: samia cynthia). Vive circa una settimana perché nasce senza apparato boccale e non può mangiare. Quando si riproduce la copula dura fino a 20 ore. La femmina depone da 400 a oltre 700 uova. È stata importata in Italia per la produzione della seta e, terminata questa industria, è rimasta in natura. Vive sugli alberi di ailanto (anche lui naturalizzato) che, importato dalla Cina, è stato usato spesso per il consolidamento delle scarpate ferroviarie ed è diventata pianta infestante

È un lepidottero appartenente alla famiglia Saturniidae, originario dell’estremo Oriente (regioni asiatiche della Russia, Cina, Giappone), ma introdotto anche in Europa, Nordafrica, Medio Oriente e America settentrionale.

L’adulto ha un’apertura alare che può raggiungere anche i 16,5 cm, ha una livrea di colore bruno-verdastra o giallo-brunastra; entrambe le ali portano una macchia a forma di semiluna, di colore digradante dal bianco al giallastro e bordata di nero sul lato costale; le anteriori presentano inoltre una piccola macchia ocellare nera associata ad una sfumatura cinerea o violacea all’apice della regione submarginale. La livrea è ornata da strisce di colori variabili fra cui spicca una vistosa fascia trasversale di colore violaceo o cinereo o biancastro, bordata di nero sul lato prossimale.

L’uovo è di forma semisferica e di colore bianco. La larva mostra un polimorfismo in funzione dell’età: inizialmente è di colore giallo-verdastra, con capo e protorace bruni e con addome recante tubercoli bruni; a maturità è di colore bluastro, con capo giallastro e tegumento disseminato di punteggiature nere e tubercoli azzurri. La lunghezza arriva ai 15 cm.

La specie svolge un ciclo con una o due generazioni l’anno, con svernamento allo stadio di crisalide. Gli adulti compaiono in primavera inoltrata, si accoppiano e le femmine depongono poche centinaia di uova, in gruppi di una decina di unità, sulle foglie della pianta ospite. L’incrisalidamento ha luogo con la costruzione di un bozzolo di seta di colore bruno, aderente ad una foglia e fissato ai rami con un cordone di seta robusta lungo anche fino a 20 cm. La sua vita nello stadio di farfalla è di appena una settimana perché nasce senza apparato boccale e vive giusto il tempo di riprodursi.

C’è anche chi la alleva, oggi, non per fare la seta, ma per vederla crescere. Ottenere un accoppiamento di Samia ricini è estremamente facile: è sufficiente lasciare una coppia in una gabbia di 30 cm di lato o anche una grande scatola di cartone; normalmente i maschi entrano in attività la sera e localizzano le femmine affidandosi alle sensibilissime antenne che riconoscono i feromoni emessi dalle femmine della propria specie; l’accoppiamento può addirittura avvenire anche durante il giorno dopo aver posto un maschio accanto alla femmina quasi come a farlo arrampicare ai suoi fianchi, lasciandoli poi su una parete della gabbia: se il maschio è ricettivo verso la femmina, la aggancerà saldamente tramite una struttura all’estremità dell’addome che circonda l’apparato riproduttore e che aggancia l’estremità addominale della femmina come una pinza; una volta avvenuta, la copula si protrarrà per molte ore (anche una ventina), in genere fino al giorno dopo.

Le larve sono allevate per la produzione di una seta più robusta di quella del bombice del gelso, detta “seta eri” e utilizzata per produrre un tessuto detto kien cen. Importata nelle regioni occidentali del pianeta per la produzione della seta, la specie si è naturalizzata anche sulla costa orientale nordamericana, in Francia, Italia, Svizzera, Ungheria, Austria, Croazia e Uruguay.

In Italia fu introdotta nel 1854 usando come pianta ospite l’Ailanthus altissima, Le uova sono deposte sulle foglie, e le larve si alimentano primariamente con le foglie di questa pianta, ma la specie è secondariamente associata anche ad altre specie botaniche appartenenti a vari generi (Ricinus, Sambucus, Ligustrum, Pyrus, ecc.). Sotto l’aspetto agrario, la specie non rappresenta alcun rischio per la limitata entità dei danni prodotti dai bruchi defogliatori.

La cessazione della produzione di tale seta in Italia (soprattutto nella regione subalpina) ha lasciato residue presenze in natura della falena, che sfuggita dagli allevamenti continua a riprodursi in natura sull’ailanto ormai anche lui naturalizzato, dato che questo ultimo è stato usato per il consolidamento delle scarpate ferroviarie.

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