Pier Paolo Giampellegrini, il vaccino logora chi non ce l’ha

Il segretario generale della Regione e la gaffe dell’iniezione proibita. Perché la situazione è grave, ma non è seria

di Monica Di Carlo

A volte, ma raramente, capita di scorgere tra mille figure di secondo e terzo piano, persone le cui capacità strategiche appaiono a un livello di gran lunga superiore rispetto alla qualità attuale, francamente in gran parte scadente rispetto agli anni ruggenti ante Mani Pulite. Non si può fare a meno di guardare queste gemme con una certa ammirazione mentre si muovono con agilità nei labirinti aggrovigliati degli scenari politici in un periodo paradossalmente fatto di disarmanti semplicità, ma complesso allo stesso tempo, dove un giorno, com’è successo a Salvini e alla Lega, sfiori il 40% e qualche mese dopo ti trovi al 23% e con tensioni interne e di schieramento palpabili e solide.
Soggetti rari questi che a volte emergono nei palazzi del potere. Per carità, nulla a che fare con i politici della Prima Repubblica buonanima, ma meglio della gran parte della fauna politica contemporanea dell’intero arco costituzionale, spesso sgrammaticata, scomposta e stonata sui social, ancora più spesso imbarazzante per il numero e la qualità dei selfie con la bocca a culo di gallina e le foto da pin up o maschio alfa con le sopracciglia ad ala di gabbiano, oltre che per i messaggi acefali e ruffiani postati che, al di là delle posizioni politiche, per noi giornalistosauri che abbiamo visto e vissuto le convergenze parallele, il Psi ago della bilancia, l’onnipresenza silenziosa e infiltrante di Andreotti, il Dottor Sottile e la Balena Bianca, si possono sintetizzare agevolmente con le parole “politicamente raccapricciante”. La norma è il traffico delle meteore che sono transitate negli ultimi anni dai Municipi al Parlamento, quelle che sono capaci – più che di ragionare – di scegliere il vestito in tinta con l’evento (cosa che fa rimpiangere la rigorosa grisaglia grigia di Moro e Berlinguer alle tribune politiche) -, quelle che riescono a dire e scrivere in un tweet tutto e il giorno dopo il contrario di tutto, quelle che gestiscono la res publica come se fosse l’orto di casa e nemmeno sanno rubare come gli imputati del processo Mani Pulite, perché sono solo ladre di polli elettorali e sanguisughe di potere e si prostituiscono intellettualmente (lo so, “intellettualmente” è una parola grossa) per quattro voti. La regola è il traffico di formichine ognuna impegnata nell’arraffare una briciola di potere, quasi miracolosamente interrotta, assai di rado, dalla rara cometa di un guizzo di agilità mentale, dalla evidente lucidità, dalla capacità di far andare le cose nel verso magari non sempre condiviso, ma certamente capace di finalizzare il risultato.
Poi, a volte, queste persone cadono sulla più banale e scontata delle bucce di banana. Accadde a Claudio Burlando, allora presidente della Regione, pizzicato in contromano, come un qualsiasi adolescente neopatentato in vena di fare il gradasso.
Ora succede a Pier Paolo Giampellegrini, quasi onnipotente segretario generale della Regione, docente universitario, deus ex machina, si dice con insistenza, di tante decisioni prese in piazza De Ferrari. Da appena 53enne, ha superato con gesto atletico da velocista e grazie a un avanzo di fialetta schiere di ottuagenari e ultrafragili e tanti lavoratori “a rischio”, arraffando con poco stile una dose di vaccino, dice lui al Secolo XIX, “avanzata” dalle inoculazioni del polo vaccinale allestito da Confcommercio in via Cesarea. E dire che gli sarebbe bastato aspettare un paio di giorni per accedere alle vaccinazioni dei docenti universitari, mica come le commesse dei supermercati che hanno davanti centinaia di persone ogni giorno e la data della vaccinazione la vedranno tra qualche mese.
Certo, attraverso l’Università sarebbe stato con Astrazeneca. E invece no. Invece lui, per la prontezza di essere al posto giusto al momento giusto, s’è aggiudicato il vaccino dei vaccini, quello buono, eh! Il Pfizer. Il Brunello di Montalcino dei Vaccini, mica un Tavernello-Astrazeneca qualunque. Ed è stato beccato con le mani nella marmellata, pardon, con la siringa nel braccio, dal quotidiano e ha rimediato quella che a Genova si chiama “sonora figura da cioccolataio”. Da giorni il giornale lavorava pancia a terra nel tentativo di beccare la portavoce di Toti, Jessica Nicolini, che, scocciata dalla circostanza riferitale da mille e un delatore, ha fatto un fiero post su Facebook spiegando che, no, non c’era modo di metterla in piazza perché lei il vaccino non l’aveva mai fatto. Non l’ha fatto Toti che, da fumatore di mezza età e per di più in carne, potrebbe stare tra i fragili e nella sua qualità di presidente e assessore alla Sanità della Regione, come il presidente del Consiglio e i ministri, ne avrebbe diritto perché è tra le figure chiave (come tutti gli altri presidenti) della conduzione della scialuppa della resilenza alla pandemia. Non l’ha fatto Giampedrone, che ne avrebbe avuto diritto in quanto responsabile regionale della Protezione Civile. Non l’ha fatto Marco Bucci, responsabile anche sanitario della città in quanto sindaco, che lo farà essendosi messo in coda dal suo medico della mutua secondo patologia come un qualsiasi paziente che soffre di una o più malattie che danno origine alla pericolosa co-morbidità del virus. Marco Scajola, assessore regionale all’urbanistica, ha fatto persino di più: ha fatto togliere dalla lista i genitori ultraottuagenari che erano capitati per sorteggio tra i primi cento over 80 dell’Imperiese nella prima giornata di vaccinazione in un territorio particolarmente difficile perché in quel momento falciato dall’epidemia infiltrata nei territori frontalieri dalla vicina Côte d’Azur dove il Covid ruggisce senza tregua. Insomma: ranghi serrati, perché l’opposizione, si sa, sta col mitra spianato e non aspetta altro. In fondo, è il suo mestiere.
Poi, bel bello, arriva lui, il quasi onnipotente segretario generale. Va a trovare gli amici di Confcommercio in occasione della bella iniziativa del punto vaccinazioni. È l’11 marzo. Avanza una dose, perché da ogni fialetta se ne fanno diverse e non sempre il numero dei bracci disponibili va in pari con le siringhe. Mica gli addetti possono uscire in strada agitando la siringa e gridando “Chi vuole un vaccino avanzato?!!! Ci sarebbero anche un paio di slerfe di focaccia in sovrannumero gentilmente offerte dall’Associazione Panificatori!”.
E lui, Giampellegrini, è lì, l’uomo sbagliato al momento giusto. Dopo aver consumato il frutto della prelazione proibita, si guarda bene dal dirlo a Toti il quale lo ha saputo dal giornalista che gli ha chiesto ieri ragione dell’accaduto. Lui ha risposto, più o meno «Non ne sapevo niente. Io e i membri della mia segreteria non siamo stati vaccinati. E se un direttore generale si dovesse vaccinare non è tenuto a dirmelo». E c’è da credergli: par che stamattina nelle stanze affacciate sul fontanone siano volate battute taglienti e metaforici coltelli, perché, poi, Giampellegrini sono anni che fa il primo della classe e, in fondo, i secchioni non piacciono a nessuno, nemmeno agli altri secchioni. Il tutto mentre i consiglieri di minoranza Ferruccio Sansa e Gianni Pastorino facevano il loro lavoro, inzuppando a giusta ragione il pane nella vicenda della incomprensibile caduta di stile.
E poi dicono che il potere logora chi non ce l’ha. Ma quella è un’altra storia, quello è Andreotti. Che una figura come questa non se la sarebbe mai concessa. Forse di peggio, ma saltare la coda come una massaia frettolosa davanti al banco del salumiere proprio no.

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