La galleria antiaerea di Oregina, dove i nostri nonni si difendevano dalle bombe – FOTO E VIDEO

Viaggio nel ventre del quartiere col Coordinamento ligure studi militari e con due consiglieri di Municipio che cercano di aiutare l’associazione ad aprire al pubblico uno dei 51 rifugi pubblici del Comune in cui i genovesi si rifugiavano durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Una parte del tunnel, lungo 250 metri e con uscita di sicurezza, si sta coprendo di concrezioni calcaree come quelle delle grotte naturali

Testo, foto e video di
Monica Di Carlo

Non è facile per noi, quasi 80 anni dopo l’inizio dei bombardamenti, capire cosa significasse dover fuggire non appena la sirena suonava e lasciare immediatamente qualsiasi genere di occupazione, con qualsiasi tempo, in qualsiasi condizione (anziani, disabili, donne incinte), qualsiasi età. Acchiappare quel poco che si poteva portare con sé, prendere per mano i figli (o tremare per loro, perché erano a scuola e nel rifugio scolastico li avrebbero portati i maestri o i professori) e andare a chiudersi in uno dei molti rifugi pubblici e privati costruiti per dare riparo dalla popolazione.

Il Coordinamento ligure studi militari lavora da molto tempo sulle strutture militari della nostra città, a partire dalla batteria anti bombardamento navale delle alture di Pegli. Poi è passato ai forti e ai rifugi. Una ricerca storica instancabile capitanata dal presidente Vincenzo Pensato a cui si unisce l’osservazione “sul campo”.

Tra i membri dell’associazione anche Antonio Travi, che ci ha accompagnato a visitare la galleria che ha il suo accesso all’inizio di via Napoli ed è, nel primissimo tratto, usata da molto tempo come garage. È la “galleria numero 10”, una di quelle che il Coordinamento chiede al Comune, che ne è proprietario, di poter aprire al pubblico. La domanda è stata inoltrata e ad appoggiarla, anche con mozioni ufficiali, sono due consiglieri municipali della Lega: Andrea Ferrari (Centro Ovest) e Claudia Carrero (Centro Est, nel cui territorio è il rifugio di via Napoli). I due, oltre all’interesse storico, intuiscono il possibile valore che le strutture potrebbero avere per un turismo diffuso, insieme ai forti. Per un turismo sostenibile (dalla città) e per prolungare i giorni di permanenza dei visitatori occorre creare occasioni diversificate che distribuiscano le presenze sul territorio. Rifugi, batterie e fortificazioni sono in tutte le zone della città.

L’appello dei due consiglieri è agli assessori Stefano Garassino (Patrimonio) e Barbara Grosso (Cultura). L’associazione non chiede tanto fondi quanto i permessi necessari per creare una rete di strutture per visite guidate nel rispetto anche delle spettacolari concrezioni calcaree che si stanno formando in alcune: la natura si riprende gli spazi e crea stalattiti, stalagmiti e “capelli d’angelo”, vele concrezionali e formazioni di microcristalli, proprio come nel rifugio di via Napoli. Lì c’è ancora da indagare la camera che si apre lungo il camino di 80 metri (foto sotto) che sbuca all’altezza dei giardini di via Paolo della Cella.

Il presidente dell’associazione Vincenzo Pensato chiede anche di ritrovare gli archivi comunali che riguardano questo tipo di costruzioni.

Subito dopo la guerra alcuni dei tunnel furono usati come abitazione da chi l’aveva persa sotto i bombardamenti o per chi non se ne poteva permettere una.
Durante la guerra, ai rifugi accorrevano simultaneamente migliaia di persone.

L’accesso a una delle gallerie durante la guerra

Dentro trovavano toelette (tradizionali o latrine, foto sopra), panche per sistemarsi, un medico, degli infermieri, un punto di soccorso. Quello della galleria di Oregina sarebbe riallestito in accordo con la Croce Rossa di Campomorone.

All’interno della galleria di via Napoli sono visibili anche una lampada originale, alcuni pezzi dell’impianto elettrico, materiale d’uso degli utilizzi successivi e persino un grande contenitore di vino in cemento alto più di due metri.

I tunnel disponevano anche di uscite di sicurezza ed erano costruiti in modo da attutire vicine deflagrazioni che potessero irrompere con la loro violenza nei cunicoli (nel primo video potete vedere come).

Tutti i tunnel stanno ancora in piedi pur senza manutenzione da 80 anni, segno che sono stati oggetto di solida costruzione con pietre, mattoni e cemento. In alcuni sono ancora visibili le sedute riservate alle persone. Il momento doloroso a cui sono legati ha certamente contribuito all’oblio che oggi ce li restituisce ancora intatti.

È online sul sito del Coordinamento ligure studi militari il quaderno che tratta delle gallerie, lo potete visionare e scaricare qui con l’elenco e le zone in cui si trovano.

Questa la pagina Facebook dell’associazione Coordinamento ligure studi militari.
Questo il sito dove potete anche scaricare documentazione sulle batterie e sui rifugi, leggere biografie, vedere planimetrie e foto antiche.

Immagini (esclusa la foto storica, di proprietà Coordinamento ligure studi militari e visibile come molte altre sul sito), testo e video sono proprietà di GenovaQuotidiana – Agenzia Media Stampa. Tutti i diritti sono riservati.
Grazie al Coordinamento ligure studi militari e ai consiglieri di Municipio Andrea Ferrari e Claudia Carrero.

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