Cronaca 

La Liguria non è un paese per turisti/3, il “dagli all’untore” in spiaggia

Dopo i prezzi di Mimoto triplicati nel Tigullio, dopo il corrispondente del Wall Street Journal che ci mette in piazza (virtuale, su Twitter) per uno sconto da 50 centesimi su un conto al ristorante da 300 euro, arriva la turista piemontese che si sente sgradita ospite e lo scrive nel gruppo Facebook della città. Turismo, non tutte le responsabilità stanno in capo alle istituzioni o alle imprese: tutti noi dobbiamo cambiare mentalità se vogliamo che il settore regali occupazione e ricchezza al territorio


Giuliana Caprio era arrivata a Genova da Castelnuovo Scrivia, nell’Alessandrino. Racconta una scena da “Torta di riso finita”. Solo che non è uno sketch, solo che la scarsa propensione all’accoglienza dei turisti ora, grazie alla rete, si propaga all’infinito sui social e diventa “sconsiglio”. Tutto quello che ora esce in rete è l’immagine di una regione cara, dove il turista dà quasi fastidio. Vero o no (certamente emergono più facilmente le testimonianze negative, mentre quelle positive non tutti si prendono la briga di scriverle in rete), fotografia reale o esagerazione di fenomeni che sono diventati leggenda contemporanea grazie alle gag dei comici (che ognuno di noi può in qualche misura raccontare), di fatto l’immagine della Liguria turistica esce massacrata. E la rete non c’è verso di censurarla, di fermarla.
Certo, servirebbe una promozione più “performante” del territorio, come quelle delle città e dei paesi europei che ottengono risultati migliori dei nostri. Alcuni titolari di alcune strutture ricettive dovrebbero essere più friendly, ma il vero problema è che tutti dobbiamo capire che il turismo è una delle poche “industrie” che possiamo sviluppare perché offra più posti di lavoro e ricchezza al territorio. Certo che non potrà mai succedere se restiamo la popolazione ostile agli stranieri di ogni tempo.

Nei commenti sul social ci sono alcuni che replicano il format della “torta di riso finita”. Alcuni si indignano, altri le danno ragione anche se genovesi o le consigliano di non fare di tutte le erbe un fascio, qualcuno la accusa persino di aver scritto il post inventando le circostanze. Lei spiega: <Il senso del post è far capire come un solo genovese, con il suo comportamento, abbia rovinato lavoro di tutti gli altri (albergatore, ristoratore etc…). Siamo venuti via da Genova con un forte amaro in bocca>. Poi aggiunge <Siamo una famiglia rispettosa (isolani, di origini Corse) e capiamo benissimo l’amore per il proprio territorio. Ma fa davvero male essere ingiuriati in un momento così delicato dove tutti stiamo riprovando a vivere>. E ancora: <Intendevo dire che i turisti vengono in Liguria per rispettarla e visitarla, fanno muovere l’economia. Non vengono per appestare i liguri>.
Alcuni non genovesi danno ragione alla donna (uno racconta di un episodio analogo avvenuto sulla spiaggia di Voltri pochi giorni prima) e alcuni genovesi la invitano a tornare spiegandole che si è trattato di un caso singolo. Certo che le testimonianze si stanno moltiplicando e i social sono un veicolo penetrante e invasivo, una marea che non può essere fermata. A questo giro bisogna proprio che cambiamo la “tipica accoglienza ligure” diventata così innegabile da diventare proverbiale e spunto per il cabaret.

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