Covid, Alisa, assistenza domicilare: scoperto il 23,6% dei liguri e il 31% dei genovesi

Nella conferenza stampa di ieri della Regione, dove si è (giustamente) celebrato lo sforzo degli ospedali, del 118 e delle pubbliche assistenza, sono venuti a galla i due argomenti principe della prevenzione, gli strumenti che le Regioni che hanno meglio governato l’epidemia hanno usato per contenerla e che in Liguria sono stati bellamente trascurati. E i risultati, dati alla mano, si vedono

Il primo: i tamponi per trovare i positivi asintomatici che invece in Liguria sono (a loro insaputa) andati in giro a fare gli untori hanno brillato per assenza tra i temi dell’esposizione della sanità regionale. Il secondo, quello dell’assistenza domiciliare, è stato inserito nei numeri dell’auto apologia senza confronti con le altre Regioni e senza dire che il servizio è stato a lungo inesistente (soprattutto nel territorio di Genova e città Metropolitana) e, in seguito, ampiamente sottodimensionato, come lo è ancora in questa fase in cui, per evitare di essere costretti a richiudere tutto, sarà necessario mettere finalmente in atto quella vera prevenzione che ha garantito al Veneto e alla Campania (tra tutte le regioni) di governare l’epidemia meglio della Liguria, della Lombardia, del Piemonte. In questi due mesi abbiamo ricevuto decine di segnalazioni da parte di cittadini che hanno detto di essere stati abbandonati a casa senza cure (una persona ci ha persino raccontato di essere stata curata per telefono dal medico di medicina generale con medicine omeopatiche, cioè con palline di zucchero totalmente inutili anche per un semplice raffreddore), senza il test che potesse indicare se fossero infetti o no. Qualcuno non ha potuto fare il test che dopo settimane, qualcuno non ha mai nemmeno fatto, qualcuno lo ha fatto così tardi da essere risultato negativo perché già guarito.

Pochi tamponi, poca prevenzione

L’argomento “tamponi” (quelli per cui la Liguria resta fanalino di coda tra le regioni più colpite, quelli che hanno consentito al Veneto e alla Campagna di governare l’epidemia con migliori risultati) è stato evitato di sana pianta. Alla conferenza stampa, Walter Locatelli, il milanese giunto in Liguria come commissario straordinario Alisa (l’Agenzia regionale per la sanità, senza un vero presidente da 4 anni e 2 mesi, cioè commissariata dalla sua creazione) e ora con pieni poteri sulle Asl ne ha appena accennato. Lo ha fatto solo per dire che i test sierologici che tanto piacciono alla dirigenza della sanità ligure al contrario dei tamponi, è vero, non sono pienamente attendibili, ma d’altro canto, secondo lui, non sarebbero affidabili in assoluto nemmeno i tamponi stessi (che però, ha dimenticato di dire, lo sono molto di più).
I test sierologici da ieri, a seguito di un accordo tra Regione e Camere di Commercio e all’adesione di alcuni laboratori privati, sono disponibili a 20 euro alle aziende.

Ecco come si sono comportate le Regioni più colpite rispetto alla prevenzione tramite individuazione dei positivi anche asintomatici. Tutto sta nella differenza dei testati rispetto alla popolazione: il 5,38 nel virtuoso Veneto, appena il 2,92 nella Liguria da tempo sul podio (ieri battuta solo dal Lazio dove è in atto un’impennata dei contagi, ma prima per tutto il resto della settimana) dell’indice di contagiosità.
Per esser chiari, la Liguria ha avuto ieri un indice di 0,72, il Veneto di 0,23. E non è un caso. Il limite che indica il governo dell’epidemia è 1.

RegioneNumero casi testati*Positivi rispetto
ai casi testati
Testati rispetto
alla popolazione
Riconosciuti positivi rispetto alla
popolazione
Lombardia325.07125,87%3,06%0,79%
Piemonte161.85418,13%3,72%0,67%
Veneto264.0917,15%5,38%0,38%
Emilia Romagna160.62211,76%3,60%0,60%
Liguria45.30719,99%2,92%0,60%
*Ogni positivo è oggetto di più tamponi per verificare la guarigione
Fonti: Istat, ministero della Salute – Elaborazione GenovaQuotidiana

È piuttosto evidente che il Veneto, che ha fatto prevenzione cercando anche gli asintomatici (percentuale più alta di testati rispetto alla popolazione e più bassa di positivi rispetto ai casi testati) ha ottenuto migliori risultati nel contenimento dell’epidemia. La Liguria, maglia nera in assoluto in quanto a percentuale di casi testati rispetto alla popolazione e seconda solo alla Lombardia per positivi rispetto ai casi testati (il che vuol dire che sono stati testati solo coloro che avevano sintomi evidenti e i loro diretti contatti noti), ha probabilmente un notevole numero di casi non riconosciuti. In molti ci hanno raccontato di avere tutti i sintomi e di non aver ricevuto, soprattutto (ma non solo) nel primo mese, né visite né assistenza domiciliare e, dopo, soltanto un’assistenza telefonica che presumeva l’auto valutazione delle condizioni di salute, di non essere stati riconosciuti come malati Covid perché non testati. Inoltre, gli asintomatici non riconosciuti sono stati (sono e, se non si cambia sistema, saranno, tanto più con la fine del lockdown) potenziali fonti di forte rischio di ripresa dell’incisività del contagio. Si spera ora che il nuovo laboratorio del San Martino donato da aziende private che credono nell’importanza dei test molecolari (tamponi), che – è stato detto giovedì alla presentazione, entro la prossima settimana sfornerà mille test al giorno, permetta di migliorare lo screening, riconoscere anche gli asintomatici come infetti e limitare, come ha fatto il Veneto sin dall’inizio, la diffusione del contagio.


Il disastro dell’assistenza domiciliare

L’argomento assistenza domiciliare (altra “marcia in più” delle Regioni che meglio hanno governato la pandemia): è stato confermato che non è stato raggiunto l’obiettivo statale (un gruppo ogni 50 mila abitanti) né è stato mantenuto quanto detto in conferenza stampa il 30 marzo, a 33 giorni dall’inizio del primo contagiato (quindi già in ampio ritardo) e nemmeno in quella successiva, il 1º aprile: degli 11 Gisat promessi in prima battuta per il territorio della Asl3 (gli abitanti di Genova sono 583.601 e la divisione per 50mila fa 11,6, quindi le 11 sarebbero state già scarse), già scesi a 10 in dichiarazioni e comunicati, ad oggi ne sono stati varati solo 8. Quello del centro della città è partito solo dopo 2 mesi tondi dall’inizio dell’epidemia in Liguria. A tutt’oggi ne mancano almeno 3 rispetto alla prescrizione statale a Genova città e 6 nel territorio della città metropolitana.

Il manager lombardo Locatelli davanti alla schermata dei Gsat, di fatto l’ammissione che i servizi domiciliari non sono nemmeno ad oggi quelli previsti dallo Stato né quelli promessi nel corso delle conferenze stampa della Regione
TerritorioPopolazione*Previsti***EffettiviCarenza
Imperia Asl 1215.2444,340,3
Savona Asl 2280.7075,650,6
Genova capoluogo Asl 3 **582.60111,683,6
(180.000 abitanti)
Genova metropolitana
Asl 3 + Asl 4
854.09917(8+3)
= 11
6
(300.000 abitanti)
La Spezia221.0034,440,4
Intera regione1.571.00031,42247,42
(371.000 abitanti)
*Numero abitanti; ** parte di Genova Metropolitana; *** è prevista a livello nazionale una unità di assistenza domicilare ogni 50 mila abitanti
Fonti: Istat, Alisa – Elaborazione GenovaQuotidiana

In tutto il territorio regionale mancano 7,42 Gsat (che il resto dell’Italia chiama Usca) rispetto alla popolazione, pari a 371.000 abitanti su un milione e mezzo (il 23,6%) “scoperti” in Liguria. Per Imperia, Savona e La Spezia si tratta di percentuali minine di popolazione “scoperta”. Il buco nero, dove mancano ben 6 Gsat, corrispondenti a 300 mila abitanti, è la città metropolitana di Genova. La popolazione “scoperta” a Genova capoluogo è pari a 180 mila persone, quasi il 31% dei residenti. Nel primo mese e mezzo la situazione è stata peggiore, praticamente inesistente. Il centro di Genova capoluogo è stato completamente privo del servizio per quasi 2 mesi dall’inizio della pandemia in Liguria.

Ovviamente, in conferenza stampa Locatelli ha illustrato solo i numeri assoluti, nessun confronto con le altre Regioni, nessun confronto con le prescrizioni del Governo. Così tutto, ai profani, poteva sembrare in regola. E invece, com’è evidente dai numeri declinati dallo stesso commissario Alisa, non è così.

Nel Decreto Rilancio, il Governo ha stanziato 1 miliardo e 256 milioni di euro, destinato a finanziare assistenza domiciliare, rete territoriale e Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), monitoraggio domiciliare, strutture territoriali di isolamento, attività di infermieri di famiglia e assistenti sociali. Solo per le Usca, il Governo ha stanziato 61 milioni di euro. Come userà la Liguria la propria quota? Porterà finalmente il servizio a coprire le esigenze reali o continuerà, come negli ultimi 4 anni (corrispondenti al commissariato di Locatelli), a depotenziare l’assistenza territoriale, quella che, di fronte al Covid, s’è trovata a combattere il terribile mostro con spade di latta? Il 1º aprile Alisa ha realizzato e inviato alla stampa un bel video promozionale sui Gsat (che vedete sotto), parte di quella campagna autopromozionale eterna che l’assessore alla Sanità Sonia Viale porta avanti in ogni occasione incensando le scelte sue e di Locatelli (buona parte dei suoi interventi in conferenza stampa sono dedicati a questo). A quel video, come è evidente dai numeri, non hanno fatto seguito i fatti. Non resta che auspicare che la fase 2 sia anche una nuova fase realista per la comunicazione e per l’impegno concreto sul territorio. Come si può dire di aver “fatto bene” quando a due mesi e mezzo dall’inizio della pandemia quasi un terzo dei genovesi è scoperto dell’assistenza domiciliare specifica?

Il video del 1º aprile. Ad oggi mancano in Liguria ancora quasi 8 Gsat
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