Covid-19, lavoro: l’esercito degli invisibili rischia di morire di fame

I lavoratori in nero non hanno, ovviamente, né ferie, né cassa integrazione, né alcuna forma di previdenza. Restano, semplicemente, a casa senza reddito. Il tasso di occupazione sommersa in Italia è del 5,5% della popolazione e, se le proporzioni fossero rispettare, a Genova i “sommersi” sarebbero circa 30 mila a fronte di 336 mila occupati regolari. Sui social si scatena la polemica: è giusto sostentarli in qualche maniera, magari in cambio della denuncia dell’ex datore di lavoro occulto al Fisco?

Di lavorare in nero, spesso, non lo hanno scelto: quello irregolare, spesso sottopagato, sicuramente senza contributi, è l’unico impiego che hanno trovato.
Non di rado, nel corso dei controlli, emergono lavoratori irregolari nelle aziende commerciali e di ristorazione, a anche al soldo di piccole aziende di riparazioni. Alcuni sono pensionati che integrano la pensione e, anche se poco, qualcosa lo hanno. Altri sono completamente senza una lira e senza la possibilità di procurarsela e senza, ovviamente, alcun tipo di ammortizzatore sociale.
In gravissima difficoltà ci sono anche tanti commercianti. Italiani e stranieri (ma regolari, alla luce del fatto che hanno potuto avviare un’attività sul territorio). I cinesi, sia sulla scorta dell’esperienza in madrepatria sia a causa di una brutta lapidazione sociale a tutti i connazionali, sono chiusi ormai da oltre un mese. Ma anche i commercianti titolari di tante piccole botteghe italiane sono in grandissima difficoltà.
Fatto sta che sul territorio genovese c’è tanta gente che, materialmente, non ha da mangiare e, facendo un lavoro mal pagato, ha finito anche le misere riserve economiche.
C’è chi si rivolge alle parrocchie e alle organizzazioni caritatevoli, ma anche queste, al momento, hanno giocoforza un’attività limitata.
Come potranno andare avanti queste persone?
In Italia il lavoro nero riguarderebbe 3 milioni e 300 mila abitanti su 60 mila, a Genova città oltre 30 mila persone.

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