Palasport, una superficie commerciale pari a quella dell’Ipercoop terrorizza i negozianti

La grande struttura di vendita di Bolzaneto è di 15.900 metri di superficie commerciale lorda, la superficie commerciale prevista alla “fu” Fiera è poco di meno: 15.000. Commercianti tra lo stupito e lo sgomento. L’assessore regionale Benveduti: <Sarà commercio tematico legato alla marineria>. Ma dove sono i presunti consumi che giustificano l’offerta? Si possono solo spostare dalle attività della città visto che, almeno ad oggi, manca quella che in gergo tecnico si chiama “locomotiva commerciale”, cioè un’attrazione di richiamo che svalichi per interesse i Giovi I 3 mila metri quadrati di ristoranti, intanto, raderanno al suolo l’offerta del centro e della Foce. Ciliegina sulla torta? A (ri)costruire sarà un’azienda specializzata in centri commerciali. Il tutto mentre in Italia e nel mondo i centri commerciali muoiono come le mosche.


Uno dei molti centri commerciali già chiusi in Usa, che ha anticipato il fenomeno già da anni. Ora stanno chiudendo anche in Europa e in Italia, dopo aver devastato il tessuto commerciale tradizionale

Il vecchio sistema dell’immobiliarizzazione commerciale

Palasport: occasione, occasione persa, o addirittura bomba a orologeria nel cuore della città? Certo è un flashback, un déjàvu, un ritorno a sistemi abusati e superati da un pezzo in tutta Italia perché il costo sociale ed economico che ricade sulle città è altissimo. La formula è quella trasformare in commerciale quel che le amministrazioni non hanno i soldi per recuperare, un sistema spiccio per trasformare i ruderi in città artificiali dello shopping compulsavo che oggi in Italia e all’estero sono sempre più vuote, sempre meno competitive, tanto che ci sono centro che ormai quasi regalano lo spazio nelle gallerie commerciali per non avere una teoria di saracinesche chiuse all’interno. Un sistema che va benissimo in Usa (sarebbe giù corretto dire “è andato”, poi vedremo perché), dove il commercio tradizionale, quando c’era, è stato raso al suolo da un po’ di decenni (con grandi difficoltà per chi non abita ragionevolmente vicino ad un mall), meno bene va in una città dove la popolazione continua a diminuire e a invecchiare, il reddito a scendere. Una città povera di infrastrutture (e, alla luce delle recenti notizie, senza che si veda all’orizzonte l’avvio dei cantieri per la Gronda) e difficile da raggiungere sia in auto (ricordate le code sulla A26 e sulla A7, oltre che nelle riviere, da primavera ad autunno inoltrato?) sia in treno (quella dei pendolari da e per Milano e Aqui è una via crucis quotidiana tra vagoni affollati, ritardi e treni che si dissolvono nel nulla senza mai patire).

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I punti di debolezza

Riassumiamo in 3 punti quali sono i limiti oggettivi del progetto, in quanto tali perché sotto gli occhi di tutti:

  • i consumi a Genova sono all’osso e in continuo calo con nessuna prospettiva di aumento (anzi) né alcuna prospettiva di aumento della popolazione (anzi)
  • la città è scomoda da raggiungere
  • nel progetto manca la locomotiva commerciale, la calamita di attrazione per chi dovrebbe venire da fuori, cioè il motivo per cui chi viene da fuori dovrebbe partire da casa sua per arrivare sulle sponde della foce del Bisagno

La locomotiva commerciale

Cos’è la locomotiva commerciale? Per fare un esempio che tutti i genovesi conoscono, vi raccontiamo quella più antica che noi conosciamo: la chiesa di San Pietro in Banchi. Le ricche famiglie genovesi la donarono alla Chiesa a patto che permettesse di elevarla sopra un piano di botteghe. In quel caso, l’edificio religioso era l’attrazione che garantiva passaggio, frequentazione.
Veniamo a una trenta-quarantina di anni fa, quando i primi centri commerciali “moderni” cominciarono a sorgere (i primi furono un fiasco, peraltro): la locomotiva era la grande unità di vendita, il “giga supermercato”, con una varietà di merceologia che al consumatore italiano nel periodo favorevole dell’economia degli anni ’80 facevano brillare gli occhi. Poi, diventata consuetudine, aperti i category killer che hanno distrutto il non food degli iper riducendoli a iper-drogherie con margini di guadagno risicati: i margini giù alti, su quelle proporzioni di superfici di vendita, si facevano sul non food. Ora l’iper non è più la dimensione più propizia del commercio, soppiantata dai supermercati di quartiere, quelli che una volta si chiamavano superette.
Così sono cambiate anche le “locomotive”. Un esempio per tutti è il centro commerciale nell’area dello stadio della Juventus: la locomotiva è lo stadio.
Qua si poteva pensare a un parco giochi sul mare, quell’idea che due volte ha sfiorato la realizzazione nell’area metropolitana di Genova (doveva nascere a Sestri Levante quella che poi è diventata Eurodisney Parigi, un altro parco tematico doveva nascere a Cogoleto nell’area dell’ex ospedale psichiatrico). Tutte ipotesi che la politica ligure ha saputo perdere con una discreta abilità. Certo il campo da basket non basterà a funzionare da locomotiva, e lo diciamo col dolore nel cuore, perché il monopensiero che gira attorno alla palla del gioco del calcio non ci entusiasma.

Senza infrastrutture e locomotiva-calamita ci permettiamo di dubitare che la cosa funzioni. Non vorremmo fare le cassandre di turno, ma sono tanti i centri commerciali che stanno chiudendo in Italia e all’estero. Negli Stati Uniti quello dei centri commerciali-fantasma, completamente disabitati e pieni di ragnatele come certi villaggi del vecchio west che ci restituisce la filmografia anni ’50 e ’60, è diventato un problema reale.

Il “rischio non luogo”

Basterà la specializzazione tematica sulla marineria per salvare il nuovo (chiamiamolo col suo nome) centro commerciale del Palasport? Basterà a garantire l’affitto degli spazi per evitare che diventi città fantasma prima di essere spazio vissuto? Basterà ad attrarre sufficienti visite in più per non rubare i clienti alle vecchie attività commerciali del settore e, anzi, conquistarne per sé, per la concorrenza preesistente e per la città intera? Basterà la scelta di orientarlo a centro orientale tematico ad evitare che diventi (ammesso che decolli commercialmente) quello che l’etto-antropologo francese Marc Augé definisce “non-luoghi” in contrapposizione ai classici luoghi antropologici. I non-luoghi sono quegli spazi prodotti della cosiddetta società della surmodernità che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici, spazi in cui moltitudini di individui si incrociano senza entrare in relazione, spinti solo dal desiderio di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane. Però è che tra i “nativi centro-commerciali”, le nuove generazioni, queste strutture sono considerate “luogo di aggregazione”, ma non è una bella cosa che abbiano sostituito parrocchie, società sportive, circoli Arci, Anpi e Acli. I frequenti problemi registrati alla Fiumara a causa di scontri tra gruppi di giovani parla chiaro.

La sollevazione dei commercianti

Proprio di <ipotesi di Fiumara Bis al Palasport> parla Massimiliano Spigno, presidente provinciale di Confesercenti, che contesta le <metrature comunque eccessive> anche in caso di destinazione tematica sport-nautica. <Il capitale privato richiede remunerazione, ma Genova non può permettersi una nuova Fiumara> dice il presidente Confesercenti.

Paolo Odone, presidente Confcommercio Genova, parla di <stupore> di fronte ai <ai 15 mila meri quadrati di spazi commerciali previsti nel waterfront>. Richiama, prima che l’assessore Benvenuti precisi, che <Si era a suo tempo parlato di un distretto commerciale tematico orientato allo sport e che non doveva colpire il tessuto commerciale cittadino già sofferente a causa del calo dei consumi fortemente condizionato dal calo demografico che ha colpito la nostra città> L’associazione ha chiesto e ottenuto per lunedì un incontro col Sindaco Marco Bucci. L’orientamento tematico era quello strappato dalle categorie e in particolare dallo stesso Odone, allora presidente della Camera di Commercio, per il progetto di Ponte Parodi, rimasto lettera morta e che ora, col progetto del Palasport, si può ben considerare anche sepolta.

<Crediamo che in generale ci sia un problema complessivo sul ruolo del commercio in questa città, persino il bellissimo progetto del cerchio rosso contiene non meglio precisati 30.000 metri quadrati di commerciale – aggiunge Spigno -. Nel frattempo continuano le aperture: l’Inps di Nervi è diventata una Coop, in Valbisagno la Cime e la Hyundai sono diventati due megastore cinesi e un maxi negozio ci sarà anche al posto delle Officine Mongiardino a Pegli. Se continua così non ci sarà futuro per gli esercizi di vicinato a Genova, occorre invertire decisamente la rotta in materia di commercio, vista anche la perdurante congiunta negativa in termini di consumi e il continuo aggravio delle vessazioni fiscali>. Aggiungiamo il mercato di corso Sardegna, il progetto dell’Hennebique, i molti progetti della grande distribuzione alimentare in vari luoghi della città.

La politica sugli opposti fronti

 L’assessore regionale al Commercio Andrea Benvenuti risponde a Confcommercio, in difesa del Sindaco: <Vogliamo (plurale maiestatis? Vuol dire che così la pensa anche il presidente Giovanni Toti? Oppure il leader ligure del partito Edoardo Rixi? n. d. r.) sottolineare l’apprezzamento per il grande lavoro del sindaco Marco Bucci che ha finalmente portato ad avviare una riqualificazione dell’area fieristica paralizzata da lunghi anni. In tale ambito la prevista attribuzione delle attività commerciali connesse a settori specifici della marineria, quali il Distretto Commerciale Tematico, ed affini ne è parte integrante e qualificante, anche in ottica turistica. Ben presente – aggiunge Benveduti – hanno i genovesi pessimi esempi di passati sviluppi commerciali diversi puramente speculativi>. Insomma, un bel “immobiliarizziamo col commercio come la sinistra, ma lo facciamo meglio”. I commercianti si fideranno? O tenteranno di portare a casa un alleggerimento in un momento di particolare sensibilità della politica, quello elettorale.

Alessandro Terrile, consigliere comunale Pd, attacca: <In pompa magna, lo scorso 4 ottobre Bucci e Toti hanno annunciato che partirà la riqualificazione del Palasport – dice -. Diciamo la verità: non è la riqualificazione del Palasport. Si tratta della realizzazione di un edificio completamente nuovo, in cui oltre a un campo sportivo polifunzionale ci saranno funzioni diverse: molto commerciale, ristorazione, palestre, etc. Il capitale privato richiede remunerazione, ma Genova non può permettersi una nuova Fiumara. Perchè il Comune non la smette di raccontare storielle, e avvia un confronto con il Municipio, i residenti, le categorie economiche e le associazioni sportive per discutere dei veri contenuti di questo nuovo Palasport e degli altri lotti del waterfront? Per gestire la più grande trasformazione urbanistica della città serve meno propaganda e molta più trasparenza>.


Nota: scrivemmo più o meno le stesse cose quando un progetto simile fu paventato dalla Giunta Doria. Contro quell’idea Ascom Confcommercio lanciò anche una petizione online. Cambiano i colori, ma le idee sono sempre le stesse. E non sono certo né innovative né lungimiranti.

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