Quando Genova si strinse attorno al feretro di Ottavio Barbieri. In un libro vent’anni di cortei funebri e società

200 foto di Francesco Leoni per raccontare nel volume Asef-GGallery abitudini e tradizioni dell’ultimo viaggio dei genovesi illustri dal 1936 al 195. Tra questi anche il grande giocatore del Genoa e della Nazionale

Era nato nell’ultimo anno dell’Ottocento, morì a 50 anni prima che scoccasse la metà del secolo seguente durante un’operazione che fu il disperato e non riuscito tentativo di fermare il tumore cervello che lo divorava giorno dopo giorno e che non gli lasciò scampo. Quello di Ottavio Barbieri è ancora oggi un nome leggendario per i tifosi del Genoa, di cui fu giocatore (scelto dallo stesso William Garbutt, il padre del calcio italiano) e, in seguito allenatore. Giocò anche in Nazionale. Le cronache dell’epoca raccontano che ai funerali c’era la città intera o, almeno, quella parte della città che seguiva il calcio: gli uomini. Poche le donne oltre le familiari. A fare cronaca c’era Francesco Leoni, che ha fatto scatto dopo scatto la storia del fotogiornalismo del Novecento a Genova.

È la sua foto a raccontare di uomini intirizziti nei cappotti scuri in quel 29 dicembre 1949 (Barbieri morì il 28), alcuni col bavero alzato e con la sciarpa rincalzata a coprire il collo e il petto, di capelli lucidi di brillantina Linetti, di persone col cappello di fustagno in mano in segno di rispetto, alcune abbracciate a una colonna pur di stare vicino per l’ultima volta al mediano laterale destro del Grifone e della Nazionale. Pare quasi di sentirlo, misto a quello della canfora in cui si teneva il cappotto buono, l’odore del dopobarba Floid, che all’epoca andava per la maggiore (ma esiste ancora adesso), che tanti di quei tifosi, calciatori ed ex calciatori si erano messi addosso insieme al vestito delle grandi occasioni, per andare a salutare l’amico, il maestro, l’idolo. Pare di percepire il silenzio incredulo e straziante quando ancora non c’era l’uso di applaudire alle esequie.
E, racconta anche di facce stravolte da vero dolore, col volto inclinato verso l’alto nel tentativo di vedere tra le teste altrui, come se ci fosse qualcosa da vedere davvero, la cassa di mogano che usciva dalla chiesa del San Martino in una fredda mattina del dopoguerra. Poi il corteo funebre, a piedi, come non se ne fanno più dal 1951, perché fermare il traffico con meste file di persone affrante e piangenti non si poteva più fare.

Anche di questo raccontano le circa 200 foto di Francesco Leoni raccolte nel volume intitolato “Genova, 1936 – 1951 – La tradizione del corteo funebre – Una raccolta dall’archivio Francesco Leoni” realizzato da Asef srl, l’azienda di onoranze e trasporti funebri del Comune di Genova, con GGallery publishing. Ogni foto è una storia. Si va dalle esequie di don Orione a quelle del cardinal Boetto, a quelle dell’imprenditore Attilio Squarcina con azienda di sbarchi e stivaggio in via Polleri: storia in immagini dell’ultimo saluto ai grandi genovesi attraverso l’occhio del più popolare fotografo del capoluogo. Racconta di usi e costumi spesso dimenticati, di una Genova che non c’è più. Come nel corteo in quel di Albaro in cui il carro funebre a cavalli viene preceduto dalle orfanelle in divisa e in ordinata fila, guidate da una monaca.

Franco Rossetti, amministratore unico di Asef: <Un doveroso contribuito alla ricostruzione storica della nostra città>

Quindici anni di scatti, dal 1936 al 1951, poco meno di duecento fotografie, per raccontare la tradizione del corteo funebre, così come era grandiosamente interpretato a Genova a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Immagini uniche, straordinarie, tratte dall’archivio Leoni, frutto dello sforzo storiografico iconografico di Francesco Leoni, il grande fotografo genovese del Ventesimo secolo. L’opera è curata dagli storici William Valeriano Darrigo e Federico Zambosco, è stata possibile grazie a Paola e Andrea Leoni, essi stessi fotografi e fotoreporter come fu il padre, e oggi custodi del vasto archivio fotografico racchiuso nelle teche in una appartamento di piazza della Vittoria. Il libro, edito a 110 anni dalla fondazione della società di onoranze funebri pubblica genovese e che racchiude una minuziosa ricostruzione storica del rito funebre dagli albori dell’umanità ai giorni d’oggi, è stato presentato oggi nel salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, che ha patrocinato l’iniziativa. Presenti il vice sindaco e assessore ai Servizi civici Stefano Balleari, l’amministratore unico di Asef Franco Rossetti, gli autori. Accanto a loro Paola e Andrea Leoni, portatori del ricordo della grande figura paterna.

In bianco e nero, con taglio giornalistico, Francesco Leoni indaga la vita intorno alla morte nei cortei funebri dei notabili genovesi, sia per nascita che per adozione. Nelle pagine patinate del volume scorrono le immagini dei funerali del cardinal Boetto e di don Orione, del calciatore Ottavio Barbieri e dell’ambasciatore a Santiago del Cile Giovanni Marchi.
Ma anche di operai morti in porto durante il lavoro e di artificieri caduti durante il tentativo di disinnescare una bomba inglese rimasta tra le banchine dello scalo genovese.

Con lo scorrere degli anni scompaiono tra le folle dei dolenti i cavalli con i pennacchi neri ed i sontuosi carri, per lasciare campo alle auto funebri di grossa cilindrata. Svaniscono le divise fasciste ed i saluti romani. Ma resta costante, sullo sfondo, una Genova ordinata e pulita, squadrata e maestosa, dalle centralissime piazza De Ferrari e via XX Settembre, fino ai quartieri più periferici di Marassi, Rivarolo, Pegli, Quinto. Poi le schiere di orfanelle e balilla, ingaggiati per omaggiare il defunto, tradizione persa insieme al corteo stesso.

Traffico e tracciati cittadini tortuosi e angusti già negli anni Cinquanta hanno reso pressoché impossibili i cortei funebri a Genova. “A centodieci anni dalla fondazione della società comunale che si occupa di onoranze e trasporti funebri – commenta l’amministratore di Asef Franco Rossetti – abbiamo voluto dare un contributo alla ricostruzione storica della nostra città attraverso questo volume, una raccolta preziosa di immagini imperdibili del maestro Leoni che documentano una Genova che non esiste più, che ne rammentano la grandezza e l’orgoglio, valori che oggi tutti noi vogliamo ritrovare. Uno sforzo che abbiamo sentito come doveroso”.

Fu lo stesso Francesco Leoni, in una intervista, a circoscrivere il senso della sua attività di archivista, oltreché di fotoreporter, spesso d’assalto: “La storia di una città non si butta via – disse – e così sono diventato l’uomo dell’archivio (…) La comunione, il funerale, non mi serve e lo butto via, invece non è vero. Se dovessi raccontare il costume della città, come si usava il funerale con i carri, con l’uomo della carrozza che guidava con il cilindro nero. Sono costumi, usanze, che vale la pena di conservare”.

In chiusura il saluto a Luciano Dolcetti, storico dirigente procuratore di A.Se.F. da poco in pensione.

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