Polizia locale, manifesto shock del Sulpl: solidarietà ai genovesi multati perché non rispettano il Codice della strada

A fronte di 25 morti nel 2018 per incidenti stradali e della maglia nera in Italia di Genova per mortalità e incidenti gravissimi, nel mirino non sono gli stipendi o le condizioni lavorative degli agenti, ma l’aumento delle sanzioni “salvavita” comminate secondo la legge nazionale che tutela la sicurezza stradale

Genova è la città con più morti e feriti gravi sulle strade [qui tutti i numeri] e non è un caso.

La situazione storica devastata del Corpo, finalmente in ripresa per personale, mezzi e dotazioni

Negli anni passati a fronte di una pianta organica di oltre 1000 operatori la polizia locale era scesa a poco più di 700 de quali solo meno di 400 percepivano l’indennità di strada (compresi i reparti speciali Commercio, Giudiziaria e Autoreparto), cioè lavoravano sul serio sulle strade della città. Gli altri: tutti in ufficio, qualche volta per compiti tecnici (un centinaio), qualche volta perché senz’arma (l’assunzione di certi farmaci per comuni patologie che arrivano a molti con l’avanzare dell’età, ad esempio, impone il servizio condizionato), qualche volta perché imboscati nei più disparati servizi comunali su richiesta dei politici. Questi agenti avevano in media 56 anni (58 i commissari) mentre totalmente assenti i funzionari di grado inferiore per il blocco del turnover, in pratica la paralisi delle assunzioni). Altissima la media di chi fruiva dei benefici della legge 104, la Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate per i familiari o addirittura per se stessi. In sostanza, l’organico era totalmente insufficiente a coprire le esigenze di una città metropolitana come la nostra. Il Corpo sarebbe arrivato presto alla chiusura per mancanza di uomini operativi, al ritmo di 200 pensionamenti l’anno, aumentato da Quota 100. C’è poi il capitolo “mezzi e strumenti”: auto vecchie più dal meccanico che in strada, alcune comperate “sbagliate” (costavano meno, ma non erano costruite per servizi autostradali e con i frequenti stop dei servizi cittadini si inchiodavano e per sbloccarle bisognava tirare in sopraelevata in seconda, incredibile, ma è così); non c’era più un solo strumento per misurare la velocità, autovelox e telelaser; persino le divise in dotazione erano scarse tanto che non era raro vedere agenti con divise stinte, strappate, di taglie non adeguate. Tutto questo si traduceva (anche) nella mancanza di controllo della sicurezza stradale: velocità pericolose, semafori rossi non rispettati, soste pericolose per il transito dei mezzi di soccorso. Il risultato? Sta nel rapporto tra abitanti e deceduti: Genova doppia abbondantemente Roma, seconda nella classifica dei morti per incidenti stradali.

11,6 morti ogni 100mila abitanti nell’area metropolitana, 25 decessi solo a Genova-città

Dai dati, relativi all’area Metropolitana, sono esclusi i 43 morti del Ponte Morandi

Dal 2017 questa amministrazione ha cominciato a investire in personale, in dotazioni, in strumenti, in mezzi. Una china difficile da risalire perché il corpo di polizia locale della sesta città d’Italia era vecchio e demotivato, completamente privo di mezzi e strumenti adeguati. L’allora sindaco Marta Vincenzi aveva definito gli agenti “bidelli con la pistola” (cosa che in realtà era, ma solo a Genova per decisione delle amministrazioni che si erano susseguite), sottolineando come non fossero abbastanza giovani e prestanti per occuparsi di sicurezza urbana come già accadeva in tutte le città d’Italia, grandi o piccole che fossero. Senza ottenere il personale adeguato, l’assessore Elena Fiorini (giunta Doria) aveva tentato di cambiare un po’ le cose, ma aveva incontrato anche resistenze interne. Anche all’interno del Corpo le cose pareva andassero bene così come erano. E intanto la mortalità aumentava, di pari passo con l’incidenza dei sinistri fortemente invalidanti e con la giungla della sosta selvaggia.
Bisogna dare atto a questa giunta (parlano i numeri) di avere investito in polizia locale, più in personale (anche grazie al Decreto Genova che però, ricordiamolo, scade a dicembre, quando perderemo 150 agenti temporanei se non verrà rinnovato), mezzi e strumenti che in stipendi, molto al di sotto di quelli delle altre città metropolitane. Anche perché, bisogna dirlo, esiste un fondo che vale per tutti i dipendenti comunali e i sindacati hanno impedito che fosse riequilibrato perché gli altri lavoratori (e le relative tessere) sono quattro volte tanto quelli della polizia locale. Sono arrivate nel frattempo regole nazionali che impediscono di reiterare i cosiddetti “progetti” così come erano e le amministrazioni che hanno riproposto la cosiddetta “indennità d’arma” sono state costrette a chiedere indietro i soldi ai lavoratori mentre i dirigenti sono stati denunciati per averla reiterata. Non c’è dubbio che l’amministrazione possa fare qualcosa di più sotto questo profilo, per allineare gli stipendi dei cantuné a quelli delle altre città metropolitane, anche alla luce del fatto che ora chiede di più (il giusto) rispetto a prima, ma niente di più del riallineamento alle attività degli altri corpi di polizia locale e fornendo mezzi, strumenti e personale adeguati.

La scena dell’ultimo incidente mortale in Corso Europa

Un sindacato contro le sanzioni stradali a fronte di dati di mortalità che sono un caso in Italia: doppi rispetto a Roma, la seconda città con più decessi

Su questo, sull’aumento degli stipendi, dovrebbe concentrarsi l’attività sindacale, ma c’è c’è un sindacato che fa azione di retroguardia, che rema con forza contro il nuovo corso della polizia locale, impresso dall’assessore alla Sicurezza Stefano Garassino e dal comandante Gianluca Giurato. Pare quasi abbia nostalgia di come andava la polizia locale dei vigili-nonni, dello status quo precedente, quello che ha portato tanto sangue sulle strade della città, come dicono chiaro le statistiche. Lo fa (o, meglio, lo vorrebbe fare) con un manifesto che cavalca la populistica obiezione alla ripresa di attività di controllo serrate che ovunque sono “normali” da sempre, proprio per abbattere la mortalità stradale. Certo, le multe scocciano a chi amava farsi i fatti propri, guidare a velocità non consentite (magari parlando al cellulare), passare col rosso, piazzare la macchina in seconda fila, in divieto, sugli stalli dedicati ai disabili. Ma le conseguenze che il populismo non sa valutare stanno tutte nella lunga lista di croci seminate per le strade della città, che sono diventate un cimitero. Chi oggi mugugna per le sanzioni domani potrebbe piangere un figlio, un padre anziano investito sulle strisce o passare lui stesso direttamente dalla strada alla bara. Lo scorso anno sono stati ben 25 i genovesi che hanno perso la vita così solo nel capoluogo, a cui si aggiungono quelli che sono rimasti su una sedia a rotelle o, peggio ancora, che vivono in stato vegetativo.

I manifesti del Diccap Sulpl con gli agenti schiavi in catene. Ma vengono chiamati solo a fare il proprio lavoro come stabilito dalla legge

Eppure c’è un sindacato, il Diccap Sulpl genovese, che ha preso la strada dell’opposizione al giro di vite impresso dall’amministrazione e dal Comando per garantite quella sicurezza stradale che a lungo non c’è stata. Quasi una battaglia “ad personam” contro Sindaco, Assessore e Comandante. Implicitamente i manifesti del Sulpl, affermano, di fatto, che in passato gli agenti (noi crediamo per le circostanze in cui si trovavano, ma l’opinione pubblica potrebbe percepire che sia stato per poca voglia di lavorare) hanno fatto poco (certamente, alla luce dei dati genovesi sulla mortalità non abbastanza per garantire la sicurezza stradale) e dice chiaramente che ora potrebbero continuare a farlo se volessero, se non fossero “obbligati” dall’Amministrazione… a perseguire i comportamenti scorretti e pericolosi. Cosa a cui, in realtà, è la legge e solo la legge ad obbligarli, tanto che nemmeno il comandante di un corpo può dire a un agente di non fare una sanzione che ritiene legittima e se lo facesse commetterebbe un reato. E che importa se il “non fare” è quello che ha generato la mortalità stradale-monster tutta genovese.
Un messaggio poco onorevole per gli uomini del corpo e diseducativo per la cittadinanza che, dopo anni di laissez-faire (la linea implicitamente e nostalgicamente rievocata dai manifesti Diccap quando dice che le sanzioni sono aumentate) è arrivata a pensare che sia legittimo persino spararsi a 140 chilometri l’ora (velocità realmente rilevata) in corso Europa e addirittura si lamenta dei semafori con telecamera che rileva le infrazioni stradali negli incroci pericolosi (all’incorcio tra via Timavo e corso Europa, che ha il pessimo primato di morti e incidenti invalidanti, sono ancora oggi una trentina ogni giorno gli automobilisti che passano col rosso superando la linea bianca con tutto il vicolo prima di fermarsi o filano via dritti come se il semaforo non ci fosse).
Nonostante questo, il Diccap Sulpl afferma che gli agenti potrebbero “non fare” (quello che invece è un loro dovere) se solo l’Amministrazione non li “terrorizzasse” costringendoli (in che modo non viene spiegato) a fare quello che in realtà sono i loro compiti di istituto, appunto loro preciso dovere per legge e come da contratto.

Quali sono i compiti degli agenti stabiliti dalla legge? Li vogliamo ricordare, a questo punto anche al Diccap Sulpl genovese, certi che quello nazionale li abbia ben presenti.

  • Controllo della mobilità e sicurezza stradale, comprensive delle attività di polizia stradale e di rilevamento degli incidenti di concerto con le forze e altre strutture di polizia di cui all’articolo 12, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada);
  • Tutela del consumatore, comprensiva almeno delle attività di polizia amministrativa commerciale e con particolare riferimento al controllo dei prezzi ed al contrasto delle forme di commercio irregolari;
  • Tutela della qualità urbana e rurale, comprensiva almeno delle attività di polizia edilizia;
  • Tutela della vivibilità e della sicurezza urbana e rurale, comprensiva almeno delle attività di polizia giudiziaria;
  • Supporto nelle attività di controllo spettanti agli organi di vigilanza preposti alla verifica della sicurezza e regolarità del lavoro;
  • Controllo relativo ai tributi locali secondo quanto previsto dai rispettivi regolamenti;
  • Soccorso in caso di calamità, catastrofi ed altri eventi che richiedano interventi di protezione civile.

A leggere i manifesti può sembrare quasi che se si viene sanzionati la colpa sia dell’agente che ha accertato e non del trasgressore che non ha rispettato le regole. Il manifesto (nelle due edizioni) del Diccap Sulp pare voler affermare che l’agente, se solo non fosse “pressato” dall’Amministrazione e avesse il coraggio di “ribellarsi”, potrebbe non sanzionare (non fare quello che prescrive la legge) e questo espone proprio gli agenti che fanno correttamente il proprio lavoro per garantire la sicurezza stradale a infinite discussioni per ogni sanzione, che potrebbero anche più frequentemente sfociare in aggressioni, come già non di rado accade.

L’amministrazione ha fermato già due volte l’affissione del manifesto Sulpl, prima per l’immagine degli agenti in catene (davvero poco dignitosa, soprattutto a fronte del fatto che sono chiamati a svolgere compiti di istituto e in una situazione devastante di mortalità e incidentalità grave), poi perché <si insinua l’idea che gli agenti ricevano dall’Amministrazione civica l’indicazione (dalla quale non avrebbero alcuna possibilità di discostarsi) di abusare dei propri poteri al fine di sanzionare i cittadini ad ogni costo>.

A cosa punti, sindacalmente, il manifesto non è chiaro. Potrebbe parlare degli stipendi al di sotto della media nazionale delle città metropolitane e non lo fa. Potrebbe parlare della necessità di incrementare ulteriormente le assunzioni a tempo indeterminato a fronte di Quota 100 (anche per evitare che per carenza di personale venga abolita la cosiddetta “tripla”, tre giorni di festa attaccati a cavallo della domenica 2 volte al mese, cosa che nessun corpo oltre Genova ormai ha più da tempo) e non lo fa. Abbiamo sentito alcuni iscritti al sindacato che ci hanno detto che, contrariamente al solito, il segretario Claudio Musicò non li ha consultati per il testo del manifesto. Chi il manifesto lo ha visto (mostrato da noi) è rimasto sconcertato. Il sindacato Sulpl, dedicato proprio alla polizia locale, a livello nazionale è uno dei più battaglieri per i diritti dei lavoratori comunali in divisa proprio. Lo stesso Musicò ha combattuto a lungo, nei tempi grami del corpo “vecchio” e male equipaggiato, per ottenere migliore operatività e migliori condizioni per i colleghi. È un sindacalista che non sta dietro la scrivania, ma in strada a lavorare con gli altri e come gli altri. Da qualche tempo ha ingaggiato una sorta di sfida diretta contro Amministrazione (sulle prime ampiamente giustificata dal taglio degli stipendi, poi in parte riequilibrati) e Comandante e i manifesti sono solo l’ultimo atto di questa lotta. Solo che stavolta nel mirino non sono gli stipendi o le condizioni lavorative, ma la critica all’aumento delle sanzioni per infrazioni al codice della strada. Musicò, nel manifesto esprime di fatto solidarietà ai cittadini che non rispettano le regole (e per questo vengono sanzionati perché non mettano più a repentaglio la sicurezza stradale), fa passare il messaggio che gli agenti non siano direttamente responsabili di quello che invece fanno per compiti d’istituto e che potrebbero tornare a fare di meno per la felicità dei cittadini scorretti che mettono in atto comportamenti pericolosi o che danneggiano la viabilità. Facendo passare due messaggi discutibili: che la sicurezza stradale non sarebbe una priorità (vallo a dire ai parenti di quei 25 morti nel solo 2018); che gli agenti sarebbero solo travet della sanzione e che chi tra i cantuné le fa è caino o inginocchiato all’Amministrazione. La falsa immagine dell’agente che commina multe solo perché teme non si sa bene cosa da Tursi peggiora certamente l’immagine pubblica già abbastanza e ingiustamente vituperata di chi porta le divise comunali.

Una visione del lavoro degli agenti da vignetta satirica da social, che certo non fa onore alle donne e agli uomini della polizia locale e che quasi sembra mirato a ottenere il consenso popolare alienandolo però al corpo e a chi sta sulla strada, già abbastanza presi di mira a tutto danno dell’autorevolezza e dell’immagine.

Per affermare questi suoi “principi”, Musicò ha comunicato a mezzo stampa che intende persino persino presentare un ricorso al Tar per l’affissione dei manifesti che potete vedere sotto.

Se questo (e non chiedere migliori livelli di reddito e le condizioni lavorative) è fare sindacato, lo decida il lettore. Prima di tutto, lo decida lo stesso personale della polizia locale genovese.

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