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Genova, commercio al tracollo: è tra le quattro città più a rischio in Italia su 120

Nella città dove la politica vuole dare ulteriore spazio alla grande distribuzione i dati della ricerca di Confcommercio mettono in luce una situazione già drammatica. Raffica di chiusure soprattutto il centro storico. In pericolo la funzione sociale del piccolo commercio: il servizio sotto casa accessibile anche alle fasce deboli, l’illuminazione, la sicurezza

Su 120 città Genova è quarta per rischio declino del commercio tradizionale (fonte Confcommercio)

L’Ufficio Studi Confcommercio nazionale ha presentato un’analisi sull’evoluzione negli ultimi dieci anni delle attività commerciali, turistiche e dei servizi nei centri storici e nelle periferie.
In 10 anni il centro storico di Genova ha perso 432 dei suoi 1985 negozi. L’emorragia ha rallentato negli ultimi due anni solo per l’apertura di botteghe soprattutto etniche che in genere non portano valore aggiunto e qualità nel territorio e qualche volta creano anche problemi di aggregazioni sgradite. Nella tabella è anche chiaro come a fronte di una forte contrazione del settore non siano calati di pari passo gli affitti degli immobili commerciali.
In tutto il resto della città il calo c’è stato, ma in proporzione a territorio, superficie commerciale e abitanti è stata molto meno impattante. Nello stesso periodo si sono perse 683 botteghe di vicinato.

<Stimiamo che il 70-80% della riduzione del totale numero di negozi nei centri storici delle 120 città considerate sia attribuibile a razionalizzazione e scelte imprenditoriali relative all’insufficiente redditività e alla competizione di commercio elettronico, centri commerciali, parchi commerciali e outlet> dicono alla Confcommercio nazionale.

È in questo quadro, con 200 mila abitanti in meno negli ultimi 20 anni e in parte rimpiazzata dagli stranieri che hanno consumi differenti, con una quantità di anziani enorme (gli anziani restringono fortemente i consumi) con alle spalle una moria delle attività già consistente che l’amministrazione comunale pensa a nuovi centri commerciali che lo studio dell’allora giunta regionale di centrodestra guidata da Sandro Biasotti, dopo aver affidato uno studio all’Istituto Tagliacarne, specializzato proprio in questo genere di analisi, aveva giudicato impossibili da sostenere, pena il depauperamento del servizio sul territorio offerto dal commercio tradizionale e alla luce del fatto che per ogni nuovo posto nella distribuzione organizzata, che ha cervello e portafoglio per lo più fuori da questa città, se ne perdono 3 nelle botteghe. L’allora assessore alle attività produttive Giacomo Gatti aveva dato battaglia per 5 anni riuscendo a salvaguardare il piccolo commercio e la sua funzione sociale e urbana. Altrove non era andata così. Torino era stata tra le prime città ad aprire alla grande distribuzione. Risultato: gli ipermercati avevano prima divorato i negozi (ne ha chiuso uno su 4), poi si sono divorati tra loro, tanto che ora esiste il problema di riempire gli spazi lasciati vuoti da quelle che rischiano di diventare cattedrali nel deserto, scatoloni vuoti in preda al degrado.

Lo studio di Confcommercio nazionale deve necessariamente aprire un dibattito in città sull’opportunità di armare la mano che ucciderà, com’è successo ovunque, i negozi, il servizio sotto casa tanto caro soprattutto agli anziani e alle persone più deboli, che spegnerà intere vie lasciandole al buio e che, a seguito di questo, aumenterà esponenzialmente i problemi di sicurezza.

I cittadini che si lasciano abbagliare dal miraggio di uno sconto di qualche centesimo sulla mozzarella o sulla pasta, l’hanno sempre pagata cara in termini di disagi e sicurezza, vivibilità dei quartieri. Di lezioni ne abbiamo avute da tutto il mondo, dagli Stati Uniti dove i centri commerciali – città fantasma si sprecano, alla Francia. Una strada che stanno seguendo anche città come Torino e Firenze che pure hanno economie più solide della nostra. Davvero il sindaco Marco Bucci è convinto che seguire la strada dove tanti altri hanno già trovato un muro sia il bene della città?

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