Sì all’Inno d’Italia a Tursi, ma la maggioranza perde i pezzi. Bagarre in consiglio

Baroni (Forza Italia) esce dall’aula, Corso e Rossi (Lega) non votano Cani in consiglio e picnic sui banchi della Sala Rossa

D’ora in poi non basteranno più i “santini” e i comizi per la campagna elettorale. Servirà la prova di canto per evitare che i consiglieri comunali turbino gli elettori con gridolini da gallina strozzata e stonature indegne dell’alto spirito con cui Goffredo Mameli scrisse quello che è ormai ufficialmente l’Inno d’Italia, morendo con coerenza l’anno dopo aver scritto col lapis “siam pronti alla morte” su un foglio di carta oggi conservato al bistrattato e mai abbastanza promosso “Museo del Risorgimento-Casa di Mazzini”. E mai che un ordine del giorno o una mozione puntino alla concreta valorizzazione di un patrimonio storico e culturale (parola grossa di per se stessa, quest’ultima, nel recente andazzo comunale) anziché limitarsi ad ammiccare ai potenziali elettori nazionalisti come, pare evidente, è accaduto nel caso della mozione discussa oggi in consiglio comunale. Insomma è evidente la priorità di evitare l’assassinio dei padiglioni auricolari di personale comunale e spettatori in sala rossa al momento dell’esecuzione de “Il canto degli Italiani” prevenendo lo scatenarsi di performance in grado di far esplodere gli astanti nelle più crasse risate in un’occazione così solenne, quasi si stesse in uno dei momenti più bassi dell’indimenticata Corrida di Corrado. Bisogna evitare l’effetto bocca chiusa che qualche anno fa scatenò la lapidazione mediatica di una Nazionale prima della partita e magai sarebbe preferibile l'”effetto pesce”: bocche che si aprono e si chiudono senza emettere suoni mentre parte un playback registrato da più dignitosi cantori. Obiettivo: evitare che il compositore Michele Novaro si rivolti ogni martedì di consiglio nella sua tomba seminascosta e per lo più ignorata sulla spalletta che scende verso il Boschetto di Staglieno.

Firme e ripensamenti

Ora, a prenderla per una proposta-campagna elettorale, non siamo stati solo noi, malpensanti e orribili pennivendoli (dirà qualcuno dei tanti di cui in questo articolo descriviamo le gesta). Basta leggere gli emendamenti presentati in consiglio comunale all’iniziativa di Francesco De Benedictis di “Noi con l’Italia” sottoscritta anche daAlberto Campanella di Fratelli d’Italia, Stefano Costa di Vince Genova, Lorella Fontana della Lega, Mario Mascia di Forza Italia e Cristina Lodi del Pd. Emendamenti che hanno il retrogusto amaro della satira.

Lodi, tra i firmatari, ha però, ha presentato anche un’ordine del giorno sostenendo che dal momento della presentazione della proposta sarebbero accadute <situazioni incostituzionali> e ha chiesto di rimuovere il <mancato rispetto della Costituzione> abolendo il Registro delle famiglie. Ha chiesto anche che siano organizzati <corsi di Costituzione per consiglieri comunali> parte dei quali a suo parere hanno votato provvedimenti della giunta che costituzionali non sarebbero. Avendo la giunta bocciato l’emendamento, Lodi ha ritirato la firma. A qualcuno puzza un po’ di retromarcia al novantesimo minuto, dopo aver capito tardivamente che si trattava di una mozione ad uso elettorale del centrodestra. Chissà?

Gli emendamenti burla

Ed ecco gli emendamenti satirici sciorinati in aula.
Alessandro Terrile (Pd) ha detto che il coretto il playback come a una riunione del Rotary qualunque, essendo il consiglio una sede istituzionale merita l’esecuzione live dell’orchestra del Carlo Felice o di una banda genovese che sia <coerente alla solennità dell’Inno>; Mariajosé Bruccoleri della Lista Crivello ha alluso a certe tensioni anti europeiste in certi gruppi del consiglio comunale chiedendo di abbinare all’inno di Mameli l’Ode alla Gioia (nota anche come “Inno alla Gioia”) di Friedrich Schiller ripreso da Ludwig van Beethoven per il coro finale della sua nona sinfonia, inno dell’Europa; Luca Pirondini, capogruppo M5S, ha chiesto audizioni pubbliche delle qualità canore dei singoli consiglieri per compilare poi una graduatoria di merito del valore canoro dei singoli consiglieri. Sempre Pirondini ha anche chiesto che l’inno fosse suonato e cantato prima delle commissioni e delle conferenze dei capigruppo presidente nota iniziale resto inno. Guido Grillo ci ha aggiunto il carico: ha chiesto che l’inno venga suonato con la viola Pirondini, professore d’orchestra e prima viola alla Fondazione sinfonica di Sanremo e viola di fila al Carlo Felice.

Il “me ne fotto” di Bertorello

<A me personalmente dell’inno… – ha detto Federico Bertorello (Lega) -. Non sento la necessità di cantarlo in Sala Rossa. Stiamo parlare di cose che possono avere una loro importanza… per me… schiaccio un bottone verde e me ne fotto (per questa espressione è stato richiamato per il turpiloquio dal presidente del consiglio Alessio Piana n. d. r.), versione 2.0 del littorio “me ne frego!”. Quindi ha valutato positivamente la provocatoria proposta di Avvenente che aveva detto che forse era il caso di far suonare nell’aula dl consiglio l’inno con la canzone dell’emigrante genovese, “Ma se ghe pensu“. Infine ha ammesso di essere molto stonato, ma è rientrato perfettamente nel coro della maggioranza votando favore della proposta quando è stato necessario. Insomma, se n’è fottuto e ha schiacciato. Cosa che non hanno fatto i colleghi di partito Davide Rossi e Francesca Corso, che non hanno votato. Quest’ultima per la seconda volta: era infatti già successo sulla mozione M5S, bocciata dalla maggioranza, sulla campagna contro il razzismo.
<Non capivo il perché della mozione, poi ho guardato il calendario: è Carnevale> ha detto Stefano Bernini (Pd) della mozione sull’inno. Ha poi tenuto una breve e documentatissima lezione di storia (chissà in quanti l’hanno ascoltata davvero?) per affermare: <Io non voto una cosa che passa sopra la storia, su quello che questo inno ha rappresentato>.
<State giocando a essere più nazionalisti dei nazionalisti – ha sostenuto Gianni Crivello, capoguppo della Lista Crivello -. L’attaccamento all’Italia si dimostra in altro modo>.
Lorella Fontana, capogruppo della Lega è sbottata e c’è da giurare, poi vedremo perché, che le sue parole di fuoco non fossero dirette solo alla minoranza: <L’inno lo volete solo ai mondiali – ha detto -. Nelle sedi istituzionali no>. Poi ha scoperto il velo (proprio d’un velo sottile si trattava) su un’ora buona di dialettica onanistico-elettorale fatta con lo stesso impegno di chi deve decidere se dichiarare una guerra nucleare: <Basta! L’impegnativa chiesta dalla mozione non rende efficace l’oggetto della mozione stessa, ma rinvia a una modifica al regolamento. Tutta questa discussione, con chi ha ridicolizzato il tema, è stata una mancanza di rispetto che mette in luce l’incapacità di leggere l’impegnativa>.

Mauro Avvenente (Pd) ha avuto modo di esprimere la sua opinione a proposito della musica contemporanea spiegando che per fortuna l’inno non è stato scritto dagli attuali rapper e ha sottolineato il rischio che il consiglio sia scambiato per un jukebox.
Pietro Salemi (Lista Crivello) ha riferito quanto gli hanno detto i cittadini dopo aver saputo della mozione: <Possibile che con tutti i casini (eh, sì. Il vocabolario istituzionale oggi è stato un po’ scadente n. d. r.) che ci sono in questa città vi occupiate dell’inno?> quando invece, ha aggiunto, effettivamente ci sarebbero tante cose di competenza locale di cui discutere.

Alberto Campanella, capogruppo di Fdi, arrivato in aula con trasportino e chihuahua al seguito (il Sindaco non pare averla presa bene) e panino poi sbocconcellato sui banchi della Sala Rossa durante la seduta (deve essere il posto che concilia la merenda, la facevam durante l’amministrazione Doria, Enrico Musso che lì stava seduto) ha detto a De Benedictis, primo firmatario: <Caro Franco noi abbiamo cari la patria e i valori delle tradizioni che fanno arrabbiare i consiglieri di sinistra>. Peccato che a far naufragare la mozione musicalmente patriottica rischiavano di essere i tre consiglieri di centrodestra: oltre ai leghisti Rossi e Corso, anche Mario Baroni di Forza Italia, che ha infilato la porta e non ha votato. A salvare la situazione è stato Bortorello che, trapassato da parte a parte da uno sguardo assassino della capogruppo Fontana, s’è rimangiato velocemente la filippica fatta 10 minuti prima e ha votato a favore, in zona Cesarini, salvando al pelo e solo formalmente la faccia della maggioranza. Marco Bucci non l’ha presa bene ed è sbottato in aula (a microfoni spenti) sia contro alcuni consiglieri di minoranza, sia (a maggior ragione) contro quelli di maggioranza che non hanno votato.

Certo è che la maggioranza sfrangiata (e non è la prima volta), tra l’altro su una questione che certo non è fondamentale per la città, non c’ha fatto una gran bella figura. Sembrava un remake di un film già visto: i pezzi della maggioranza di un altro Marco (Doria) che votavano contro o si astenevano. Con l’aggravante dei futili motivi. Almeno, all’epoca non erano quisquilie come quelle odierne, ma la privatizzazione (mai passata) di Amiu.

A quel punto, dopo il fuggi fuggi di Baroni, la minoranza è uscita dall’aula e Bruccoleri ha chiesto di verificare il numero legale. È stata la sua “mezza” presenza (lei si considerava fuori, ma la segreteria l’ha vista e contata), paradossalmente, ha salvare il voto.

Piana esasperato: <Seduti e zitti o vi metto dietro la lavagna>

Il povero presidente del consiglio Alessio Piana (che dopo oggi s’è guadagnato il paradiso dei presidenti pazienti) a un certo punto è sbottato e, all’indirizzo dei consiglieri, ha detto: <Tutti zitti e seduti o vi metto dietro la lavagna!>. Come dargli torto?

Le priorità in consiglio e la polemica M5S

A Pirondini non è parso vero di poter ricordare tutto il tempo perso per discutere i qualcosa che non è certo fondamentale per la vita dei cittadini genovesi, che le note dell’Inno risuonino tutte le sante volte in consiglio. Una mozione messa celermente all’ordine del giorno quando, ha ricordato, le sue mozioni sull’azzardo patologico, sull’inquinamento, sul no alle varianti urbanistiche finalizzate all’apertura di centri commerciali, sulla mancata applicazione dei patti d’area in via Buranello, sull’applicazione della normativa Seveso.

La mozione anti droga di Gambino dimenticata

Ma non pensi, Pirondini, che si tratti di ostracismo politico perr l’opposizione. C’è infatti una mozione di Sergio Gambino, di Fratelli d’Italia, propaggine destra della maggioranza di centro destra, che vuole impegnare i consiglieri comunali a sottoporsi al test sull’uso della droga per dare il buon esempio ai giovani cittadini genovesi. E niente, è lì da settimane, non viene portata all’ordine del giorno, nessuno ne parla più nonostante le furibonde discussioni interne ai partiti quando fu annunciata. Non si capisce perché non venga discussa la possibilità per i consiglieri comunali di certificarsi drug free agli occhi della città facendo partire così una campagna virtuosa contro i rischi delle sostanze stupefacenti. Cosa ferma il fatto che sia messa all’ordine del giorno e, quindi, ai voti?

Alla luce del (misero) spettacolo, non ci resta che ricordare una frase di Ennio Flaiano: <Signori, la situazione è grave, ma non è seria>.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: