Ecco dove la Regione vuole i nuovi centri commerciali in tutta Genova
Praticamente tutte le zone della città sono inserite nella mappa dei possibili insediamenti. La giunta Toti dice di voler preservare il commercio tradizionale, ma intanto ammette 11 nuove aree di insediamento in una realtà dove una ventina di anni fa, con 200 mila abitanti in più, meno anziani e in un periodo economicamente florido, lo studio dello stesso istituto nazionale di ricerche consultato oggi ne ammetteva solo una, nel levante

di Monica Di Carlo
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Ponente Voltri-Pra’, Multedo, Centro Ovest Dino Col, Ponte Parodi, Val Polcevera; Medio Levante-Centro Est via Piave, Stadio Carlini corso Europa; Val Media-Alta Val Bisagno e poi, subordinate a opere di messa in sicurezza del territorio e che saranno portate al vaglio del consiglio regionale nei prossimi 40 giorni, le aree ex Guglielmetti in Val Bisagno, l’area di Sestri Ponente e di via Merano (ex fonderie Multedo). Queste sono le zone dove secondo la giunta regionale, a seguito della ricerca dell’Istituto Tagliacarne (il più blasonato in Italia per questo genere di studi e utilizzato anche in passato dalla Regione) potranno trovare spazio nuovi centri commerciali con grande unità di vendita superiore ai 1.500 metri quadrati. La delibera è stata approvata oggi dalla giunta regionale. <Entro il 30 di luglio, si completerà l’iter di approvazione della legge, con l’individuazione dei siti dove potranno sorgere nuove aree della grande distribuzione> recita una nota della Regione. Lo stesso presidente Giovanni Toti dice che <È una legge che apre alla concorrenza>, quindi che apre le porte a nuovi insediamenti. Lo studio della fine degli anni ’90, quando la città viaggiava ancora verso il milione di abitanti, l’allora Regione, sempre fondandosi su uno studio dello stesso istituto Tagliacarne, individuava sul nostro territorio un solo altro possibile insediamento di una grande superficie della grande distribuzione organizzata, nel levante genovese.
Cosa è cambiato, anche alla luce del fatto che la popolazione genovese è scesa sotto i 600 mila abitanti, che a causa della crisi i consumi si sono fortemente ristretti, che la stessa popolazione è invecchiata e, quindi, consuma di meno e che, nel frattempo, di punti vendita di medie dimensioni ne sono spuntati come funghi e si sono aggiunti nell’opera di sottrarre clienti e scontrini al commercio tradizionale all’Ipercoop di via Romairone, in Valpolcevera dove, incredibilmente, ci sarebbe secondo il piano della giunta regionale spazio per altra grande distribuzione? Questa è una delle domande che si pongono i commercianti tradizionali. Toti aggiunge che il piano <al contempo tutela il commercio al dettaglio nelle aree storiche (dove non potranno essere aperte strutture superiori ai 1.000 metri quadrati>, ma a Genova, di fatto, non si salva proprio niente, visto che nuovo commercio organizzato è previsto anche nella zona del centro, nell’area di Ponte Parodi.


Nella mappa genovese non c’è, di fatto, una sola zona che si salvi. Salvo la Fiera, su cui il Comune contava per mettere a reddito le aree e recuperar quattrini per saldare i debiti con Fiera, una partita aperta tra Tursi e Regioni, soci della Spa a capitale pubblico in via di liquidazione. Il “no” a Fiera è, in qualche modo, uno zuccherino (per buttar già l’amara pillola) destinato alle associazioni di categoria del commercio tradizionale che sull’opposizione al commercio in Fiera avevano avviato mesi fa una battaglia. Tre sono le aree a cui si sa che punta Esselunga: via Piave, Dino Col (ex Saturn) e Sestri-via Merano, tutte puntualmente inserite, ma l’ultima con la necessità di mettere prima in sicurezza il territorio. Sulle altre due “zone gialle”, quelle in cui sarà più difficile (e costoso) realizzare il centro commerciale progettato, insistono progetti di Coop. Ad altre aree, nel levante, punta Conad. Basko ha una serie di progetti già avviati. Ma non solo solo questi i marchi della Gdo, grande distribuzione commerciale, pronti a sbranarsi tra di loro a colpi di offerte speciali, momentaneamente positive per i consumatori, ma a medio e lungo termine deleterie anche per loro, perché prima la “potenza di fuoco” della Gdo fa chiudere i negozi tradizionali. Poi le catene si scontrano tra di loro. Per dirla con la frase cult di un film degli anni Ottanta, “Ne sopravviverà soltanto uno” o, al massimo, due o tre. A quel punto i prezzi ricominceranno a risalire e i posti di lavoro a diminuire, come è successo, ad esempio, a Torino e Firenze, dove trovare un fruttivendolo in città è una missione, quella sì, degna di un Highlander.
<Bisogna equilibrare lo sviluppo della grande distribuzione con le esigenze di un territorio fragile come il nostro, salvaguardando al contempo i negozi di vicinato che rappresentano un presidio economico importante per rivitalizzare le nostre città e il nostro entroterra> dice l’assessore al Commercio Edoardo Rixi, insomma, la missione (che, mappa alla mano, pare più uno slogan che un reale indendimento) sarebbe quella di ottenere, come si dice, “la botte piena e la moglie ubriaca”. Missione che a Genova, vista appunto la mappa delle zone in cui sarà ammessa la calata della grande distribuzione è con tutta evidenza impossibile. Di fatto, il piano della Regione è un’apertura totale della città ai “Signori del carrello”. Il commercio tradizionale alimentare è già stato falcidiato dall’ipermercato Coop come dalle superette, i piccoli supermercati di quartiere (che fanno danni locali, più limitati, ma spalmati su tutto il territorio) che in certe zone, come nel centro storico, distano tra di loro al massimo 200 metri. Ora il piano commerciale regionale “porte aperte alla Gdo” rischia concretamente di completare l’opera senza tenere nel minimo conto le esperienze straniere, ad esempio quelle della Francia o degli Stati Uniti, dove i governi sono costretti adesso a sovvenzionare piccoli presidi commerciali nelle zone più desertificate dove bisogna percorrere decine di chilometri per trovare un litro di latte. A rischio, a Genova, ci sono soprattutti i quartieri collinari (dove un mega centro commerciale, a causa dell’orografia, proprio non ci sta) e il presidio sociale che il commercio tradizionale opera sul territorio. Nelle zone dove le saracinesche dei negozi sono già chiuse o sono state sostituite da quelle dei pubblici esercizi e dei mini market alcolici, ad esempio, ci sono problemi di sicurezza fortissimi. Un esempio per tutti è via San Bernardo. Tutto questo, per consentire lo scontro tra i titani Coop ed Esselunga. Insomma, per prendere impropriamente a prestito il titolo di un libro di Sartre, “Il rosso e il nero”. Ad opporsi l’uno all’altro non saranno borghesia e nobiltà, gesuiti e giansenisti, ma due tra le realtà commerciali più grandi d’Italia che fanno storicamente riferimento a due ben precise aree politiche. Si tratta, alla fine, di uno scontro economico-politico di cui la Regione ha dettato le regole, contando sulla claque dei cittadini di centro-destra (ma non solo) che hanno in odio la Coop, ormai non più da tempo (da quando la redditività degli ipermercati è crollata in tutta Italia per il mutamento dei consumi) la catena della Gdo più potente di Genova, anche se è evidente che è con Carrefour e, soprattutto, Basko della famiglia genovese Gattiglia, è una delle meglio piazzate.
Bisogna ora capire cosa faranno le associazioni dei commercianti per difendere il territorio e se riusciranno a portare i cittadini genovesi dalla loro parte. Cauto ma preoccupato il commento a caldo della Confesercenrti: «La parametrazione dell’apertura di una media o grande struttura di vendita a criteri oggettivi di sostenibilità ambientale, rischio idrogeologico, salute, tutela dei beni culturali e così via è sicuramente un’impostazione nuova, condivisibile e che potrebbe diventare anche un riferimento a livello nazionale – commenta la presidente Patrizia De Luise – Certamente è difficile pensare che il commercio di vicinato ligure possa oggi sostenere 15-18 nuove strutture di grande distribuzione organizzata al netto degli eventuali trasferimenti senza ampliamenti, per questo andranno analizzati uno ad uno gli ambiti individuati per una corretta valutazione delle singole situazioni, ma sicuramente l’impegno che chiediamo fin da ora al consiglio regionale è di una forte restrizione delle nuove aperture. Attendiamo di conoscere il testo per iniziare un costruttiva discussione con l’amministrazione regionale».
Spiegare le conseguenze di un’apertura pressoché totale del territorio alla Gdo a chi ha come solo scopo quello di pagare (solo per qualche tempo, ma vaglielo a spiegare) la mozzarella 5 centesimi di meno non è facile e illustrare le ricadute sui quartieri della desertificazione in una situazione già tanto compromessa come quella genovese rischia di scontrarsi contro il qualunquismo e preconcette ideologie politiche. Certo è che quando il piano andrà a regime la Genova delle botteghe che amiamo non sarà più la stessa.


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