Scorie di primo maggio. I fischiaToti professionisti

È accaduto di nuovo. Per la seconda volta nel volger di pochi giorni. In Una settimana soltanto. L’antecedente, anzi l’anti-incidente, lunedì scorso, in occasione del 25 aprile, quando il governatore Giovanni Toti ha osato profanare con la sua presenza, e le sue parole, il palco di piazza Matteotti dove il presidente della camera dei deputati Laura Boldrini ha tenuto la sua orazione ricordando la lotta partigiana che ha consentito di liberare la nostra città, medaglia d’oro della resistenza. Una salva prolungata di fischi aveva suggellato il discorso del presidente della giunta regionale che era inciampato in un riferimento alla vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due maro’ italiani vittime della giustizia indiana, evidentemente orfani di una patria, almeno a giudicare dalle reazioni inconsulte della piazza genovese.
Ieri, a pochi metri di distanza, in piazza De Ferrari, i fischiaToti hanno concesso il bis, in occasione del discorso per la manifestazione nazionale dei sindacati Cgil Cisl e Uil della festa del lavoro. E già sulla dizione esatta di questa ricorrenza ci sarebbe da aprire una parentesi. Perché, a seconda degli orientamenti politici, il primo maggio e’ festa del lavoro, in stretta osservanza con la carta Costituzionale che lo inserisce fra i valori fondanti della nostra Repubblica, o festa dei lavoratori, con evidente estensione ad una classe sociale. E i fischi al nostro governatore sono frutto di questo humus di ambiguità, in un paese dove l’esaltazione dei conflitti sociali e’ sempre lì dietro l’angolo, nuvola nera e densa di pioggia che grava sulle ricorrenze condivise a forza. Dunque fischi e petardi a coprire le sue parole.
Eppure l’unico a tornare su questa manifestazione di dissenso e’ stata la vittima. Non c’è stata una parola da parte degli organizzatori. Non un messaggio, se non di scuse, almeno di biasimo nei confronti dei contestatori. Così Toti che ha iniziato e concluso la sua settimana nello stesso modo, ha postato un lungo messaggio sulla sua pagina fb. “Qualche fischio stamani in piazza De Ferrari. Era scontato. Continuo a ritenere fosse un dovere per il presidente della regione Liguria andare a salutare la rappresentanza dei lavoratori che hanno scelto la nostra bellissima Genova per la manifestazione nazionale del primo maggio. Per chi come me crede nel dialogo, nella condivisione delle scelte, nella costruzione del futuro attraverso il confronto, i sindacati restano un interlocutore fondamentale. Chi rifiuta il confronto e preferisce lo scontro, magari per fini esclusivamente politici, non fa che rafforzare la posizione di chi, nel nostro paese, ritiene un inutile impiccio ogni corpo intermedio e crede che il progresso passi attraverso un decisionismo autoreferenziale che cancella ogni elemento di pensiero, dalle autonomie locali alle rappresentanze sociali”. I fischiaToti non sono altro che l’espressione di un disagio coltivato e trasmesso a botte di talk show politici. E il governatore rappresenta tutto quello che in questo paese, a torto o a ragione, certa sinistra ha demonizzato negli ultimi 30 anni. Prima socialista, poi giornalista Mediaset, consigliere di Berlusconi, anche se recentemente un po’ in imbarazzo. E, peccato mortale, l’anno scorso si è lasciato alle spalle Raffaella Paita, esponente principe di una sinistra che continua ad esorcizzare i suoi problemi, incapace di guardarsi dentro e di analizzare lucidamente le sconfitte facendo ricorso all’autocritica. Perciò incline a gridare al complotto e addossare i suoi problemi alle colpe degli antagonisti di turno.
Ma quei fischi a cui nessuno ha cercato di mettere la sordina, dovrebbero rappresentare un episodio marginale. Non casualmente Annamaria Furlan, la segretaria nazionale della CISL, anche lei genovese, come Toti ha messo l’accento sul bisogno di favorire la coesione sociale dialogando con i corpi intermedi, quei corpi intermedi a cui faceva riferimento il governatore, come invisi a chi rifiuta il confronto e preferisce lo scontro. Eppure il presidente della giunta ha voluto trasmettere un segnale di ottimismo: “Arrivando sul palco dei sindacati ho constatato intorno a me, che certo non rappresento il mondo politico più affine a certi sindacato, più segnali di condivisione che di contestazione di questo modo di pensare. Mi auguro che il sindacato tutto, in questo primo maggio difficile, in cui si celebra la festa del lavoro in un paese dove la disoccupazione è il primo problema, sappia cogliere l’esigenza del confronto e della costruzione di modelli condivisi e non si lasci trascinare in un antagonismo ideologico fine a se stesso, rappresentato dai fischi e dai petardi uditi oggi. Un atteggiamento che danneggerebbe in primo luogo quel lavoro che oggi come valore fondante della nostra Repubblica”.
E il lungo post ha scatenato i frequentatori dei social, per la maggior parte critici nei confronti dei fischiaToti. Ernesto Milotti “Purtroppo si pensa ancora che il primo maggio sia una festa di partito e non del lavoro con la lettera maiuscola, che povertà di idee”. Andrea Carratu si appresta a percorrere un cammino incerto “Il sol dell’avvenir non è di colore rosso”. Perché Luca Fregoso subito lo rintuzza “Le piazze si”. E inizia il botta e risposta. Carratu “Anche i fischiatori”. Fregoso “Guarda che la Liguria e’ sempre di sinistra. Hanno semplicemente saltato un turno”. In un quadro in cui la sinistra si appropria o riappropria di tutto. Della Liberazione, della festa del lavoro, e… delle piazze. Come se la marcia dei quarantamila a Torino, nell’ottobre di 36 anni fa non fosse altro che un incidente da dimenticare, al pari della marcia anti camalli
del 1989, a Genova. E’ vero, ricordi che appartengono a un’era fa con i governi Cossiga-Forlani e di Ciriaco De Mita. Ma la memoria ci permette di interpretare la storia e i corsi e ricorsi. E quelli erano anni in cui i sindacati avevano un potere diverso e la FIOM, l’organismo dei metalmeccanici, non avrebbe mai donato la sua felpa logata a un esponente di punta del centro destra. Tanto che un metalmeccanico nostalgico, Claudio Zanotti, si limita ad osservare sull’ affollamento di piazza De Ferrari “A confronto con i nostri scioperi oceanici (Italsider) ci sono 4 gatti”. Mentre un altro frequentatore social Luciano Borneto suggerisce a Toti l’occhio per occhio e dente per dente “Quando verranno in consiglio regionale a chiedere fischiali tu, presidente”.
Ma al di là dei fischiaToti, intolleranti al nostro governatore, nella giornata di ieri ci sono stati anche cinguettii che mi fa piacere sottolineare per cercare di andare oltre alle intolleranze. Segnale di una ricerca di costruttiva condivisione. Il primo è del ministro della difesa Roberta Pinotti. Nell’occasione la generalessa ha deposto l’elmetto per ri-indossare gli ideali di sir Robert Baden Powell. Il ministro ritwitta sulla sua pagina la foto e il messaggio di Daniele Cina. È l’immagine di un barcone di migranti i cui occupanti sono stati tratti in salvo “Il più bel primo maggio. Uomini e donne della guardia costiera salvano 249 migranti. Il lavoro che salva la vita”.
Il secondo è del segretario generale dell’Anci Pierluigi Vinai.
“Cambiare il mondo? Si può partire dal nostro lavoro fatto bene ogni giorno. Primo maggio festa dei lavoratori”. E Vinai rimanda ad un messaggio fb in cui San josemaria Escriva, il fondatore dell’Opus dei, ci costringe a pensare alla nostra missione terrena “Li dove sono gli uomini vostri fratelli, li’ dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro ardore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo”. Già, il lavoro che salva e da’ un significato non solo economico alla vita, interpretato in senso umano e religioso. In un excursus che parte si dai fischi impietosi all’avversario di turno ma arriva pur sempre al senso di fratellanza che è anche alla base della nascita del movimento sindacale.
Eppero, fra tanta beatitudine interiore e fuorviante buonismo intendo concludere con una cartolina dall’inferno. A fornirmene lo spunto e’ Manuela Arata, la ricercatrice genovese, stavolta nei panni di una sfortunata utente delle nostre ferrovie. Al rientro da Bonassola, treno delle 18,50, cambio a Sestri Levante e arrivo a Brignole alle 22,02. “Tre ore dalla Riviera al capoluogo di una delle regioni più piccole d’Italia” osserva fra un improperio e l’altro la Arata sulla sua pagina fb, pensando che i turisti con simili servizi non sono certo invogliati a raggiungere la nostra città. E chiude “Per fortuna la settimana prossima vado a Shanghai dove in un’ora e 40 si fanno 250 chilometri. Da Shanghai a Ningbo”. E la Liguria pare essere per davvero la provincia dell’Impero.
A questo punto è veramente tutto. Per una riflessione su un post-primo maggio dalla triplice veste. Di lotta, di governo e di… vacanza.

Il Max Turbatore

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