Partigiani piccoli piccoli fra riti, religioni e divisioni strumentali
l week end lungo, dal venerdì al lunedì, e’ stato quello del ricordo, della ricorrenza e delle celebrazioni, ma anche il momento in cui più della condivisione sono emerse le divisioni, le fazioni, le partigianerie piccole piccole.
Giovanni Toti ricorda le sue origini socialiste e convoca il consiglio regionale in quel di Stella, luogo dove è nato Sandro Pertini. Giunta e consiglio, quasi al completo, raggiungono il comune sulle colline sopra Albisola e sostano davanti alla tomba di famiglia dell’ex partigiano ed ex presidente della Repubblica. Disertano i due esponenti di Fratelli d’Italia in Regione, l’assessore Gianni Berrino e il consigliere Matteo Rosso. Assenza che forse sarebbe persino passata inosservata, e giustificata da compiti pseudo istituzionali, se il loro compagno di partito e vice coordinatore regionale Gianni Plinio non ci avesse messo il carico. Plinio aveva sostenuto che la scelta del presidente della giunta regionale Giovanni Toti non fosse opportuna. Anzi proprio l’esponente di Fratelli d’Italia aveva puntato il dito per sottolineare come il segnale lanciato dal suo alleato di centro destra, a oltre 70 anni dai tragici fatti della guerra civile, non fosse di pacificazione ma di divisione. Con una proposta provocatoria “Invitiamo il presidente Toti a fare tappa a poca distanza da Stella, sotto la croce del monte Manfrei che ricorda 200 maro’ della divisione San Marco, tanti giovanissimi, trucidati tra il 4 e il 5 maggio del 1945 da partigiani comunisti dopo che si erano già arresi”. Invito che, ovviamente, casca nel vuoto e riesce soltanto ad innervosire un po’ i compagni di partito.
Ma, al di là delle provocazioni quello che emerge ancora una volta e’ la vecchia contrapposizione fra guerra civile e lotta di liberazione. Pierluigi Vinai, segretario generale dell’Anci e’ uno dei frequentatori delle terre di mezzo.
Venerdì, dopo aver assistito al film documentario di Marco Gandolfo “Bisagno” annota su fb parlando del partigiano ” Uno che mi fa vivere il 25 aprile come una liberazione dal male che c’è in noi più che il ricordo di una stagione di sangue, di vincitori, vinti, vendette, crudeltà che pure è giusto ricordare. Uno che riusciva a dire che gli interessava combattere il metodo fascista più che l’uomo che, sbagliando, era stato fascista. Lui che vedeva come il metodo, purtroppo, si potesse riprodurre sotto diverso modo e hanno dovuto farlo fuori per esser sicuri che non portasse troppa pulizia morale in tutte le componenti”. Una posizione, non molto condivisa da parte di chi ha assegnato a tutti i partigiani, indipendentemente dalle loro gesta, le stimmate della santità. Ed è questa la più riconosciuta. Ovviamente con qualche sfumatura. Il capogruppo Dem in consiglio regionale, Raffaella Paita, dedica la sua news letter alla ricorrenza ricordando che ” la reazione di quei ragazzi che più di 70 anni fa salirono in montagna per liberare il paese dalla dittatura e’ una memoria da custodire e da far vivere ogni giorno”. La visione, insomma è quella senza ripensamenti. Senza se e senza ma. Il 25 aprile la stessa Paita posta sulla sua pagina twitter un cinguettio ” 25 aprile, viva la resistenza, viva la libertà” a cui aggiunge un filmato con immagini di 71 anni fa accompagnata dalla canzone Siamo i ribelli della montagna, il brano musicale che erano soliti cantare i partigiani in azione sul versante ligure alessandrino, poi divenuto l’inno della brigata Mingo della divisione Garibaldi. Una canzone ampiamente reducista, e, probabilmente anche un po’ antistorica dopo tanti anni. Ma le posizioni sono variegate. A Roma, per esempio, il ministro della difesa Roberta Pinotti, pubblica sul suo sito una foto della sua visita alle fosse Ardeatine e scrive ” Ricordare l’eccidio delle fosse Ardeatine perché mai più possa ripetersi . Un dolore vivo ancora oggi”. Era stata proprio lei a celebrare la ricorrenza, appena un mese prima insieme al capo dello Stato. Ma stavolta la scelta potrebbe essere letta con un significato diverso. I 335 militari e civili furono trucidati dai nazisti in risposta all’attentato del Gap romano in via Rasella in cui rimasero uccisi 33 militari del reggimento Bozen provenienti dall’Alto Adige. E sulla necessità di questo attentato che diede vita ad una feroce rappresaglia, in un momento in cui i nazisti sembravano avviati verso la sconfitta, pare ci sia stato parecchio scetticismo. Evidentemente una riprova che anche in casa Dem i fatti vengono ormai letti in maniera diversa e qualcuno ha deciso di esplorare senza retorica anche quelle che a lungo sono state zone d’ombra.
Ma a Genova nella giornata delle celebrazioni ufficiali si torna all’antico. Sul palco si alternano la presidente della Camera Laura Boldrini, il sindaco Marco Doria e il presidente della giunta Regionale Giovanni Toti. Tutto funziona alla perfezione sino a quando Toti non ricorda l’impegno per far riottenere la libertà ai due maro’ alle prese con i problemi giudiziari in India. E il governatore è coperto da una salva di fischi. Così Toti si lamenta sui social “I fischi mi lasciano indifferente ma se sono per i due maro’, figli e nipoti dei ragazzi che dopo l’8 settembre hanno combattuto, ci si resta male”. Poi lancia il suo messaggio alla piazza”Non ci sono politici e politicanti, quando la sinistra lo riconoscerà saranno cerimonie realmente condivise”. Parole al vento perché mentre la Boldrini si lascia andare ad un cinguettio istituzionale “Felice di essere a Genova, la città dove i nazisti si arresero ai partigiani”, il segretario provinciale Dem Alessandro Terrile prima di sedare la fame con fave e salame a Busalla partecipa al corteo in centro e twitta “Tanti in corteo, perché Genova sarà sempre antifascista” e il consigliere regionale di Rete a Sinistra Gianni Pastorino sposta l’asticella un po’ più in su, mettendo nel mirino il governo:” Viva la lotta di resistenza partigiana, viva il 25 aprile, viva la nostra costituzione”. Comunque d’accordo o in disaccordo sui fischi a Toti nessuno interviene nemmeno per scusarsi e l’assessore Edoardo Rixi attacca: “penosi i fischi di ieri contro i maro’ citati da Giovanni Toti, in Libia dovremmo mandarci quelli dei centri sociali”. E se l’obiettivo al contrario dovrebbe essere quello di includere invece che dividere, il guardasigilli Andrea Orlando,,forse l’unico che abbandona il revanchismo riesce a dare l’interpretazione che supera le diverse letture storiche. Quella che risulta più legata all’attualità: “mentre soffiano pericolosi venti xenofobi sull’Europa celebrare il 25 aprile e’ un dovere per tutti è un riferimento per il futuro”.
Giovanni Toti ricorda le sue origini socialiste e convoca il consiglio regionale in quel di Stella, luogo dove è nato Sandro Pertini. Giunta e consiglio, quasi al completo, raggiungono il comune sulle colline sopra Albisola e sostano davanti alla tomba di famiglia dell’ex partigiano ed ex presidente della Repubblica. Disertano i due esponenti di Fratelli d’Italia in Regione, l’assessore Gianni Berrino e il consigliere Matteo Rosso. Assenza che forse sarebbe persino passata inosservata, e giustificata da compiti pseudo istituzionali, se il loro compagno di partito e vice coordinatore regionale Gianni Plinio non ci avesse messo il carico. Plinio aveva sostenuto che la scelta del presidente della giunta regionale Giovanni Toti non fosse opportuna. Anzi proprio l’esponente di Fratelli d’Italia aveva puntato il dito per sottolineare come il segnale lanciato dal suo alleato di centro destra, a oltre 70 anni dai tragici fatti della guerra civile, non fosse di pacificazione ma di divisione. Con una proposta provocatoria “Invitiamo il presidente Toti a fare tappa a poca distanza da Stella, sotto la croce del monte Manfrei che ricorda 200 maro’ della divisione San Marco, tanti giovanissimi, trucidati tra il 4 e il 5 maggio del 1945 da partigiani comunisti dopo che si erano già arresi”. Invito che, ovviamente, casca nel vuoto e riesce soltanto ad innervosire un po’ i compagni di partito.
Ma, al di là delle provocazioni quello che emerge ancora una volta e’ la vecchia contrapposizione fra guerra civile e lotta di liberazione. Pierluigi Vinai, segretario generale dell’Anci e’ uno dei frequentatori delle terre di mezzo.
Venerdì, dopo aver assistito al film documentario di Marco Gandolfo “Bisagno” annota su fb parlando del partigiano ” Uno che mi fa vivere il 25 aprile come una liberazione dal male che c’è in noi più che il ricordo di una stagione di sangue, di vincitori, vinti, vendette, crudeltà che pure è giusto ricordare. Uno che riusciva a dire che gli interessava combattere il metodo fascista più che l’uomo che, sbagliando, era stato fascista. Lui che vedeva come il metodo, purtroppo, si potesse riprodurre sotto diverso modo e hanno dovuto farlo fuori per esser sicuri che non portasse troppa pulizia morale in tutte le componenti”. Una posizione, non molto condivisa da parte di chi ha assegnato a tutti i partigiani, indipendentemente dalle loro gesta, le stimmate della santità. Ed è questa la più riconosciuta. Ovviamente con qualche sfumatura. Il capogruppo Dem in consiglio regionale, Raffaella Paita, dedica la sua news letter alla ricorrenza ricordando che ” la reazione di quei ragazzi che più di 70 anni fa salirono in montagna per liberare il paese dalla dittatura e’ una memoria da custodire e da far vivere ogni giorno”. La visione, insomma è quella senza ripensamenti. Senza se e senza ma. Il 25 aprile la stessa Paita posta sulla sua pagina twitter un cinguettio ” 25 aprile, viva la resistenza, viva la libertà” a cui aggiunge un filmato con immagini di 71 anni fa accompagnata dalla canzone Siamo i ribelli della montagna, il brano musicale che erano soliti cantare i partigiani in azione sul versante ligure alessandrino, poi divenuto l’inno della brigata Mingo della divisione Garibaldi. Una canzone ampiamente reducista, e, probabilmente anche un po’ antistorica dopo tanti anni. Ma le posizioni sono variegate. A Roma, per esempio, il ministro della difesa Roberta Pinotti, pubblica sul suo sito una foto della sua visita alle fosse Ardeatine e scrive ” Ricordare l’eccidio delle fosse Ardeatine perché mai più possa ripetersi . Un dolore vivo ancora oggi”. Era stata proprio lei a celebrare la ricorrenza, appena un mese prima insieme al capo dello Stato. Ma stavolta la scelta potrebbe essere letta con un significato diverso. I 335 militari e civili furono trucidati dai nazisti in risposta all’attentato del Gap romano in via Rasella in cui rimasero uccisi 33 militari del reggimento Bozen provenienti dall’Alto Adige. E sulla necessità di questo attentato che diede vita ad una feroce rappresaglia, in un momento in cui i nazisti sembravano avviati verso la sconfitta, pare ci sia stato parecchio scetticismo. Evidentemente una riprova che anche in casa Dem i fatti vengono ormai letti in maniera diversa e qualcuno ha deciso di esplorare senza retorica anche quelle che a lungo sono state zone d’ombra.
Ma a Genova nella giornata delle celebrazioni ufficiali si torna all’antico. Sul palco si alternano la presidente della Camera Laura Boldrini, il sindaco Marco Doria e il presidente della giunta Regionale Giovanni Toti. Tutto funziona alla perfezione sino a quando Toti non ricorda l’impegno per far riottenere la libertà ai due maro’ alle prese con i problemi giudiziari in India. E il governatore è coperto da una salva di fischi. Così Toti si lamenta sui social “I fischi mi lasciano indifferente ma se sono per i due maro’, figli e nipoti dei ragazzi che dopo l’8 settembre hanno combattuto, ci si resta male”. Poi lancia il suo messaggio alla piazza”Non ci sono politici e politicanti, quando la sinistra lo riconoscerà saranno cerimonie realmente condivise”. Parole al vento perché mentre la Boldrini si lascia andare ad un cinguettio istituzionale “Felice di essere a Genova, la città dove i nazisti si arresero ai partigiani”, il segretario provinciale Dem Alessandro Terrile prima di sedare la fame con fave e salame a Busalla partecipa al corteo in centro e twitta “Tanti in corteo, perché Genova sarà sempre antifascista” e il consigliere regionale di Rete a Sinistra Gianni Pastorino sposta l’asticella un po’ più in su, mettendo nel mirino il governo:” Viva la lotta di resistenza partigiana, viva il 25 aprile, viva la nostra costituzione”. Comunque d’accordo o in disaccordo sui fischi a Toti nessuno interviene nemmeno per scusarsi e l’assessore Edoardo Rixi attacca: “penosi i fischi di ieri contro i maro’ citati da Giovanni Toti, in Libia dovremmo mandarci quelli dei centri sociali”. E se l’obiettivo al contrario dovrebbe essere quello di includere invece che dividere, il guardasigilli Andrea Orlando,,forse l’unico che abbandona il revanchismo riesce a dare l’interpretazione che supera le diverse letture storiche. Quella che risulta più legata all’attualità: “mentre soffiano pericolosi venti xenofobi sull’Europa celebrare il 25 aprile e’ un dovere per tutti è un riferimento per il futuro”.
E archiviate le celebrazioni di lunedì’ anche ieri il clima non è cambiato affatto, anzi a fazione e faziosità si è aggiunta faziosità. In consiglio regionale, dopo aver archiviato con una certa soddisfazione la pratica del riconoscimento delle confraternite enogastronomiche, a riprova che vino e cibo mettono tutti d’accordo, si tornati a litigare su due ordini del giorno. Il primo presentato dal capogruppo di Forza Italia Angelo Vaccarezza chiedeva di affiggere nell’aula del consiglio regionale il crocifisso. La proposta è stata approvata dalla maggioranza con il voto contrario di rete a sinistra e MoVimento 5 Stelle e l’astensione dei dem che, dopo aver polemizzato sull”uso strumentale e a fini politici del crocifisso, sono usciti dall’aula”.
Giovanni Lunardon consigliere del Pd ha spiegato il suo punto di vista: “considero l’uso strumentale e a fini politici del crocifisso una cosa insopportabile. Brandire un simbolo che dovrebbe unire per dividere o peggio ostentare un simbolo religioso per difendere un sistema di valori contro altri pensavo fosse un retaggio medievale e invece scopro che è ancora attuale nella Liguria del 2016. Magari quelli che vogliono il crocifisso nell’aula del consiglio regionale, che dovrebbe essere la casa di tutti i liguri e luogo laico per eccellenza, dovrebbero testimoniare con opere e fatti concreti,l’adesione a quel simbolo di pace e amore universale. Invece nelle magliette hanno le ruspe. E in testa i muri”. Appena il tempo di annotare che Vaccarezza fa anche benedire il crocifisso e si passa ad un altro ordine del giorno, stavolta presentato dal MoVimento 5 Stelle, in cui si chiede di esporre nell’aula consiliare l’emblema della repubblica italiana. Ma piuttosto che far votare il documento, che probabilmente non avrebbe potuto fare a meno di ottenere una larga maggioranza, il presidente dell’assemblea, Francesco Bruzzone, esponente della Lega Nord, preferisce affidarsi a qualche cavillo burocratico. Così chiede il rinvio della votazione adducendo la motivazione che occorre chiedere un consulto con l’ufficio legale dell’ente per vedere se l’aula del consiglio regionale e un’aula della Repubblica Italiana. Tanto che lo stesso Lunardon chiosa “Siamo a questi punti. Ma dedicarsi a qualche cosa di utile per i liguri?”
Insomma in due soli giorni si sono consumate, in nome di una unità nazionale soltanto di facciata, tutte le divisioni possibili, tra storia, fede e religione. Ad evidenziare uno dei mali della nostra classe politica più portata per i sottili distinguo che per i progetti condivisi. Partigianerie miserabili, per problemi, talvolta pelosi, presentate come questioni di principio. In una realtà, in cui tra referendum, abortiti e in arrivo, campagna elettorale e amministrative si prospetta un crescente disinteresse per la politica e una disintegrazione degli interessi, dei valori e degli ideali comuni.
Persino il consigliere del Pd Luca Garibaldi ha fatto il suo per spargere un po’ di zizzania fra i tifosi liguri alle prese con ben altri problemi di classifica.
Come juventino è riuscito a mettere insieme la Liberazione e il trentaquattresimo titolo dei bianconeri, associandoli in un unico tveet. “Vincere lo scudetto il 25 aprile. Fatto”. Sempre che, mischiare il sacro della resistenza con il profano dello sport pedatorio, non possa finire per apparire una ingiustificabile leggerezza.
Insomma in due soli giorni si sono consumate, in nome di una unità nazionale soltanto di facciata, tutte le divisioni possibili, tra storia, fede e religione. Ad evidenziare uno dei mali della nostra classe politica più portata per i sottili distinguo che per i progetti condivisi. Partigianerie miserabili, per problemi, talvolta pelosi, presentate come questioni di principio. In una realtà, in cui tra referendum, abortiti e in arrivo, campagna elettorale e amministrative si prospetta un crescente disinteresse per la politica e una disintegrazione degli interessi, dei valori e degli ideali comuni.
Persino il consigliere del Pd Luca Garibaldi ha fatto il suo per spargere un po’ di zizzania fra i tifosi liguri alle prese con ben altri problemi di classifica.
Come juventino è riuscito a mettere insieme la Liberazione e il trentaquattresimo titolo dei bianconeri, associandoli in un unico tveet. “Vincere lo scudetto il 25 aprile. Fatto”. Sempre che, mischiare il sacro della resistenza con il profano dello sport pedatorio, non possa finire per apparire una ingiustificabile leggerezza.
Il Max Turbatore


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