Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo/21 aprile 20016

A CURA DI DIEGO CURCIO
LE RECENSIONI
HAWKWIND – The Machine Stops

E’ paradossale dirlo (ma i paradossi anche “cosmici”, sono parte costitutiva di ogni narrazione distopica), ma il secondo decennio degli anni Duemila sarà ricordato dagli amanti dello space rock classico come uno dei momenti più intensi ed ispirati della band space rock per eccellenza, gli Hawkwind. La ciurma dello spazio è cambiata, s’è avvicendata, ha conosciuto abbandoni definitivi e ritorni a sorpresa, ma l’implacabilità nel mantenere un’estetica apparentemente semplice fatta di suoni floydiani e hard rock spietato, elettronica povera e noise, condita con testi sci-fi e notevole attitudine ecologista è un merito assoluto. Blood of The Earth, Onward, Take Me To Your Leader erano ottimi lavori. Ma The Machine Stops è un disco eccellente, e degno di contendere il podio a Warrior On The Edge Of Time, Levitation ed altri capitoli gloriosi di Capitan Brock, sempre alla cloche della navicella, rattoppata ma ancora filante come il Millenium Falcon di Harrison Ford. Qui si mette in musica un racconto di fantascienza dei primi del ‘900 che anticipava largamente tutte le tematiche di Matrix. Chi, se non loro, poteva farlo con classe rock british e cadute libere nei buchi neri del rock? Guido Festinese
STEVE MASON – Meet The Humans

Un bel gioco è trovare il talento nascosto di turno. Il nome che il pubblico ha dimenticato/ignorato ma che meriterebbe altre fortune. Una bella fetta di quel che resta del mercato musicale si basa su questo gioco (vedi le millanta ristampe di geni incompresi che affollano il panorama). Steve Mason (già alla guida della Beta Band, rovinosamente schiantata alla fine dei 90 dopo promosse di gloria) è perfetto come talento nascosto. Per cominciare fa pop, solitamente musica estranea ai talenti nascosti (che preferiscono le ombre del folk o della sperimentazione). Poi lo fa molto bene: sposando un vocabolario vario (elettronica, folk, malinconia inglese, qualche tentazione dance) a una scrittura sempre riconoscibile. Nonostante ciò, resta nascosto Steve, a pubblicare dischi a ciclo più o meno continuo. Meet The Humans è uno dei migliori. Marco Sideri
NICK BÄRTSCH’S MOBILE – Continuum

Il pianista svizzero Nick Bärtsch è uno dei segreti meglio custoditi per pubblici trasversali: di rado appare il suo nome, nell’elenco dei preferiti, ma quando qualcuno lo rammenta a qualcun altro ben addentro alle cose della musica, scatta il sorriso. Sarà colpa dell’austerità del personaggio, sarà colpa della pigrizia imperversante: ma l’approccio alle note del Nostro potrebbe essere una luminosa rivelazione, per chi ha amato certe composizioni minimalistiche di Mertens o Glass, per chi ha seguito le nuove musiche acustiche, per chi adora i costruttori di labirintici paesaggi sonori. Che Nick Bärtsch definisce semplicemente “moduli”, accostando ad ogni titolo con la stessa identica parola numeri e sigle. I suoi brani funzionano per accumulo di pattern ritmici che, secondo dopo secondo, costruiscono immani pinnacoli caratterizzati da uno strano, algido funk nordico. Qui è all’opera col suo gruppo, e un quintetto d’archi aggiunto: una Penguin Cafe Orchestra dedita alla metafisica del ritmo. Guido Festinese
TEMPORAL SLUTS – Modern slavery protocol

Ci sono voluti vent’anni ai Temporal Sluts, mitica punk band lombarda degli Anni Novanta, per tirare fuori il primo vero album sulla lunga distanza. Dopo un periodo di inattività e una manciata di singoli ed ep incisi tra il ’95 e il 2004, i nostri, grazie anche a una formazione rinnovata (tra le new entry c’è anche il mio amico Miguel Basetta), sono tornati a far tremare i palchi del Bel Paese con il loro rock’n’roll sporco e abrasivo, in puro stile New Bomb Turks. Chitarre lanciate a mille, piccoli assoli ossessivi e a rotta di collo, voce cartavetrata e lo spirito degli Stooges e dei Crime a fargli da guida: i Temporal Sluts ci regalano con questo “Modern slavery protocol” uscito per la sempre benemerita Area Pirata, uno dei dischi rock’n’roll più bollenti dell’anno. Dieci pezzi killer suonati a tutta velocità e senza un attimo di sosta, tra i quali spiccano – a mio modestissimo parere – “Flash crash”, “To get her” e “Rum dark room”. Insomma un album granitico, da ascoltare a ripetizione fin quando fa male fin quando ce n’è. Diego Curcio
IL DIARIO

Diario del 19 aprile 2013
Meno uno al Record Store Day. Arrivano vinili di Pink Floyd, Rolling Stones, David Bowie, Morrissey, Coldplay, Velvet Underground e cento altri, infatti la prima cosa che mi chiedono è “Avete il cd di Marianna Lanteri?”, “Scusi, ma non la conosco. Chi è?”, “E’ una cantante di musica ballabile ed ha anche la sua orchestra!”. Nel frattempo si aggira per il negozio un signore, che dà l’impressione di volermi chiedere qualcosa, ma non si decide, allora glielo chiedo io, “Dica se le serve qualcosa”, “No, no, facevo un giro” – ma rimane davanti al banco e infine si decide – “anzi una cosa volevo chiedergliela; ho trovato dei dischi, sa se a qualcuno interessano i 74 giri?”, 74 giri????
Per fortuna subito dopo entra Babbo Natale (per la folta barba) Pio, lui almeno è un vero intenditore di musica, “Mi fai vedere l’ultimo numero di Jamboree, mi hanno detto che c’è un articolo sull’Equipe 84”, glielo do, lo sfoglia e, dopo un po’, “C’è scritto che è a pagina 68, ma in realtà non c’è niente”, “Figurati, fai vedere”, lui piccato “Guarda che fino a prova contraria so leggere”, glielo strappo di mano (non voleva mollarlo) e lo apro a pagina 68, gli indico l’articolo sull’Equipe e “Secondo te questo cos’è?”, lui spiritoso “Fino a poco fa sapevo leggere”. Poi mi chiede il 7″ di Guccini uscito per il RSD, “L’ho visto in vetrina”, “Ce l’ho anche qui”, glielo passo, lo scruta da tutti gli angoli, “Mi dai quello in vetrina?”, “Tieni, ne ho un altro qui”, altra ispezione minuziosa e altra bocciatura, “C’è un segnetto nell’angolo, dammi quello in vetrina”, lo prendo, “E’ l’ultimo, poi non ne ho più”, se lo fa andare bene, faccio per prenderlo ma mi blocca un urlo “Non toccarlo!!!”, lo prende con delicatezza per non lasciare le impronte digitali, se lo imbusta, lo paga e se ne va.
Concludiamo con una signora, “Vorrei l’ultimo di Mario Biondi”, “Non ce l’ho”, sorpresa “Non ce l’ha? Come mai?”, non posso dirle che ha preso il posto di Pupo come il più odiato da Disco Club e quindi rimango nel vago “Di cantanti italiani ne ho pochi”, “Dove lo posso trovare?”, “Da Feltrinelli” (a proposito dovrò chiedere una percentuale a Inge per tutti i clienti che le mando), “Ma non ce ne sono altri più vicini?”, “No”, “Si lamentano, ma per forza poi la gente scarica, buonasera”. Se ne va e mi lascia lì perplesso, c’è qualcosa nella sua frase che non mi quadra, ah ecco, ho capito, ha rovesciato i fattori: non è che la gente scarica perché i negozi sono chiusi, è che i negozi chiudono perché la gente scarica.
LE PROSSIME USCITE

Domani
NICCOLO’ FABI – UNA SOMMA DI PICCOLE COSE
SANDY DENNY – I’VE ALWAYS KEPT A UNICORN
SIOUXSIE & BANSHEES – CLASSIC ALBUM SELECTION 2
RUFUS WAINWRIGHT – SHAKESPEARE SONNETS
PUNKREAS – IL LATO RUVIDO
YELLOWJACKETS – COHEARENCE
LEGENDARY PINK DOTS – PAGES OF AQUARIUS
DIAMOND HEAD – DIAMOND HEAD
LUSH – BLIND SPOT
LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA


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