Cronache dalla Galassia. UN MATTO (ottavo capitolo)
di Luca Giannini
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Si muove come una gru zoppa; incede lento, rivolgendosi a uno dei suoi mille amici immaginari. Non urla, non sbraita; anzi, parla con una certa grazia. Accompagna il sorriso con piccoli cenni del capo. Quando lo incontri, il sorriso si fa luminoso e ti parla con una vibrante uvulare che lo fa somigliare alla rana dalla bocca larga delle barzellette. Quando lo incontri, si blocca, la zampa sospesa in aria; allunga il collo e la testa descrive un semiarco dal basso verso l’alto, come un cane che chiede coccole e ti sposta la mano, come il gesto dell’abnuire.
L’esordio era stato scoppiettante, amico mio. Ero seduto al tavolino di un bar a leggere e la grande gru si diresse verso di me, con passo più lento ma più lungo: una falcata cerimoniosa, accompagnata dal movimento del collo che avrei imparato a conoscere. Si avvicinò e cominciò a fare domande sulla Critica del giudizio.
Genova è la città con il tasso più alto di persone in libera circolazione dopate dagli psicofarmaci, annotai mentalmente. Gente che parla da sola, che finge di telefonare con cellulari visibilmente scarichi; gente con le cuffie piantate nelle orecchie e il cavo che penzola liberamente nell’aria. Questo era il mio primo matto sociale; un socievole selettivo.
Cammina tantissimo, non fa che camminare. Ripassa per gli stessi luoghi cinque, sei, dieci volte.
Nel corso degli anni mi ha dedicato piccole puntate autobiografiche. Non ho la più pallida idea se quello che mi ha raccontato sia una vita immaginaria alla Schwob, se ci siano elementi di verità o se sia tutto vero. Ora è entrato in una nuova fase: mette insieme frasi da libri, ritagli di giornale, ricettari. Una sinalefe, una fusione mentale. Ne escono affermazioni illuminanti.
L’altra sera, però, mi ha chiesto con aria di sfida se avessi mai visto un nero con un cane. O My God, c’è anche un complotto dei neri senza cani – o dei cani senza neri –, ho pensato. E quale trama staranno ordendo? Sicuramente i madrigalisti svizzeri risponderanno da par loro, mi consolo. Genova è un salumificio di teorie del complotto. Mai un attimo di tranquillità.
Devo dare battaglia. «Dimostrami che questa stanza non è piena di rinoceronti», provo a zittirlo. Perché ho detto rinoceronti e non – che so? – gazzelle saltellanti o caramelle gommose? Ah, già… Wittgenstein. Russell che parla di Wittgenstein che parla del suo ingegnere. L’ingegnere sostiene che nulla si possa conoscere empiricamente; Wittgenstein gli chiede di concedergli che la stanza non è piena di rinoceronti. L’ingegnere si rifiuta, sostenendo che nulla esiste al di fuori delle asserzioni. È la perdita del mondo esterno. D’altra parte Wittgenstein era un lettore appassionato di Schopenhauer. Elegante il modo in cui Derek Jarman rende la questione nel suo film Wittgenstein.
E io scemo che non mi sono accorto di nulla: ero di fronte all’ingegnere di Wittgenstein e non me ne sono accorto.



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