Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo/24 marzo 2016

A CURA DI DIEGO CURCIO
LE RECENSIONI
VIOLENT FEMMES – We Can Do Anything

Come l’altro ottimo e contemporaneo ritorno (quello dei They Might Be Giants) il nuovo disco dei Violent Femmes è un album ingenuo e arzillo inciso da veterani navigati. Mica facile, fare cose del genere: spesso è il mestiere che detta le regole, dopo anni di musica. Invece qui versi come “Posso essere questo o quello/ Posso tirare fuori un elefante dal cappello” suonano sorprendentemente speranzosi. La scintilla che anima le canzoni è impalpabile ma potente. We Can Do Anything è (di gran lunga) la miglior cosa che i VF incidono dalla fine degli anni 80. Musicalmente, il discorso è il solito: folk, pop, punk, frizzi, lazzi, ritornelli appiccicosi (Memory, Travel Solves Everything) e romanticismo scalcinato (Foothills, Untrue Love). Alla fine del disco uno è di buon umore. Capite l’importanza della cosa? Di. Buon. Umore. Di questi tempi: manna dal cielo. Marco Sideri
IL MURO DEL CANTO – Fiore de Niente

Avete presente come iniziavano gli stornelli di una volta, quelli che forse i più giovani hanno ascoltato dai nonni, o sentito sfiorare, nei film, dalle voci di attori che non ci sono più: “fior di….” iniziava lo stornello, e a ogni giro indicato seguiva descrizione in rima di qualcuno o qualcosa, con sapida capacità di tratteggiare una situazione, un sogno, un volto di persona amata. Fiore de niente, ammetterete, è un bel cazzotto nella pancia. Potrebbe averlo scritto Zerocalcare, lo hanno scritto invece gli amici suoi del Muro del Canto, uno dei gruppi più duri e puri della (ri)scoperta del folk di Roma e dintorni, in chiave folk combat rock. Fiore de niente è il terzo disco, e non fa sconti a nessuno. Ha lo stesso tipo di intransigenza, prendere o lasciare, di Sangue e Cenere dei Gang. Sono staffilate feroci sulla Roma baciapile e papalina, sui troppi ragazzi morti dopo essere finiti tra le mani di altra gente giovane che aveva una divisa indosso, e quindi si sentiva in diritto di decidere della vita degli altri, sulla necessità di tenere occhi e orecchie aperti (Se i lupi verranno a bottega). Chitarre a mille all’ora, fisarmoniche a condire e speziare il tutto, la voce bassa e amara di Daniele Cioccia. A Roma, alla prima, c’erano quasi duemila persone. A Genova per ora neppure una data. Guido Festinese
MOTORPSYCHO – Here Be Monster

I norvegesi Motorpsycho ci hanno abituati ad una continua sperimentazione e ricerca espressiva, oltre che a frequenti svolte linguistiche e stilistiche. Il loro modo di intendere il rock è da una ventina d’anni tutto all’insegna della creatività (grazie anche alle numerose e intelligenti collaborazioni), e di una rielaborazione talmente articolata, autorevole e persuasiva, da sembrare spesso compiutamente autentica, svincolata da “debiti” di qualsiasi sorta. In loro, comunque, convivono miriadi di frammenti della più diversa e storicizzata estrazione: dalla psichedelia al post rock alternativo, dall’hard rock a luminose striature californiane, dal progressive alla drammaturgia in musica, con magari mitologici risvolti nordici, dal jazz all’elettronica, e quant’altro. Uno stile, il loro, che più in generale (soprattutto per quanto riguarda quest’ultima pubblicazione) potremmo definire hard psych prog, come se Pink Floyd e Led Zeppelin precipitassero in un micidiale e vorticoso maelström, con però le voci di Crosby, Still e Nash (ovviamente più spiritati del solito) a condurre la “caduta”. Mancano, ma solo in superficie, elementi più propriamente folkloristici, nel senso che la loro musica (più autoriale che formulaica) è in primis uno dei possibili risultati dell’evoluzione del rock, musica della globalità ad alta diffusione, disancorata da una specifica connessione sentimentale con un singolo luogo e una determinata comunità. Le tracce di questo loro ultimo “Here Be Monsters” sono state ideate in occasione delle celebrazioni del centenario di vita e attività del Norwegian Technical Museum di Oslo. L’album è stato composto assieme a Stale Storlokken, musicista di estrazione jazzistica, che con l’esuberante terzetto di Trondheim, guidato dal solito Bent Sæther (voce, chitarre, basso, composizioni), aveva già avuto modo di lavorare. Ma questa volta è il tastierista Thomas Henriksen, unitosi all’originario trio in sede di registrazione, a conferire al disco un determinante e avvolgente carattere psichedelico progressivo (ma non solo), capace di sostenere eleganti ambientazioni floydiane (si ascolti l’iniziale “Lacuna/Sunrise”), e al contempo armonie vocali da estate dei fiori (si faccia, per esempio, riferimento a “Spin, Spin, Spin”). L’album si chiude con gli oltre diciassette minuti dell’imperiosa e spettacolare “Big Black Dog”, che oltre ai Led Zeppelin del “Physical Graffiti” può richiamare (incredibile a dirsi, ma neanche troppo) i tardi Beatles di “Hey Bulldog”. A qualcuno potrà sembrare un ulteriore esempio di ridondante gigantismo (in cui, è vero, ogni tanto il gruppo è inciampato), noi preferiamo (invece) considerarlo come un nuovo sontuoso episodio della più nobile e avvincente storia del rock. Da non perdere. Marco Maiocco
IGGY POP – Post pop depression

Devo ammettere che la prima volta che mi è capitato di ascoltare “Gardenia”, primo singolo del nuovo album di Iggy Pop insieme a Josh Homme, Dean Fertita e Matt Helders degli Arctic Monkeys, non è che mi sia strappato i capelli dalla gioia. Il pezzo non era male, sia chiaro, ma non riuscivo ad appassionarmi. E così, mentre tutti incensavano “Post Pop Depression” io, che ero riuscito ad ascoltare solo due o tre dei nove prezzi del disco, collezionavo più dubbi che certezze. Poi per fortuna qualche sant’uomo, che Bowie e Lou Reed lo abbiano in gloria, ha messo lo streaming dell’intero album su Internet prima che il disco fisico uscisse. E così, una sera, di ritorno sul bus, circondato da una manica di ubriaconi e disadattati, ho smanettato sul cellulare, ho infilato gli auricolari, mi sono tirato su il cappuccio della felpa e ho schiacciato il tasto play. “Post pop depression” ha cominciato a scivolarmi nelle orecchie come birra ghiacciata nel gargarozzo. Una canzone dopo l’altra, mentre qualcuno sboccava l’anima a due passi dal mio seggiolino e un gruppo di stronzi litigava animatamente poco più in là, la voce calda e cavernosa di Iggy si insinuava come morfina tra miei muscoli e il cervello. La chitarra di Homme, che a essere sinceri non ho mai amato un gran che, faceva da contraltare perfetto all’ugola del vecchio padrino del punk; e così, nel giro, di pochi minuti mi sono dovuto arrendere a due inevitabili verità: “Post pop depression” è un disco della madonna e io sono un cretino. Ma se questo secondo postulato è cosa risaputa ormai da tempo, il primo, come detto, era tut’altro che scontato . E invece, l’album, nella sua interezza funziona alla grande. Anzi è proprio lì – nelle nove tracce al completo – che sta la sua forza. E’ un disco che va ascoltato tutto d’un fiato, magari in cuffia e in perfetta solitudine (citando il poeta). “Post pop depression” è un po’ l’album post-punk di Iggy Pop, anche se con più di una trentina di anni di ritardo. Un mix perfetto di melodie malinconiche e chitarre liquide, piccole sperimentazione al limite della black music e un’atmosfera da fine impero che si trascina per l’intero album (“American Valhalla” e “Paraguay”). Anche i pezzi apparentemente più luminosi come “Sunday” brillano come una splendida resa al nemico. Un’ammissione di impotenza talmente sincera e commovente che rende questo disco un vero e proprio gioiello da ascoltare e da conservare con cura. Diego Curcio
IL DIARIO

Diario del 22 marzo 2014
Un vecchietto mi sottopone un quiz irrisolvibile, “Sto cercando una musica suonata col clarinetto, la sento sempre negli ultimi tempi in tutte le tv, l’ho sentita su Rete4 e sui canali Rai, è anche bella”; di più non sa dirmi, ma rimane sorpreso di fronte alla mia ignoranza. Mi concede un’altra chance, “Allora mi dia un cd di musiche militari”; non è proprio fortunato, ha scelto l’uomo sbagliato, guardo poco la tv e sono poco ferrato sulla vita militare (dopo essere stato dichiarato rivedibile alla prima visita militare, ho mangiato molto poco nei mesi successivi, così alla seconda visita, nel 1966, altezza 1,83, peso 55 kg, riformato).
Secondo vecchietto, “Le devo chiedere un piacere, là di fronte hanno duplicato un mio cd, ma non sanno se è rimasto inciso, può provarmelo lei, perché loro non hanno un lettore?”; lo provo, ma il display dice “cd dati”, “Non è rimasto niente”, “Mi prova il mio, non vorrei che me l’avessero cancellato”, inserisco e appare la scritta “”canta bene papi”, lui si vergogna un pochino e si giustifica, “Sì, le canto io in genovese, c’è anche la Preghiera del marinaio”. Mi ringrazia e si commiata in dialetto, “Scignuria, le lascio un caffè pagato al bar?”.
Questa mattina, mi chiedono l’ultimo cd di Ruggeri, non trovo la copia che avevo sul banco e quindi lo tolgo dalla vetrina. Pomeriggio, un quarantenne vuole anche lui Ruggeri; provo a cercarlo, ma proprio non sbuca fuori, “Guarda, o l’ho venduto e non mi ricordo, o me l’hanno rubato, o sono io che non lo vedo, sta di fatto che il risultato è lo stesso: non ce l’ho”, non gradisce tanto la mia disquisizione, “Cosa bisogna fare a Genova per poter comprare un cd senza scaricarlo? “, mi giustifico “Fino a mezzogiorno lo avevo”, non accetta la scusa “Io abito a Pegli e là non si trova (n.d.a. per forza Sonorama ha chiuso), sono andato da Lucy a Bolzaneto e niente da fare (n.d.a. sono anni che non tiene cd), a Mediaword niente (n.d.a. strano, dovrebbe essere il suo target), vengo qua e non c’è, ho attraversato mezza Genova per niente”, ci provo ancora “Te lo posso far arrivare per martedì”, ricevo un ghigno, penso, d’approvazione e cerco sul sito del fornitore: ahia, ahia, non c’è, come faccio a dirglielo adesso? “Mi dispiace lo hanno finito anche in magazzino, non …”, spazientito m’interrompe, “Ho capito, lo sentirò tra dieci anni a Radio Nostalgia”. Se ne va e non ha nemmeno la soddisfazione di sbattere la posta (non è “sbattibile”). In chiusura mi chiedono il nuovo di St. Vincent, mi giro, lo prendo dallo scaffale e cosa sbuca fuori posto lì sotto? L’ultimo cd di Ruggeri …
LE PROSSIME USCITE

Domani
KING CRIMSON – LIVE IN TORONTO 20/11/2015
RICHMOND FONTAINE – You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To
AMON AMARTH – JOMSVIKING
JUDAS PRIEST – BATTLE CRY
ELISA – On
METAL CHURCH – XI
DUNCAN SHEIK – AMERICAN PSYCHO
JOE BONAMASSA – BLUES OF DESPERATION
JEFF HEALEY – HEAL MY SOUL
AND ALSO THE TREES – BORN INTO THE WAVES
DAMIEN JURADO – VISIONS OF US ON THE LAND
‘Visions of Us on the Land’ è il disco più maturo e catchy della sterminata carriera del songwriter di Seattle e il nono lavoro per la fida Secretly Canadian Records. Siamo di fronte ad un disco importante, ad una vera e propria affermazione stilistica. Dopo l’acume lisergico con cui aveva impacchettato il favoloso ‘Brothers and Sisters of the Eternal Son’del 2014 , Damien Jurado replica quella fantasmagorica vena cantautorale ricorrendo a spazi siderali e ad avvincenti costruzioni folk-prog, certo nel rispetto della tradizione West Coast ma con un’attitudine decisamente post-moderna. Realizzato ancora una volta con la complicità del compagno di scuderia ed eccelso produttore Richard Swift (presso il National Freedom, studio di sua proprietà ubicato presso una tenuta rurale nello stato dell’Oregon) ‘Visions of Us On The Land’ è pubblicato da Secretly Canadian Records. Il disco completa la vicenda di un individuo che è dovuto letteralmente fuggire dalla società comunemente intesa per scoprire alcune verità universali. Brani che si affacciano quindi su una realtà parallela, carezzevoli nel loro equilibrio elettro-acustico. Orchestrazioni impeccabili e chitarre fuzz in un gioco dei contrasti che è puro nettare di vita.
BOB MOULD – PATCH THE SKY
Se i precedenti lavori solisti di Bob Mould sono stati una scarica adrenalinica di rock e punk intelligente con ‘Patch the Sky’ l’artista americano si confronta con il suo lato più oscuro, donandoci un album differente da quanto fatto da solista negli ultimi anni. Per scrivere e registrare il nuovo lavoro Bob Mould si è isolato dal mondo per sei mesi, per ritrovare sè stesso e uno stile nuovo. ‘Patch the Sky’ è una delle pubblicazioni della carriera di Bob Mould, un album dove si raggiunge la perfezione nel bilanciamento tra melodia, liriche oscure e il tipico marchio di fabbrica tra alternative rock e punk dell’ex Husker Du. La prima parte di ‘Patch the Sky’ è semplice e catchy, la seconda più pesante nei modi e nello spirito. Il risultato è quello di due anime gemelle inseparabili e perfette nel proprio insieme. Citando le parole dello stesso Bob Mould riguardo il nuovo ‘Patch the Sky’: “Music is an incredibly powerful drug. I want to be your drug dealer. I have what you need’.
LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA
1 JEFF BUCKLEY – You And I
2 IGGY POP – Post Pop Depression
3 THE PINES – Above The Prairie
4 GRANT-LEE PHILLIPS – The Narrows
5 DANIELE SILVESTRI – Acrobati


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