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Se Toti si trasforma in allenatore e dà consigli anticomplotto ai campioni del centrosinistra

Sapete che cosa rispondono gli allenatori quando chiedono loro di dare un giudizio sugli errori della squadra avversaria che li avrebbero favoriti? Se non sono fessi e non hanno da saldare debiti con il collega si trincerano dietro a un “Non sono solito esprimere giudizi sul lavoro degli altri”, o utilizzano il più comune “Io penso al mio e mi concentro esclusivamente sui miei problemi”. Perciò, Giovanni Toti, fino a qualche giorno fa si è adeguato alla prudenza degli esperti allenatori di calcio. Dall’altra parte della barricata, in casa Pd, la sua omologa era scesa in guerra, anche se a dir la verità sembrava di più la classica riproposizione di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Menava fendenti contro Cofferati e soci rottamati, da Bassolino fino a Bersani e D’Alema, artefici, secondo Raffaella Paita e non solo, di un complotto con il fine di far cadere il premier e segretario nazionale del Pd Matteo Renzi. Una polemica alimentata soprattutto dalle notizie nazionali dopo le irregolarità venute a galla a seguito delle primarie a Roma e a Napoli. Qualcuno potrà interloquire dicendo che i servi zelanti fanno la fortuna dei re, visto che, per quanto riguarda la Paita, la polemica e’ per così dire, almeno a livello locale, autoalimentata. La sora Lella, in pratica se la canta e se la suona, raccogliendo le briciole di qualche cinguettio ritwittato sulla sua pagina dal fido Simone Regazzoni, il mentore della sua campagna elettorale alle primarie e alle ultime regionali in cui fu bastonata proprio da Giovanni Toti. Ma occorre tener presente che, ove complotto effettivamente ci sia, proprio la Paita ne sarebbe stata involontariamente e del tutto inconsciamente la cavia, utilizzata dallo stesso Cofferati in nome e per conto dei grandi vecchi della minoranza, sollevando dubbi sulle votazioni delle primarie per la regione Liguria. Stesso film utilizzato dall’esterno dal segretario della Lega Matteo Salvini e poi dall’interno da Antonio Bassolino rispettivamente in occasione delle primarie per il comune di Milano e più recentemente per quello di Napoli. Eppero’ per comprendere l’agitarsi della Paita, fra articoli di giornali e pagina twitter, occorre pensare che lei sia stata la prima vittima di questa strategia. Come se una volta di più la nostra regione si fosse rivelata un vero e proprio laboratorio per soluzioni empiriche. Un’immagine di cui proprio la sinistra, in materia di alleanze, sin dagli anni settanta ha sempre abusato propagandisticamente.
Perciò, sin dalla fine di febbraio si è esibita in cinguettii al veleno nei confronti del “cinese” accusato, a torto o a ragione, di averle fatto perdere le successive elezioni regionali con serie di voti sconfinati nei gruppi più a sinistra del Pd e probabilmente finiti per alimentare il cresciuto fenomeno dell’assenteismo. Per poi sorridere sarcasticamente alla notizia dell’insediamento del leader del centro destra Giovanni Toti. Così, dopo la previsione del giornalista Vittorio Zucconi che la sinistra si stava esercitando, in vista delle elezioni milanesi, nella vocazione di consegnare il comune al centro destra, la Paita, con egocentrico vittimismo si è proposta come testimone. In un crescendo appena interrotto dalle vicende delle frasi omofobe di De Paoli e del burqa della Pucciarelli, con un interludio per i complimenti per l’oscar di Moricone, via via che negli ambienti della sinistra renziana, subito dopo i risultati e i mal di pancia delle primarie, si faceva strada la sensazione del complotto interno ai danni del premier. Con tanto di cinguettii da parte di “perderemos” a cui, ad onor del vero i colleghi del Pd fra le fila della minoranza mai hanno risposto. Forse sperando che alla fine la tempesta scatenata in un bicchier d’acqua dalla Paita finisse per autoelidersi per mancanza manifesta di energie. Snobbata, peraltro, persino da Cofferati che, pochi giorni fa, in una intervista al Corriere della Sera si limitava ad indicare il momento storico come favorevole per la nascita di un soggetto politico a sinistra del Pd. Tesi per altro confutata dal capogruppo del Pd a Montecitorio Roberto Speranza, che come leader della minoranza, di fronte alla giornalista Lucia Annunziata, prospettava una battaglia interna senza alcun proposito di scissione. Il tutto con il risultato di esaltare l’iperattivismo dei renziani con segnalazioni dei mandanti nei mai abbastanza rottamati D’Alema e Bersani. Tanto che la renziana, ex factotum del Festival della Scienza, Manuela Arata, mettendo da parte gli ultimi mal di pancia per il cambiamento dello statuto, commentava sulla sua pagina twitter “Avevo da anni l’impressione che D’Alema fosse un cadavere steso sul Pd che gli impediva di respirare. Oggi vado che il cadavere esala ancora qualche respiro continuando, però, a cercare di soffocare il Pd che rimane sotto. Ci vuole uno scrollone per tirare su la testa”. E a dimostrazione che la componente del premier mantiene ancora saldamente in mano il partito l’altro renziano Alberto Villa, ex portavoce dell’ex sindaco Marta Vincenzi, rimandava su fb ad un sondaggio del 12 marzo comparso sull’Hugfington post secondo cui risulterebbe che, in caso di primarie Renzi avrebbe ancora saldamente in mano il Pd. Con il 67, 2 dei consensi. Mentre Enrico Rossi, per ora leader della minoranza, avrebbe una percentuale del 15,6 per cento davanti a Roberto Speranza con il 7,9 per cento. Sempre sulla stessa edizione del giornale, diretto da Lucia Annunziata, risulterebbe che l’oppositore più accreditato di Renzi finisca per essere proprio Massimo D’Alema che con il 28,2 per cento supererebbe Enrico Rossi (26 per cento), Pier Luigi Bersani (19, 4 per cento) e Roberto Speranza (14,3 per cento). Minore la credibilità di Renzi, però, alla testa del governo. Perché nello stesso sondaggio risulta che il 67, 2 per cento ha poca o nessuna fiducia in lui come premier. Con un 44,5 per cento che non gli attribuisce nessuna fiducia. Il 13 per cento dice di avere abbastanza fiducia, mentre il 17,1 gli attribuisce molta fiducia.
Ed è probabilmente scorrendo questi dati che l’allenatore Giovanni Toti deve aver deciso di scendere in campo per ristabilire quella che a parer suo potrebbe essere la verità sulla sconfitta patita dalla Paita nelle ultime regionali. Tentando di far crollare, a suo uso e consumo, la suggestiva tesi della strategia del complotto dei rottamati nei confronti dei rottamatori.  Il governatore, che in un tweet di alcuni giorni fa ha ironicamente ammesso di essere ossessionato dalla Paita, parte da una interpretazione personale dei dati che emergono dalle votazioni del 2015 per le regionali liguri. Articolato il lungo messaggio su fb che il presidente della giunta anticipa su twitter commentando “In Liguria il Pd ha perso le regionali per incapacità e non per le divisioni”. Poi entra nel merito a piccoli passi “Pur seguendo con il dovuto distacco il dibattito tutto interno al Pd e alla sinistra circa le spaccature che avvantaggerebbero il centro destra, mi vedo costretto ad intervenire visto che la Liguria viene spesso chiamata in causa da primari esponenti politici (da Renzi in giù) e da molti editorialisti dei principali organi di stampa. Per amor di verità sono costretto a ricordare, dati alla mano, come sono andati veramente i fatti. In Liguria il centro sinistra ha perso la propria capacità complessiva di formulare proposte e progetti credibili agli elettori e non per le divisioni del proprio schieramento. Basta infatti una semplice operazione aritmetica per accorgersi che sommando i voti ottenuti dalle liste che sostenevano il candidato del Pd  e da altri a quelli delle liste a sinistra il risultato è comunque inferiore a quello del centro destra”. Ed ecco i numeri che prende in considerazione Toti. Coalizione Per Toti 203326 pari al 37,7 per cento. Liste che sostenevano la Paita 163647 pari al 34,34 per cento. Liste per Pastorino 35593 voti pari al 6,6 per cento. L’eventuale somma porterebbe a 199240 voti pari al 36,94 per cento. E prosegue ancora il governatore “questo nonostante la lista di disturbo presentata da un candidato che alle ultime comunali si era presentato per il centro destra”. Poi la conclusione “Consiglio a tutti di sviluppare i propri ragionamenti sulla base dei risultati perché difficilmente si raccoglie qualche cosa di buono scaricando le proprie responsabilità su Capri espiatori inventati all’occorrenza”.
E sin qui tutto plausibile se non fosse che Toti, nella foga di darsi ragione, dimentica due cespuglietti della sinistra che non hanno raccolto il quorum, quello di Antonio Bruno e del partito comunista dei lavoratori che, pur con percentuali risibili, avrebbero spostato in avanti le percentuali dell’accozzaglia di sinistra sfiorando l’1,3 per cento. Consentendo alla formazione di Musso, che in passato, in epoca Pericu, aveva dimostrato di subire l’attrazione fatale di Burlando e soci, di proporsi come ago della bilancia. Senza contare l’exploit dei grillini e la tesi nemmeno troppo campata in aria che qualche simpatizzante della sinistra non contento di andare ad ingrossare il partito crescente dell’astensione abbia deciso di dare il suo voto di protesta propri al movimento pentestellato. Ma come si sa in Italia, come per le tre carte, il giochino dei numeri può essere sempre illusorio e commentato con esisti diversi. Da vincitori e vinti.
Come se non bastasse esiste un’altra ragione che porta i nostri esponenti del Pd, soprattutto a livello locale, a confrontarsi in maniera brutale sul significato delle primarie. C’è in arrivo una consultazione anche per scegliere il successore del sindaco Marco Doria. Sempre, ma pare una ipotesi difficile da realizzarsi, che non si preferisca ricandidarlo a priori. Intanto, qualche settimana fa la sua maggioranza ha perso alcuni esponenti dando un’ulteriore motivazione a quella parte della base del Pd che non ha mai digerito il suo successo nella competizione in cui, a sorpresa, mise in fila il sindaco uscente Marta Vincenzi e l’attuale ministro della difesa Roberta Pinotti.
Sulla barricata opposta stessa litigiosità. A Roma il centro destra, sempre oscillante tra sondaggi ai gazebo e primarie, potrebbe presentare, l’un contro l’altro armati, ben quattro suoi rappresentanti.  Da Guido Bertolaso a Alfio Marchini, da Francesco Storace a Giorgia Meloni, possibile candidata sindaco per onor di… pancia.
Ce ne sarebbe abbastanza per limitare lo sguardo fra le proprie pareti domestiche. Invece Toti,  forse strategicamente ha deciso di rompere il voto dell’omertà premurandosi, però, di osservare quello che accade nella casa di fronte. La sua ricetta è semplice ed è basata sul valutare i propri errori con cinico realismo senza cadere nella italica professione di addossare sempre la colpa agli altri disegnando fantasticherie da complotto. Il che, dal calcio alla vita, fino alla politica, rappresenta sempre una tentazione mai sopita. Non a caso qualche giorno fa il mister della Roma Luciano Spalletti di fronte alla sconfitta seppur immeritata della sua squadra contro il Real Madrid non ha voluto ne’ accampato scuse “Abbiamo perso 2 a 0 in entrambe le partite. Non voglio sentir parlare di una squadra bella che ha perso per sfortuna. Abbiamo commesso e pagato tanti errori, evidentemente. Ripartiamo da lì per non commetterne più”. Possibile che anche il calcio, in Italia abbia qualche cosa da insegnare ai nostri protagonisti della politica?

Il Max Turbatore

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