L’inno di tutti gli italiani che disturba la sinistra
Che i genovesi siano inclini all’autocelebrazione non lo si direbbe. O forse no. Basterebbe allo scopo andare a dare un’occhiata alla pagina Twitter personale del ministro della difesa, genovese e per giunta del Pd Roberta Pinotti. Per una veloce conferma occorrerebbe perdere qualche minuto in più consultando il sito ufficiale del suo dicastero. Eppure, si potrebbe obbiettare, l’eccezione che conferma la regola, perché il carattere di chi ha passato la sua vita abitando fra le montagne e il mare e’ da sempre schivo e riservato. Probabilmente sino alla negazione di se stessi. E dunque è in questa dicotomia, tra la voglia di apparire, tipica di questo momento storico, e la propensione a scomparire che va inquadrata tutta la faccenda. Vicenda annosa, visto che riguarda l’Inno degli italiani composto dai genovesi Goffredo Mameli e Michele Novaro nell’autunno del 1847. Sino ai giorni nostri in cui ogni manifestazione che si rispetti ha bisogno di un inno, dal Super bowl, all’UEFA Champion league, al campionato di calcio di serie A, per il quale è stato scomodato il maestro compositore Giovanni Allevi. Di qui la pensata partorita da Gianni Plinio qualche anno fa e ripresa recentemente dagli esponenti liguri di Fratelli d’Italia di consentire a Genova di fregiarsi del titolo di città dell’inno, al pari di Reggio Emilia, città del tricolore e di Bergamo, città dei Mille. Perché prendere le distanze o ignorare una iniziativa, a dire il vero non proprio tempestiva, visto che per tempistica avrebbe potuto coincidere con la celebrazione del centocinquantenario dell’unita’ d’Italia e, anche in caso di approvazione da parte del Comune, giungerebbe comunque con cinque anni di ritardo? Tanto è che se ne è parlato a più riprese anche nel corso di un convegno in cui la proposta sostenuta dall’onorevole Alfio La Russa e rilanciata dal giornalista Marcello Veneziani ha trovato consenso in un parterre di professori universitari, da Paolo Armaroli a Stefano Monti Bragadin, da Giovan Battista Pittaluga a Giampiero Cama, da Dino Cofrancesco all’appoggio esterno di Vittorio Colletti. Con un simile assenso trasversale ci sarebbe stato da pensare a una corsia preferenziale e soprattutto all’adesione da parte di tutti i partiti a sostegno di un’idea utile per la città, sia come riconoscimento storico, sia come imprimatur turistico. Invece non è stato così e il 18 dello scorso mese è toccato al vicepresidente del consiglio ed esponente di fratelli d’Italia a palazzo Tursi, Stefano Balleari, sollecitare presentando una mozione al sindaco Marco Doria perché si faccia carico come primo cittadino di questa richiesta. La mozione è stata discussa oggi, ricevendo l’adesione del sindaco Marco Doria. Si farà’ promotore dell’iter affinche’ Genova venga nominata la città dell’inno al pari di quanto quasi 70 anni fa aveva fatto Reggio Emilia per il tricolore. E la proposta del sindaco verrà portata in votazione al prossimo consiglio comunale. Il risultato, comunque è tutt’altro che acquisito, anche perche in passato la sinistra ha sempre dimostrato di ignorare l’idea, forse non vedendo di buon occhio il fatto che sia stato il centro destra a farla sua. Del resto qualche anno fa era stata proprio il ministro della difesa Roberta Pinotti, allora ancora parlamentare, a presentare una proposta di legge per l’inserimento dell’inno nell’articolo 12 della nostra Costituzione accanto alla bandiera. E al pari della lingua italiana. In modo che i nostri simboli diventassero tre, la nostra lingua, il canto degli Italiani e appunto il tricolore. La sinistra, però in alcuni casi ha sempre preferito ignorare immagini troppo esplicitamente riferite al risorgimento e all’Unita’ d’Italia, prediligendo la carta costituzionale legata ad un altro periodo storico, quello postbellco e postresistenziale. Tanto che l’attuale ministro dell’istruzione e ricerca, Stefania Giannini, allora alla presidenza della commissione istruzione pubblica e beni culturali, dopo aver assicurato il suo sostegno aveva lasciato cadere la proposta di fronte all’opposizione della sinistra e di parte dei parlamentari del suo partito, evidentemente critici sull’argomento, ricordando quel Dio, Patria e Famiglia che costituivano uno degli slogan del Ventennio. L’inno degli Italiani, insomma sarebbe un’esternazione troppo patriottica perche’ la città medaglia d’oro della Resistenza se ne fregi nello stesso modo. Per gli scettici e per il ministro genovese della difesa che fino a questo momento, almeno pubblicamente, ha fatto il pesce in barile, qualche spunto di riflessione nel tentativo di rimettere ordine fra le parti. Il canto degli Italiani negli anni della guerra civile era un simbolo da entrambe per vincitori e vinti, visto che proprio a Goffredo Mameli, uno dei due autori, furono intitolati rispettivamente una brigata partigiana e una compagnia dei bersaglieri della Rsi. Infine nel 1975, a 28 anni dalla promulgazione della Costituzione, prese il suo nome la neocostituita brigata corazzata del nostro esercito. Ad indicare che i genovesi Mameli e Danovaro, il loro inno o canto degli Italiani sono un patrimonio comune a tutto il paese. Come Giovanni Allevi, se vogliamo, o come il maestro Ennio Moricone, al quale, dopo la conquista dell’Oscar, sono piovuti addosso tanti complimenti, da destra e da sinistra. In questo caso senza preclusioni e distinzione.
Il Max Turbatore


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