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Breve storia di Corso Italia e dello scolmatore incompiuto

In principio erano scogli e piccole baiette ogni tanto costellate da qualche chiesa. Ma dopo la metà dell’800 le profonde opere urbanistiche che interessano Genova e sviluppano l’insediamento centrale lo sguardo degli architetti corre anche verso levante, a mare, con una strada che possa garantire lo scorrimento e il traffico di una città che andava tumultuosamente verso il ‘900 con un’evoluzione repentina.   La strada viene alla fine realizzata tra il 1909 e il 1915 con la determinata decisione di smantellare buona parte della scogliera esistente.

Si completa una visione globale che integra l’area di Albaro e la dota di una bella passeggiata lungomare, ordina nello stesso tempo il sistema degli stabilimenti balneari che già pre-esistevano ma che veniva raggiunti attraverso le creuze che scendevano giù dal monte e che in qualche modo osiamo ancora vedere da Boccadasse in poi a parte le asfaltature delle aree carreggiabili che hanno tolto molta poesia. Corso Italia diventa, quindi, un valore aggiunto per tutti coloro che abitano sulla collina di Albaro che da allora scenderanno nell’elegante corso per la passeggiata pomeridiana ma anche meta della borghesia cittadina nel fine settimana. A ricordo del passato rimangono il minaccioso forte S. Giuliano che costituiva il principale bastione della difesa cittadina a levante e l’abbazia. Non lontano, il ristorante S. Giuliano offriva tappa e ristoro per la gita domenicale e sul finire dell’800 la pasta con le arselle veniva decantata come la migliore di Genova.

Per offrire agli abitanti di Albaro ma anche al turismo esclusivo che nel finire dell’800 toccava Genova, contemporaneamente all’inizio dei lavori venne costruito il Lido di Albaro, uno stabilimento balneare che da allora rappresenta per la sua frequentazione uno dei segni distintivi della Genova-bene. Soggetto a molte ristrutturazioni è considerato uno dei più importanti stabilimenti balneari europei. Corso Italia verrà ristrutturato due volte, una nel 1935 e l’altra per le Colombiane del 1992.

E’ proprio verso la metà degli anni ’80 che si comincia a parlare e si progetta l’ipotesi di uno scolmatore delle acque del Fereggiano e degli altri rivi (il Noce e il Rovare) per portarle direttamente in mare.

L’apertura del varco su cui verrà costruita la nuova opera viene benedetta da tutta la cittadinanza, vescovo in testa ma i tempi, sia climaticamente che politicamente, stanno diventando sempre più minacciosi e anche per quella struttura assolutamente essenziale (dal 1970 Genova non subisce alluvioni ma il problema per alcuni è ben chiaro) il destino è avverso.

 

Proprio per un’accusa di corruzione legata alla costruzione dello scolmatore nel 1991 vengono arrestati due assessori della giunta Campart che aveva avviato i lavori (i due verranno assolti nel 2001), Il progetto viene bloccato.

Il sindaco Romano Merlo che era succeduto al primo cittadino-farmacista, incappa nel 1992 prima in una alluvione che metterà in evidenza i limiti di Genova ancora tali dal 1970 poi, nel giro di qualche settimana, nello scandalo del numero dei biglietti “gonfiato” dell’Expò.

Merlo si dimette e viene sostituito dal vice sindaco Claudio Burlando: passano pochi mesi e la bufera Tangentopoli investe anche Genova (anche se poi molti usciranno assolti). Burlando e l’assessore all’Urbanistica Vittorio Grattarola vengono arrestati per presunti illeciti nelle pratiche di costruzione delle opere collegate all’Expò (verranno assolti entrambi). Genova, senza sindaco, con il prefetto Vittorio Stelo nel ruolo di commissario nel 1993 subisce ancora un’alluvione.

Lo scolmatore è sotto sequestro per l’inchiesta intorno al suo finanziamento e la chiusura ufficiale del cantiere incompiuto viene affidata proprio a Stelo.

Era stato realizzato meno di un chilometro (900 metri), ne mancavano altri sei. All’amministrazione Sansa e a quelle che seguiranno dopo di lui sino al 2013, tocca rifondere le aziende che avevano vinto l’appalto. Nove miliardi di vecchie lire e l’ultimo tratto dello scolmatore diventa un deposito di canoe pieno di sterpaglie.

Nel 2011 l’alluvione con lo straripamento del rio Fereggiano e la morte di 6 persone e quindi l’esondazione del Bisagno del 2014 rilanciano se era il caso la necessità di avere uno scolmatore per gli affluenti (la storia dello scolmatore del Bisagno è altrettanto tortuosa e qui soprassediamo) sino a quando nell’aprile del 2015 la giunta Doria riaffida alla ditta vincitrice del bando pubblico, la Pac Spa, il compito di riprendere i lavori da quei precisi 900 metri. Con un investimento di 45 milioni di euro (25 lo Stato, 15 il Comun e 5 la Regione). L’opera dovrebbe essere conclusa in tre anni e un mese. Forse.

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