Storia 

1522, quando il sacco degli “imperiali” non scoraggia la giovane genovese rapita

Nel 1519 Carlo V, erede di Ferdinando di Spagna e di Massimiliano d’Austria, viene eletto imperatore. Un titolo a cui aspirava anche il re di Francia Francesco I e sull’Europa si avvicinano le minacciose nubi di una guerra che durerà quarant’anni.

Genova è all’apice della sua potenza economica e commerciale ma la difesa delle sue mura è garantita da pesi e contrappesi di accordi e alleanze con potenze militarmente superiori che a questo giro si inceppa.

Le truppe imperiali sconfitto l’esercito francese alla Bicocca nei pressi di Milano si dirigono verso sud verso la Repubblica.

C’è poco da fare per i genovesi che il 20 di maggio devono constatare lo scacco della città completamente circondata. Per i “serenissimi” la  presa d’atto è necessaria: arrendersi per non incorrere in guai peggiori. Ottaviano Fregoso, Tommaso Cattaneo e Paolo Bulgaro hanno l’onere di trattare una resa onorevole ma gli imperiali non sono di questo avviso. Genova fa gola per le sue ricchezze tanto decantate e stabilire dei termini di una resa onorevole impedirebbe quello che hanno in testa sin dall’inizio: prendersi tutto il malloppo. Così il marchese di Pescara, alla guida di una colonna di imperiali, contestando di non essere stato invitato alle trattative dà l’ordine di attacco e la città viene messa a ferro e fuoco.

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E’ il 30 maggio 1522 quando le truppe nemiche entrano a Genova e metodicamente, casa per casa, uccidano e depredano portando via ogni oggetto che possa avere un valore. La città viene umiliata: senza difese e per di più aggredita con l’inganno subisce per giorni la tremenda violenza che colpisce indistintamente militari e civili, uomini, donne e bambini.

Quando il “sacco” termina, Genova è in ginocchio. Carlo V impone un governo fantoccio con il doge Antoniotto II Adorno ma il potere effettivo è nelle mani dell’ambasciatore Lope de Soria e la città passa sotto il dominio spagnolo.

Sono anni tormentati dal punto di vista politico ma Genova conta sull’astro di Andrea Doria ammiraglio, lupo di mare e pirata conteso da tutte le grandi potenze. La popolazione umiliata dal saccheggio vive un forte risentimento se non altro di carattere culturale rispetto ai nuovi dominatori che emerge tutto in una novella del Bandello: la storia di Ligurina.

La novella narra che nel corso dell’occupazione diverse donne furono rapite come bottino di guerra e tra loro c’è anche una bella bambina di dieci anni, aristocratica, che viene sottratta alla sua famiglia.

La sorte di Ligurina va analizzata con attenzione fra le righe di ciò che racconta il Bandello. Piacendo molto a un principe spagnolo di nome Alfonso diventa la sua amante, quindi si presuppone che la sorte delle donne rapite fosse quella di diventare “schiave” per il divertimento degli spagnoli.

Nel 1533 quando Carlo V ritorna a Genova ospitato da Andrea Doria che nel frattempo era diventato un suo ammiraglio Ligurina sente battere il cuore per l’amor di patria. Per come racconta il Bandello non se la passa malissimo: è servita e riverita come una nobildonna con tato di paggi a seguito e vestita con abiti degni di una principessa tanto che i suoi genitori non la riconoscono. Ligurina adotta quindi uno stratagemma per rimanere sola con i suoi: si finge malata e evita così di seguire il suo amante nella visita diplomatica dell’imperatore. Una volta riuscita a rimanere sola con la madre, lei che fino a quel momento aveva parlato spagnolo torna alla lingua genovese scelando così la sua vera identità.

La donna, sbigottita da queste rivelazioni chiede alla ragazza di spogliarsi per avere la conferma che sia proprio lei la tanto amata figlia portata via dagli invasori. Infatti, la ragazza aveva un neo vicino all’ombelico e da questa prova inconfutabile la nobildonna capisce di avere davanti a sé proprio l’amata figlia.

Quando ritorna Alfonso trova un’amara sorpresa ad aspettarlo, non la giovane amante ma il di lei padre che gli comunica la decisione di di tornare con la sua famiglia contro la restituzione di tutti i beni (gioielli, vestiti, denaro) che lui gli aveva donato.

Alfonso non la prende benissimo e richiede con una certa forza la restituzione della donna provocando l’ira di un nobile genovese Giovanni Lavagna che dopo una uno scambio di aspri insulti con lo spagnolo, in men che non si dica, estrae la spada e lo uccide.

L’episodio rischia di tramutarsi in una rivolta perché sono molti i genovesi che si vogliono vendicare dell’affronto subito ma il pronto intervento delle milizie imperiali blocca il focolaio di rivolta sul nascere e il Lavagna fugge da Genova per non incorrere nella prigione e nella condanna a morte. Ligurina resta, invece, a Genova restituita all’amore della sua famiglia.

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